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Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliUna Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, in linea di continuità con la tradizione tracciata negli anni dai predecessori Fabrizio Moretti e Giovanni Pratesi ma, al tempo stesso, come è giusto che sia, una Biennale diversa, la 34ma edizione che si tiene nel seicentesco Palazzo Corsini, sotto la guida del nuovo segretario generale Bruno Botticelli. Ormai riconosciuta dagli addetti ai lavori come, oltre che la più antica, anche la più prestigiosa mostra-mercato al mondo dedicata all’arte italiana, la BIAF di Botticelli si fonda sulla volontà di porre in risalto, nell’era del digitale, della serializzazione e dell’intelligenza artificiale, i valori intrinseci dell’antico: l’unicità, l’autenticità, la materia e la durata. Un antico visto come uno strumento vivo e imprescindibile per comprendere la complessità del nostro presente. Servendosi della metafora della tradizionale tecnica giapponese del kintsugi, che ripara le ceramiche evidenziando le fratture con l’oro anziché nasconderle, Botticelli vuole una mostra che faccia brillare la memoria e la storia stratificata degli oggetti unici così come una manifestazione capace di dialogare in modo orizzontale con l’intero territorio regionale e con mondi affini quali il design, la moda e l’alto artigianato, rivolgendo grande attenzione alla didattica e al coinvolgimento dei giovani. Non teme critiche a questo maggior radicamento territoriale? «Oggi le fiere e le manifestazioni di successo fanno sistema con il loro territorio, spiega Botticelli, la Design week di Milano, la Biennale di Venezia, per rimanere in Italia, ne sono esempio lampante. Firenze è oggi una città che ha migliaia di visitatori e residenti internazionali di alta fascia. Le istituzioni e le realtà culturali devono fare rete per amplificare un messaggio comune. Le persone si muovono per eventi coinvolgenti, si cercano sempre più esperienze immersive».
Sono circa un’ottantina gli espositori, accuratamente selezionati da un vetting composto da 63 figure di eccellenza (dai restauratori ai grandi direttori di musei e curatori) e abbiamo chiesto ad alcuni di loro di raccontarci cosa espongono. Carlo Orsi cerca sempre di portare alla BIAF «opere che abbiano una particolarità». Quest’anno «si tratta di un dipinto di Antonio Canova, artista che conosciamo meglio come scultore: una “Maddalena penitente”, datata 1798-99 circa, dipinta nel corso di un soggiorno a Possagno, citata dalle fonti ma poi a lungo irreperibile, una delle testimonianze più interessanti, di notevoli qualità e misure (olio su tela, 105x81cm), che può esser messa in relazione sia ai gessi sia alla versione in marmo della Maddalena. La richiesta sarà intorno ai 300mila euro». Lo stand di Matteo Salamon «sarà l’occasione per vedere, dopo oltre sessant’anni, un dipinto straordinario di Canaletto, inedito, firmato e datato 1744. Esporrò inoltre un eccezionale, e forse l’unico in collezione privata, dipinto a fondo oro di Orazio di Jacopo, una “Crocifissione” firmata e datata 1442, per cui chiediamo 200mila euro, mentre per il Bernardino Luini, “Madonna Litta”, la richiesta si aggira intorno ai 300-350mila». Torna a una sua passione, il Medioevo, Maurizio Canesso: «Espongo un Crocifisso del XIII secolo di Corso di Buono, un’opera molto rara, poi un dipinto di Allegretto Nuzi e la bellissima tempera e oro su tavola del XIV secolo di Paolo Veneziano “Il Re di Bretagna, padre di sant’Orsola, in preghiera”».
Giovanni Bagliore, «Santa Caterina d’Alessandria». Courtesy Cantore Galleria Antiquaria
Tappeto Ushak Lotto dall’Anatolia occidentale, inizio XVII secolo. Courtesy Mirco Cattai
Per Marco Brun (Brun Fine Art) la BIAF non «è solo un appuntamento fieristico ma anche un’occasione privilegiata di confronto con i più importanti collezionisti, studiosi e istituzioni. La presenza a Firenze assume per noi un significato ancora più profondo grazie al legame diretto che da anni ci unisce alla città [lo spazio espositivo è in Via de’ Tornabuoni, Ndr]. Abbiamo costruito una selezione che riflette pienamente l’identità di Brun Fine Art: sculture, dipinti, arredi e oggetti d’arte, tra cui il sontuoso Cabinet in legno, tartaruga, rame dorato, corallo e smalti Manifattura Trapanese (seconda metà del XVII sec.), la cui richiesta è tra i 300 e i 400mila euro. Un dialogo tra secoli diversi che mette in luce la continuità della grande tradizione artistica italiana e la straordinaria capacità delle opere di mantenere intatta la propria forza espressiva nel tempo».
Maurizio Nobile (Maurizio Nobile Fine Art) sottolinea l’impegno profuso per scegliere «opere non solo di grande qualità ma anche rarità, cercando di mettere insieme un nucleo di lavori di artisti attivi in Italia tra XVI e XX secolo che possano incuriosire il visitatore per il loro valore e per la loro forza espressiva. Nel nostro stand si potranno osservare opere di Guercino, Felice Giani, Francesco Furini e alcuni lavori inediti che si aggiungono a cataloghi di pittori di primo piano. Il passaggio al XX secolo è testimoniato in fiera da uno splendido busto in bronzo raffigurante una giovane donna giapponese, realizzato da Giacomo Manzù nel 1973. Si tratta di una fusione unica di estrema eleganza e raffinatezza». Tenendo fede alla specializzazione nella pittura emiliana dal XV al XVIII secolo, Tiziana Sassoli (Fondantico) presenta «una rara tavola a tempera del pittore ferrarese Lorenzo Costa, “La Madonna con il Bambino e i santi”, e una decina di dipinti, tra cui un giovane Guercino per il quale chiediamo intorno ai 500mila euro. Abbiamo poi un Sabatini a 120mila, Franceschini, Mastelletta, Canuti; per le opere di Ubaldo e di Gaetano Gandolfi la richiesta è intorno ai 100mila euro ciascuno». I tappeti del XVI e XVII secolo selezionati da Mirco Cattai sono «esemplari molto rari e tra i più ambiti anche dai musei internazionali. Questi tappeti venivano raffigurati nei ritratti di nobiluomini europei di artisti celebri e da lì spesso prendevano il nome: ad esempio Holbein, Lotto, Tintoretto, Crivelli. Porterò un elegante e raro tappeto “Lotto” in stile “anatolico” e capolavori inediti di arte tessile. Le richieste vanno da 150mila a mezzo milione di euro». Lo stand di Alessandra Di Castro invece è composto da due sezioni: «da una parte quadri del Realismo magico, con opere di artisti quali Bruno Croatto e Mario Simoni (la richiesta è 30mila circa), ciascuno con raffinati e preziosi giochi di riflessi e di trasparenze. Opere dense di suggestioni. Al centro porrò un bellissimo vaso dei Fratelli Toso. Nell’altra parte dello stand invece una scrivania di tre metri di un architetto romano, Vittorio Ballio Morpurgo protagonista del ventennio fascista; sul tavolo un frammento di marmo, un biscuit di porcellana di Filippo Tagliolini dalla fabbrica ferdinandea e tutto intorno disegni neoclassici, di Canova, di Landi, e anche un disegno a matita, inchiostro e acquerello di Giuseppe Vannini: il “Progetto del Monumento di Vittorio Alfieri di Canova in Santa Croce del 1811” (richiesta: 45mila euro). Mi è piaciuto giocare su questi intrecci e rimandi e anche sull’attrattiva dei marmi colorati con una pubblicazione di 38 intagli di gemme dei principi Poniatowsky, corniole retroilluminate a segnalare come la preziosità dell’arte antica possa ancora essere vitale».
Ponendosi in sintonia con questa edizione che coinvolge varie istituzioni della città Walter Padovani ha scelto «uno stand dedicato a Firenze, con una scultura di Lorenzo Bartolini: un superbo gruppo in marmo che incarna l’eccellenza della scultura toscana dell’Ottocento, “Carità” (1846). Si tratta di una versione domestica dell’esemplare esposto alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti e il cui gesso è alla Galleria dell’Accademia di Firenze, fatta per il matrimonio di due membri della famiglia Balbi e Pallavicini». Esprimono sempre entusiasmo per «l’altissimo livello qualitativo e internazionale della BIAF» Francesca Antonacci e Damiano Lapiccirella (Antonacci Lapiccirella Fine Art) che propongono, come loro consuetudine, opere dal Settecento ai primi anni del Novecento: «Siamo eclettici, non seguiamo le mode ma il nostro gusto e in alcuni campi lo abbiamo anche un po’ dettato. La selezione di quest’anno parte da una meravigliosa scultura di Attilio Selva del 1913 che fu esposta alla III mostra della Secessione romana del 1915: un esemplare unico in gesso patinato in bronzo e lumeggiature in oro, considerato suo capolavoro, “Ritmi”. Ma segnalo anche il dipinto del belga Victor Delacroix (1832) esposto al Salon di Gand che deriva il soggetto (una ragazza salvata col padre in escursione sulle coste del mare) da un romanzo di Walter Scott, L’antiquario. Abbiamo poi “L’amazzone” di Vito Timmel (1915), che vanta una bibliografia sostanziosa, dove si esprime tutta la sua ascendenza klimtiana, ma anche una “Penelope” di Alberto Savinio da collezione privata piuttosto importante. E artisti quali Léon Benouville e Giuseppe Molteni». Federico Gandolfi Vannini (Frascione Gallery) ha scelto di condividere lo stand con lo zio Enrico Frascione, come già aveva fatto in due occasioni a TEFAF New York: «La posizione prestigiosa dello stand mi ha spinto a pensare l’allestimento con un’impostazione più curatoriale: per quanto mi riguarda dei nuclei principali saranno dedicati a Firenze e alla sua immagine. Presenterò una serie di vedute della città, a partire da un importante dipinto di Thomas Patch nel quale Firenze si offre allo sguardo nella sua interezza. È un’opera affascinante perché permette un confronto immediato tra la città di allora e quella di oggi: si riconoscono monumenti, profili e luoghi ancora familiari ma si scopre anche quanto la città sia cambiata nel tempo. Accanto a Patch ci saranno altre vedute, tra cui opere di Signorini, Borrani e un bellissimo Canella». Per Sonia Farsetti (Galleria Frediano Farsetti) la partecipazione a una fiera prestigiosa come la BIAF è «un’occasione importante per riaffermare il valore e la vitalità dell’arte italiana del Novecento. Presenteremo una selezione di opere di grandi maestri, tra cui Gino Severini e Alberto Savinio, capaci di testimoniare la ricchezza e la complessità della ricerca artistica del secolo scorso. Un percorso pensato per dialogare con la storia e l’eccellenza che da sempre contraddistinguono la Biennale».
Alberto Savinio, «Senza Titolo», 1929, Milano, Collezione privata. Courtesy Frediano Farsetti
Se la Biennale ha quest’anno come main sponsor Gucci, ci sono iniziative collaterali sostenute dalla Fondazione CR di Firenze, che ha finanziato l’intervento conservativo del «Progetto per la facciata di San Lorenzo», di Michelangelo Buonarroti, esposto a Palazzo Corsini, a ribadire la missione della rassegna, legata anche alla conservazione del patrimonio. La stessa fondazione propone due aperture straordinarie del Museo Horne, con un itinerario delle collezioni, «L’occhio del conoscitore. Herbert Horne un collezionista inglese a Firenze», ideato per questa occasione. C’è inoltre il rilancio del Premio Lorenzo d’oro, legato all’eccellenza manifatturiera col coinvolgimento di maestri argentieri fiorentini, chiamati a plasmare il manufatto d’arte destinato a un personaggio pubblico del cinema o della cultura. Importante è poi la sinergia, con varie iniziative congiunte, tra la BIAF e la Fondazione Palazzo Strozzi, dove il 25 settembre inaugura una mostra particolarmente significativa in parallelo a una manifestazione che riunisce opere antiche e contemporanee: «Broken. Il potere del frammento».
Lo storico magazine della fiera si trasforma in un vero e proprio catalogo ufficiale: un volume, bilingue, dalla raffinata veste grafica, a cura di Cesare Cunaccia, edito dal Gruppo Editoriale, con saggi e contributi esclusivi di curatori, studiosi e direttori dei più importanti musei. Infine, il design della BIAF si rinnova grazie all’esclusivo allestimento firmato da Matteo Corvino che, con gli arredi di Minotti, ridisegna l’intera fiera: stand degli espositori aperti, per un percorso più arioso e facile da esplorare.
Laura Lombardi
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