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Locandina del documentario « Angeli del fango– La Meglio Gioventù europea.» di Marco Spagnoli

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Locandina del documentario « Angeli del fango– La Meglio Gioventù europea.» di Marco Spagnoli

La prima mobilitazione per l’arte nella storia: gli angeli del fango in un documentario di Marco Spagnoli

Il regista racconta come si è accostato ai protagonisti dell’alluvione di Firenze del ’66 che vide accorrere tantissimi giovani stranieri: prendeva corpo l’idea di Europa

Il 4 novembre ricorrono i 60 anni dalla terribile alluvione che nel 1966 devastò Firenze e Venezia. Tra i tanti eventi che nella città del giglio commemoreranno l’immane catastrofe, la 67ma edizione del Festival dei Popoli (31 ottobre-8 novembre, il più antico festival di cinema documentario europeo, diretto da Alessandro Stellino e quest’anno dedicato al documentario come strumento di resistenza, memoria storica, diritti e impegno politico) presenta in anteprima assoluta, il 4 novembre alle 19.30 al Cinema La Compagnia, «Angeli del Fango. La Meglio Gioventù europea» di Marco Spagnoli. Prodotto da Clipper Media in collaborazione con Rai Cultura, con il contributo di Fondazione CR Firenze e la collaborazione di Fondazione Sistema Toscana - Toscana Film Commission, del Comune di Signa e del Gruppo Archeologico Signese, il documentario viene trasmesso su Rai Storia, sempre il 4 novembre, alle 21:10. Abbiamo intervistato il regista. 

Con quale sguardo ha accostato l’alluvione del ’66?
Si è trattato della prima volta nella storia in cui la gioventù europea si è mobilitata per l’arte. Oltre alla perdita di 35 vite umane infatti, ciò che a Firenze stava morendo era l’arte. Ted Kennedy disse più o meno questa frase: «Io sono un cittadino americano, un cittadino del mondo, ma so che se Firenze scompare, scompaio anch’io». Tutto è legato all’arte, quindi il fatto rivoluzionario, la grande anomalia è questa grande storia di mobilitazione internazionale di persone giovani, con un grande storico dell’arte come sindaco e cioè Piero Bargellini. Si poteva supporre che uno storico dell’arte non avesse doti pragmatiche, e invece si rivelò un eccezionale sindaco, un eccezionale uomo di azione. Il mio documentario racconta tutto questo, perché l’arte è ciò che ci definisce. 

Come sono nate la commissione e l’idea di questo documentario? 
Ho scritto il soggetto dopo la la lettura di interviste e libri come Angeli del fango di Beth Kephart. La suggestione più potente per me sono state le facce di quasti ragazzini, che oggi hanno almeno 80 anni, ma sono ancora dei ragazzini. Realizzare il documentario è stato infatti come gestire una banda di adolescenti che a Firenze ha fatto qualcosa capace di cambiare le loro vite. Molti sono rimasti, alcuni si sono specializzati in restauro, altri sono diventati pittori. E devo dire che oggi, alla luce degli scontri di Parigi e Milano, questi ragazzi si assomigliano molto. La differenza è che a Firenze si svegliavano nel futuro pensando di tutelare un’utopia, mentre oggi le loro energie, la loro capacità di fare, vengono risucchiate dal pessimismo e dal nichilismo. L’alluvione ha portato i giovani a unirsi, ponendo secondo me anche le basi di quel ’68 che è stato anch’esso un’utopia: quella di cambiare il mondo. Come diceva Bernardo Bertolucci, «quando ero giovane mi svegliavo ogni mattina nel futuro».

Come ha ritrovato questi, ormai anziani, Angeli del fango?
Abbiamo fatto una grande ricerca a livello europeo, perché desideravo ritrovare Angeli non italiani e farli ritornare a Firenze. Abbiamo trovato due tedeschi e due francesi, oltre ad altri che non abbiamo avuto modo di coinvolgere perché non si potevano muovere. Volevo infatti tornassero nella città in cui la loro vita era cambiata, e rivivessero l’emozione di ritrovarsi a Firenze. Alcuni c’erano tornati altre volte, altri no. Volevo mostrare questi ex ragazzi che fanno vedere le foto che scattavano là dove si trovavano: per me era molto importante, perché restituisce un senso non solo di testimonianza, ma anche di partecipazione visiva. Si tratta di un pittore, un fotografo, una storica dell’arte e un agente di viaggio, quindi professioni molto diverse tra loro, ma legate in qualche modo al contesto artistico e culturale. Ho visto queste persone rincontrarsi dopo 60 anni con un’emozione immensa, ma nel documentario si ride anche tanto perché i protagonisti si ricordano che spalavano fango tutto il giorno non solo salvando libri e dipinti, ma anche ritrovandosi la sera a parlare di politica, cantare canzoni partigiane, fare l’amore. Le ragazze uscivano per la prima volta da sole la sera, c’erano fiorentini che avevano perso tutto ma non la speranza. Eppure in una città dove si sarebbero potuti verificare episodi di sciacallaggio oltre a stupri, violenze e sopraffazioni, non accadde niente. Niente! Nessun reato. Tra l’altro partire per Firenze nel ’66 non era come oggi, si trattava di un viaggio nell’ignoto per queste persone che non parlavano l’italiano ma si capivano a gesti, una cosa oggi quasi inimmaginabile. E tutto questo in nome dell’arte. Questi ragazzi infatti hanno fatto qualcosa di straordinario e irripetuto, ma non irripetibile. Non si è trattato solo di un grande momento di solidarietà, ma soprattutto di un momento in cui la gioventù di tutto il mondo ha voluto salvare l’arte di Firenze perché senza di essa oggi la cultura occidentale sarebbe molto, molto, molto più povera. Questo film è quindi una celebrazione del valore dell’arte come fondamento esistenziale oltre che filosofico, una storia di passione e di persone.

Come hanno trovato questi ex Angeli la Firenze di oggi, con la sua forte crisi di identità?
La questione è complessa. Loro nel ’66 hanno lavorato per salvarla, quell'identità, e ci sono riusciti. Mi hanno infatti detto questa frase molto bella: «L’acqua è rimasta una settimana, noi siamo rimasti sei mesi». Quello che poi Firenze è diventata è una riflessione che ci porta a chiederci che cosa sono oggi Napoli, Venezia o Roma. Io stesso devo dire che avrei voluto girare nella città vuota, alle 5 di mattina, ma mi sbagliavo. Oggi Firenze non è vuota mai, alle 5 era piena di sacchi di immondizia, gente ubriaca o che usciva dai b&b per partire. Sul significato del luoghi della cultura andrebbe fatta una scelta politica che non dipende dal singolo sindaco (quella di Firenze, Sara Funaro, è peraltro la nipote di Bargellini), ma dal Governo, qualsiasi esso sia. 

Come vennero «reclutati» nel ’66 gli Angeli?
Fu fatto un appello internazionale ma non tanto a livello istituzionale, quanto attraverso organizzazioni religiose, gli scout eccetera. La risposta fu straordinaria. Questi ragazzi a Firenze hanno dormito per strada, nei garage, solo alcuni sono stati ospitati, ma nessuno ha goduto di sostegni pubblici, soprattutto sul piano economico. A Firenze con l'alluvione era saltata l’acqua, è un paradosso ma è così, quindi andavi a spalare con un freddo cane e poi magari non ti potevi lavare, eppure i miei Angeli, i nostri Angeli parlano pochissimo di questi disagi, come se non avessero importanza. Certo c’è stata la solidarietà dei fiorentini, ma non una situazione organizzata, soprattutto nel primissimo mese. D’altronde nessuno si aspettava un disastro del genere.

Questi ex Angeli del fango che cosa si ricordano di aver salvato?
Soprattutto libri, perché le parti più «nobili» vennero lasciate a chi se ne intendeva. Con l’arte non si scherza, ci sono stati degli storici dell’arte, a partire dal sindaco, che hanno impartito le direttive. Successivamente sono stati fatti appelli internazionali grazie ai quali Firenze ha ricevuto l’equivalente di milioni di euro da persone in tutto il mondo, perfino da bambini africani, come testimonia la lista delle donazioni che ogni giorno pubblicava il quotidiano «La Nazione». Gli Angeli del fango spesso avevano i capelli lunghi, erano promiscui, parlavano lingue straniere, ma la loro esperienza non è mai stata dimenticata. Anche prima dell’alluvione Firenze stava vivendo una sorta di crisi identitaria, tanto è vero che un grande visionario come il sindaco La Pira aveva cercato di renderla una città internazionale chiamando molti stranieri. Dopo il ’66 la situazione cambia perché Firenze piano piano si riprende, affermandosi sempre più come città d’arte. L’eperienza dell’alluvione rimane però fondamentale. Nasce il concetto di protezione civile, ma si pongono anche le basi per rivendicazioni giovanili come il ’68 francese o la Primavera di Praga. Ma la cosa straordinaria secondo me è che la prima volta dei ragazzi prendono coscienza di essere europei. Il film infatti finisce con un brindisi all’Europa, non sollecitato da me, bensì da parte di questi ormai anziani Angeli. Io sono molto critico nei confronti di chi avversa l’Europa, non quella dei burocrati evidentemente, ma l’idea di Europa che a Firenze si manifesta nel ’66, 20 anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Per questo nel titolo del film ho citato, modificandolo, Marco Tullio Giordana con «La meglio gioventù europea». D’altronde, anche Bargellini e La Pira erano convinti europeisti.

Elena Franzoia, 02 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

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