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Courtesy Afa & Levi’s. Foto Colonna Luigi

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Courtesy Afa & Levi’s. Foto Colonna Luigi

Il tessuto come sostrato socio-politico: la riscrittura del denim

La sinergia tra Afro Fashion Association e Levi’s converge in un’installazione a cantiere aperto che interroga le dinamiche di rappresentazione, lavoro e stratificazione culturale dei talenti Bipoc

Il progetto «Voices of Denim: A Living Cultural Language», scaturito dalla collaborazione tra Afro Fashion Association e il marchio Levi’s, trova fino al 2 ottobre una declinazione rigorosamente installativa negli spazi milanesi di Casa degli Artisti. La mostra nasce dalla spinta di Afro Fashion Association, organizzazione non profit fondata nel 2015 attiva tra l’Italia e l’Africa subsahariana, guidata da volontari e diretta da Michelle Francine Ngonmo. L’associazione opera nell’ambito della moda e delle arti visive come strumenti di crescita sostenibile e scambio interculturale, promuovendo il lavoro di talenti emergenti africani e della diaspora Bipoc (acronimo di Black, Indigenous and People of Color, il termine è nato in seguito ai movimenti di protesta Black Lives Matter) per favorire un’equa rappresentazione e l’inclusione nei settori creativi italiani e internazionali. Il risultato di questo percorso di ricerca durato un anno si distanzia consapevolmente dalle convenzioni commerciali del dell’abbigliamento per configurarsi come critica. La tela di cotone rinforzato si fa bagaglio di memoria collettiva e resistenza socio-culturale. 

L’architettura espositiva, curata da Jordan Anderson, assume la conformazione concettuale di uno spazio in divenire rifiutando la staticità e la neutralità del white cube. Il percorso si articola attraverso ponteggi in acciaio verniciato rosso, superfici in multistrato, reti metalliche, corde e teli in denim provenienti da utilizzi precedenti. Tutti i vari progetti affollano la navata espositiva, capovolgendo la relazione canonica tra supporto e contenuto. Ciò che tradizionalmente sostiene l’esposizione diventa l’oggetto stesso dell’indagine visiva. L’allestimento procede per opacità e velature, costringendo lo sguardo del visitatore a variare continuamente prospettiva e a penetrare la trama fisica dello spazio. In questo contesto, l’incompiuto assume un valore interpretativo, rispecchiando l’evoluzione identitaria e mai definitiva delle nuove generazioni di creativi Bipoc coinvolti.

La selezione dei manufatti presenti in mostra nasce dal confronto dialettico tra i giovani talenti e un collettivo di mentor del panorama culturale e moda contemporaneo, tra cui figura Francesca Ragazzi. L’impiego di materiali deadstock (materiali inutilizzati o invenduti) forniti da Levi’s ha permesso di sviluppare look manifesto e installazioni in cui la fibra tessile trattiene la traccia del proprio uso passato per ricomporsi in configurazioni inedite. La materia viene decontestualizzata mediante processi di manipolazione e sovrapposizione, trasformando il capo d’abbigliamento in una struttura plastica autonoma. Il concetto di riuso assume una dimensione ontologica; la cicatrice del tessuto e la stratificazione d’archivio divengono metafore visive di corpi, migrazioni e memoria.

Nel lavoro di Francis Nathan Abiam (Afran), intitolato «Vestito Metafisico Femminile», il denim recuperato perde ogni vincolo funzionale e si erge a scultura corporea, sollecitando una riflessione sul superamento delle etichette sociali attraverso la stratificazione delle cuciture. A questa tensione formale risponde la declinazione politica del vestimentario proposta da Nana Brenu. Con la sua creazione «Re-dressing Power», il designer ghanese rilegge il completo sartoriale attraverso la lente dei movimenti di indipendenza africani e la simbologia Adinkra, elevando il jeans a manifesto di emancipazione e autodeterminazione. L’indagine si estende anche all’archeologia del quotidiano con la ricerca di Marzio Villa e Thais Montessori Brandao, le cui «Future Relics» assumono il tessuto contemporaneo come reperto del futuro, affidando alle alterazioni della materia il compito di narrare i valori di un’epoca. La dimensione transdisciplinare trova ulteriore rilievo nella scultura di Christopher Veggetti, «I Bambini», in cui l’innesto del denim sul calco in gesso e cemento del putto classico italiano formula una metafora sulle minoranze etniche.

A completare questa geografia visiva interviene la dimensione sonora. L’apertura della mostra è stata accompagnata dal dispositivo sonoro Echoes & Frequencies delle DJ Polly & Pamy, la cui architettura acustica per sassofono ed elettronica ha guidato il corpo del visitatore all’interno della mostra. 

Gioia Meli, 30 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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