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Gioia Meli
Leggi i suoi articoliLa storia del design e del costume tende frequentemente a cedere alla tentazione della santificazione estetica o della celebrazione commerciale. Quando si affronta il tema dell’accessorio quotidiano, in particolare della borsa, il rischio prioritario risiede nella tendenza a confinare l’oggetto all’interno del perimetro del fetish aziendale o del mero indicatore di status economicamente orientato. Il recente volume La Borsa. 200 anni, 5 continenti, curato da Antonio Mancinelli per la casa editrice di Marsilio Arte, sceglie deliberatamente una traiettoria metodologica differente. Il testo non opera una rassegna agiografica del fashion system, bensì un’indagine di carattere più sociologico e antropologico su un manufatto che si configura estensione funzionale nello spazio pubblico e privato.
Dal punto di vista della struttura, l’opera rinuncia alla linearità della cronologia accademica. Anziché procedere secondo la classica successione stilistica per decenni, Mancinelli adotta una categorizzazione basata sulle occasioni d’uso. Il perimetro di indagine seleziona 300 manufatti (la più vasta collezione di 850 pezzi appartenente a Roberta Butti) distribuiti lungo un arco temporale di due secoli. La suddivisione per ambiti (dalla dimensione diurna e lavorativa alle tipologie da cerimonia, dai contenitori da viaggio ai manufatti d’eccezione) consente di rilevare la risposta del progetto. La borsa viene analizzata nella sua natura primaria di architettura portatile gestita dal principio fondamentale del «contenere e trasportare».
L’evoluzione delle forme materiali (la transizione dai tessuti operati alle pelli pregiate, fino all'introduzione delle resine sintetiche e dei metalli) testimonia in modo diretto i mutamenti socio-economici e la reperibilità delle materie prime. Particolarmente stringente risulta il nesso tra le modifiche morfologiche dell’oggetto e il processo di emancipazione femminile. L’apparizione di manici più saldi, l’integrazione della tracolla e l’introduzione di sistemi di chiusura complessi tracciano con precisione la progressiva occupazione da parte della donna dello spazio urbano, lavorativo e collettivo. L’elemento di maggior rigore metodologico risiede nella costruzione del repertorio iconografico, che avvalora il testo mediante 350 immagini. La curatela evita le consuete riprese da passerella e il linguaggio visivo patinato proprio delle campagne pubblicitarie per attingere agli archivi visivi della pittura, del cinema e della fotografia documentaria. Il linguaggio visivo opera come testo critico parallelo. La postura di una mano attorno alla chiusura o la posizione di una tracolla registrano con precisione scientifica i codici di comportamento, la classe sociale e la gestualità delle diverse epoche. Ritratti d’epoca con scatti di attrici della cultura mediatica italiana come Ornella Vanoni e Raffaella Carrà dialogano senza gerarchia con documenti fotografici di figure anonime riprese nella quotidianità del lavoro o dello spostamento.
Il testo evidenzia come, se l'abito rappresenta la costruzione della maschera sociale, la borsa ne custodisca i documenti probatori. Rispetto all'immobilità del mobilio domestico, la borsa possiede la peculiarità dell'itineranza. Si propone come uno scomparto intimo esposto alla contingenza del mondo esterno. Ad arricchire la cornice teorica dell’opera concorrono il saggio introduttivo del filosofo Emanuele Coccia e i contributi critici di Beatrice Manca. Il volume di 256 pagine si attesta strumento di consultazione destinato ad analisti del costume, curatori, storici del design, studenti ed anche agli appassionati e non del settore.
Gioia Meli
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