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Installazione di Goshka Macuga nella sezione Unlimited di Art Basel 2026, Basilea

Courtesy di Kate MacGarry, Galerie Rüdiger Schöttle e Vistamare e di Art Basel

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Installazione di Goshka Macuga nella sezione Unlimited di Art Basel 2026, Basilea

Courtesy di Kate MacGarry, Galerie Rüdiger Schöttle e Vistamare e di Art Basel

La febbre delle fiere d’arte: quando l’eccesso mette il sistema alla prova

Il calendario internazionale continua a moltiplicare appuntamenti, viaggi e costi, eppure non esiste ancora uno strumento altrettanto efficace per raggiungere in pochi giorni acquirenti e mercati globali. Collezionisti, galleristi e direttori si interrogano sulla saturazione di un modello che resta indispensabile: il problema non è più quante fiere esistano, ma quali abbiano ancora qualcosa di specifico da offrire

La calda pausa estiva si è consumata in fretta e, con settembre, il mercato dell’arte ha subito ripreso a macinare. Come un nuovo anno scolastico, anche la stagione fieristica è tornata puntuale sui banchi, con un calendario fitto di appuntamenti che, da oriente a occidente, scandirà l’autunno e ci accompagnerà fino alla fine dell’anno. Solo per ricordare le fiere principali, si è partiti dall’Asia con le settembrine Frieze Seoul e Kiaf, seguite da Tokyo Gendai, per poi attraversare l’Atlantico e approdare a New York con Independent, seguita dal The Armory Show e in Europa con FAB Paris e la fiorentina Biaf. Il mese di ottobre rilancia con la ricca offerta di Frieze London e Frieze Masters, PAD London, Asia NOW - Paris Asian Art Fair, Design Miami Paris, Paris Internationale, Art Basel Paris, Akaa - Also Known as Africa. L’Italia non rimane certo a guardare: sempre questo mese aprono Mercanteinfiera, ArtVerona, Flashback e Artissima.

A novembre arriveranno Art Cologne, Paris Photo e la prima, attesissima, edizione di Frieze Abu Dhabi, prima del gran finale affidato, come da tradizione, ad Art Basel Miami Beach. Ma questi, come anticipato, sono solo i nomi altisonanti perché attorno ad essi gravitano altre iniziative che, pur lontane dai riflettori delle grandi manifestazioni internazionali, contribuiscono a comporre un’agenda sempre più articolata. Un’autentica maratona che, tra grandi piazze e appuntamenti più specialistici, promette di mettere nuovamente alla prova il polso del mercato. The Art Basel and UBS Art Market Report 2026 riporta che nel 2025 gli Stati Uniti si sono confermati il principale mercato nazionale per le fiere, rappresentando il 23% del loro numero totale tenutisi nell’anno. L’Europa è rimasta la regione con il maggior numero di fiere (54%), mentre l’Asia ne ha ospitato l’11% di quelle mondiali. Eppure, dal 2019 al 2025, il Nord America ha perso 22 eventi e l’Europa ne ha persi 28 (11 solo nel Regno Unito). Qualcuno se n’era sinceramente accorto? Probabilmente no: difficile percepire una contrazione quando il calendario continua a restituire l’impressione di un’offerta inesauribile, fatta di nuove aperture, nuove destinazioni e appuntamenti che si accavallano senza soluzione di continuità.

A fronte di una riduzione quantitativa, paradossalmente, la sensazione è quella di una proliferazione: le fiere sono così tante che la scomparsa di alcune finisce per passare inosservata. D’altra parte, se il numero complessivo degli appuntamenti si è ridotto in alcune delle piazze fieristiche più consolidate, l’Oceania, il Medio Oriente e l’Africa ne hanno guadagnati due ciascuno e l’Asia ha registrato cinque nuove fiere nello stesso periodo. Lo stesso report attesta che tra i galleristi che hanno esposto ad almeno una rassegna nel 2024 o nel 2025, il numero medio di appuntamenti frequentati è stato di tre in entrambi gli anni.

Le realtà più grandi hanno riportato una media di sette partecipazioni nel 2025, stabile rispetto al 2024 e leggermente superiore al 2019. Si tratta di un livello più di tre volte superiore a quello delle gallerie con un fatturato inferiore a 500mila dollari, che hanno registrato una media di due fiere (in calo rispetto alle tre del 2019). Se i tagli hanno dunque interessato soprattutto la fascia più bassa del settore, nella fascia più alta, al contrario, le partecipazioni sono state significative. La fiera sembra insomma conservare intatto il proprio ruolo di infrastruttura commerciale e relazionale del mercato e soprattutto per i galleristi più strutturati, esserci continua a essere, per così dire, necessario.

Per Stefano Rabolli Pansera, direttore di Salon Monte-Carlo (Art Monte-Carlo), della Bangkok Kunsthalle e di Khao Yai Art Forest, il problema oggi è che all’aumento dell’offerta non corrisponde necessariamente una maggiore varietà. «Quello che vediamo sempre più spesso è “more of the same”: gli stessi artisti, le stesse gallerie e spesso opere molto simili che circolano da una fiera all’altra». I costi di trasporto, assicurazione, personale, viaggi e allestimento spingono inoltre le gallerie a proporre ciò che il mercato ha già convalidato, riducendo lo spazio per la sperimentazione. Secondo Rabolli Pansera a farne le spese è «quella fascia di gallerie che storicamente ha svolto un ruolo fondamentale: realtà abbastanza solide da accompagnare la carriera di un artista nel lungo periodo, ma abbastanza indipendenti da poter ancora assumere rischi». Sul fronte dell’acquisto poi «al desiderio di costruire una collezione nel tempo si sostituisce la tentazione di un acquisto continuo, rapido e compulsivo». La questione allora è «avere il coraggio di chiedersi se sia possibile creare meno occasioni, ma migliori».

Tema condiviso, seppure da una prospettiva diversa, da Marisa Chearavanont, collezionista, fondatrice e presidente della Khaoyai Art Social Enterprise. «Ritengo che la globalizzazione delle fiere d’arte rappresenti un’evoluzione positiva sotto molti aspetti. Ha aperto il mondo dell’arte a nuove aree geografiche, ha garantito maggiore visibilità ad artisti e gallerie al di fuori dei centri tradizionali e ha offerto ai collezionisti l’accesso a prospettive che altrimenti non avrebbero mai potuto conoscere. Allo stesso tempo, temo che stiamo raggiungendo un punto di saturazione. Quando il calendario diventa inarrestabile, l’arte rischia di essere vissuta troppo frettolosamente. I collezionisti passano da una fiera all’altra, le gallerie devono affrontare pressioni finanziarie e logistiche sempre maggiori e l’incontro con l’arte può diventare più una questione di stare al passo che di prendersi il tempo per osservare davvero, comprendere ed entrare in sintonia con l’opera». La soluzione? «Creare un ritmo più sano per l’intero ecosistema artistico internazionale». Secondo la collezionista infatti una maggiore coordinazione, e in alcuni casi un formato biennale, potrebbero permettere una preparazione più accurata e una partecipazione più significativa.

Per la gallerista Francesca Minini, che partecipa regolarmente a rassegne come Art Basel, The Armory Show, Frieze London, Arco e ArteFiera, le fiere restano fondamentali per far conoscere gli artisti e incontrare nuovi collezionisti, ma è necessario privilegiare gli appuntamenti capaci di ampliare la clientela e costruire relazioni durature. Anche Federica Beretta, Global Director di Opera Gallery, sottolinea che le fiere rappresentano una quota importante del fatturato delle gallerie e, insieme all’aspetto commerciale, offrono occasioni per incontrare collezionisti e rafforzare il posizionamento della galleria. «Cerchiamo soprattutto di capire come parteciparvi nel modo più efficace e pertinente possibile, valutando attentamente ogni appuntamento». Per il gallerista Fabrizio Padovani (P420) il paradosso è ancora più evidente. «Lamentarsi del calendario fieristico è diventato lo sport preferito del sistema dell’arte», osserva, mentre le fiere continuano ad attirare gallerie e pubblico. La sua galleria da settembre ha messo in agenda la partecipazione a The Armory Show, Frieze London, Art Basel Paris, Artissima e Frieze Abu Dhabi. «È un costo altissimo? Sì. È un rischio? Sì. È un tritacarne in termini di energie e lavoro? Assolutamente sì». Ma, precisa che oggi non esiste nulla di alternativo altrettanto efficace: «Nessun altro strumento ti permette di raggiungere un mercato globale e un collezionismo così ampio nel giro di quattro giorni». 

Per alcuni dealer, quindi, la risposta alla super offerta delle fiere parrebbe quella di non ridurne il numero ma di scegliere bene, concentrando risorse ed energie sugli appuntamenti capaci di generare visibilità, nuovi contatti e relazioni durature con i collezionisti. Una posizione analoga arriva da Magnus Renfrew, cofondatore di ART SG a Singapore, che interpreta l’espansione delle fiere come conseguenza dell’internazionalizzazione del mercato e della nascita di nuove comunità di collezionisti, soprattutto nel Sud-Est asiatico. A suo giudizio, continueranno a essere rilevanti le fiere capaci di offrire «uno scopo ben definito, un pubblico ben identificato e una significativa rilevanza regionale». È una direzione che sembra guidare anche le strategie delle singole manifestazioni. Kyla McMillan, direttrice di The Armory Show, sottolinea la necessità di mantenere un profilo riconoscibile, senza rinunciare alla capacità di intercettare pubblici e generazioni diversi: «The Armory Show intende mantenere un’identità precisa, capace al tempo stesso di rispondere agli interessi dei collezionisti locali e internazionali. La fiera ha sempre privilegiato pluralità e accessibilità, investendo tanto nelle gallerie che partecipano da lungo tempo quanto nelle realtà più giovani ed emergenti».

Più articolata è la posizione di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, collezionista, fondatrice e presidente della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino. A suo avviso, la fiera globale, affermatasi nella seconda metà degli anni Novanta, è espressione del fenomeno della globalizzazione, sviluppatosi parallelamente alla moltiplicazione delle Biennali. Nel corso degli anni, tuttavia, il suo ruolo si è progressivamente ampliato: non più soltanto un luogo di compravendita, ma anche «spazio di esperienza, di scoperta e di conoscenza». Anche le modalità di acquisto sono cambiate. Le acquisizioni possono essere definite già prima dell’apertura della fiera, oppure prendere avvio durante la manifestazione e concludersi in un secondo momento. Se, dunque, la funzione delle fiere si è ampliata, resta però il problema della loro crescente proliferazione. Su questo punto, la posizione di Sandretto Re Rebaudengo è netta: «L’offerta di fiere è senza dubbio sovradimensionata: gallerie e collezionisti sono chiamati a fare un’attenta selezione, per ragioni economiche innanzitutto ma anche per coerenza con le proprie linee e strategie». Le fiere insomma possono essere sovrabbondanti e, contemporaneamente, continuare a essere indispensabili. Per le gallerie restano uno strumento commerciale difficilmente sostituibile, mentre per i collezionisti possono essere tanto luoghi di scoperta quanto occasioni di sovraccarico. Il punto, forse, non è più stabilire quante fiere siano troppe, ma capire quali abbiano ancora qualcosa di specifico da offrire.

Monica Trigona, 10 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Monica Trigona

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