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Gioia Meli
Leggi i suoi articoliAttraverso una selezione di oltre venti creazioni d’archivio, la mostra «Viktor&Rolf. Spectrum», mappa trent’anni di ricerca di Viktor Horsting e Rolf Snoeren, evidenziando come la loro pratica si inscriva a pieno titolo nelle dinamiche dell’arte contemporanea e nella critica istituzionale.
Il percorso rivela i vettori concettuali sottesi alla produzione del marchio olandese: l’ironia, la tensione scultorea, il rilievo semiotico e la dialettica tra costruzione e dissoluzione. Ospitato negli spazi della galleria milanese al 10 di Corso Como dal 25 settembre al 22 novembre sotto la curatela di Alessio de’ Navasques, il progetto allestitivo assume la metafora fisica del prisma. La luce bianca si scompone nei suoi elementi costitutivi. A marcare l’innesco espositivo sono due creazioni emblematiche tratte dall’ultima collezione Haute Couture «Gilded Age 2.0» (Autunno/Inverno 2026-27). Collocati all’ingresso come polarità dialettiche e poste anche come copertina della mostra, un abito in tessuto dorato e uno in juta rigida condividono la medesima volumetria sartoriale, sintetizzando l’opposizione tra lusso opulento e il rigore di una povertà volontaria. Il materiale grezzo opera qui come contrappunto strutturale all’ostentazione superficiale, configurando un’indagine critica sulle strutture economico-visive della società contemporanea.
Fin dal loro esordio al Festival de Hyères nel 1993, Horsting e Snoeren hanno assimilato i linguaggi della performance e dell’installazione. Le esperienze degli anni Novanta, dalla partecipazione a «L’Hiver de L’Amour» (Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, 1994) fino a «Launch» (Torch Gallery, Amsterdam, 1996), testimoniano la volontaria collocazione dei due designer al di fuori delle sole logiche mercantili. In «Launch», la simulazione di un marchio con modelli in miniatura culminava nella creazione di «Le Parfum», flacone privo di fragranza chiaramente modellato sull’invenzione dell’«Air de Paris» di Marcel Duchamp.
L’impiego del doppio e la decostruzione dell’identità si manifestano con frequenza nella reificazione della bambola di porcellana; presente fin dalla celebre sfilata «Russian Doll» (Autunno/Inverno 1999-2000) in cui la modella veniva progressivamente vestita con oltre 70 kg di strati sovrapposti. L’analisi curatoriale condotta da de’ Navasques sottolinea come le collezioni di Viktor&Rolf non si limitino ad abitare il sistema dell’alta moda, ma ne denuncino i meccanismi interni. Nel progetto «NO» (Autunno/Inverno 2008-09), lo slogan impresso a caratteri cubitali sui capi e sui volti delle modelle assurgeva a manifesto di rifiuto contro la frenesia produttiva del settore. Un’operazione analoga caratterizza «Fashion Statements» (Primavera/Estate 2019), dove la sintassi dei meme e dei social media viene trasposta sui volumi monumentali del tulle romantico.
Nel corso del decennio successivo, la ricerca formale ha progressivamente dissolto la subordinazione dell’abito contaminandosi con l’arte. La trilogia è composta dalla collezione «Wearable Art» (Autunno/Inverno 2015-16), dove le cornici dorate e le tele dipinte si scompongono direttamente sul corpo per poi riassumere la forma di quadri parietali, cancellando il confine tra scultura, pittura e abito. Proseguendo con «Performance of Sculptures» (Primavera/Estate 2016), dove la classica polo bianca viene decostruita secondo i canoni del cubismo. Ed infine «Van Gogh Girls» (2016) non esposta in questa mostra.
Il percorso approda poi nelle architetture di «Late Stage Capitalism Waltz» (Primavera/Estate 2023). Qui gli abiti da gran sera in tulle si staccano e ruotano sul proprio asse rispetto al corpo grazie a strutture ingegnerizzate in stampa 3D, formulando un’esplicita metafora dell’alienazione visiva contemporanea. Una delle creazioni di questa serie ha raggiunto un’ulteriore cassa di risonanza mediatica quando la top model Elsa Hosk l’ha indossata sul red carpet del Festival di Cannes nel 2023. La memoria della materia riaffiora inoltre nelle collezioni d’archivio ricomposte, come «Vagabonds» (Autunno/Inverno 2016-17) e «Boulevard of Broken Dreams» (Primavera/Estate 2017). L’integrazione di tessuti preesistenti e la riparazione visibile attraverso l’applicazione dell’oro (secondo il principio del kintsugi, un’antica tecnica artigianale giapponese nata per riparare oggetti di ceramica rotti usando una lacca speciale mista a polvere d’oro) elevano il valore estetico.
Gioia Meli
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