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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliA vent’anni dalla scomparsa, la figura di Mimmo Rotella rischia ancora la gabbia dorata dell’equivalenza automatica, quella per cui il suo nome evoca all’istante il gesto chirurgico e violento del décollage, la pelle dei muri strappata. A disinnescare la tentazione di questo omaggio ci pensa la Fondazione a lui intitolata, orchestrando con la curatela di Alberto Fiz una dislocazione geografica e concettuale in tre tappe, Catanzaro, Padova e Milano. Rotella, uno dei più importanti artisti italiani del secondo dopoguerra, celebre a livello internazionale per aver inventato e teorizzato la tecnica del décollage, non è stato il semplice esecutore di uno strappo quanto l'interprete di una profonda e ininterrotta corrosione dell’immagine. Se la strada negli anni Cinquanta gli si era rivelata come un museo involontario a cielo aperto, la sua vera grandezza risiede nella capacità di non essersi mai accontentato della prima intuizione, continuando a rincorrere, decennio dopo decennio, le continue mutazioni del paesaggio mediale. A Catanzaro, negli spazi severi del Complesso Monumentale di San Giovanni, questa idea prende la forma della dilatazione spaziale. «Monumentale», 8 ottobre - 8 gennaio, mette in scena la produzione che va dagli anni Ottanta sino all'estremo limite del 2005, dimostrando come lo strappo originario si sia progressivamente evoluto in un’architettura visiva dal respiro quasi ambientale. Quando la superficie di un'opera come «Pan Am» sfiora i cinque metri o la grana iconica di «Ikarus» si impone con la sua presenza scultorea, non si è più di fronte alla «nostalgia del cartellone pubblicitario usurato» ma è la sovrastruttura della comunicazione di massa che si fa ambiente, scultura, peso fisico. Il décollage infatti qui dialoga con la sovrapittura e i supporti metallici, trasformando la stratificazione del consumo in una presenza monumentale.
Mimmo Rotella, «Ikarus», 1999
Se il capitolo calabrese indaga la dimensione macroscopica e tardiva della sua opera, la tappa padovana ai Musei Eremitani con «Erotellique» (29 novembre - 19 marzo 2027)svela la carne nervosa e il respiro intimo degli anni Settanta. È il periodo del soggiorno parigino, la fase in cui Rotella sospende la furia dello strappo per dedicarsi alla sottigliezza concettuale dell’effaçage e del frottage. Nel clima saturo di slanci e contraddizioni post-Sessantotto, il maestro catanzarese inventa una parola-talismano, erotellique, per definire una ricerca in cui l’erotismo, la moda e la pubblicità smettono di essere meri soggetti per diventare fluidi corporei della pittura stessa. Cancellare parzialmente un’immagine o sfregare la materia per trasferirne la trama sulla tela significa compiere un atto di appropriazione quasi feticistica, dove la critica al sistema dei media passa attraverso una seduzione tattile e una continua messa in discussione dell'identità visiva.
Infine, l'approccio milanese con «On the road» chiude il cerchio tornando alla sorgente primordiale: la strada. Richiamando il ritmo beat di Kerouac, il progetto riporta alla luce il rapporto viscerale tra Rotella e la rugosità dell'asfalto, esponendo i retro d’affiche degli esordi accanto ai lavori su lamiera e a innesti multimediali. È la conferma che la strada per Rotella è stata una matrice filosofica, un archivio vivo di tracce, polvere e memorie sovrapposte. L'operazione guidata da Fiz restituisce così un artista irriducibile alla comoda etichetta di «Pop art italiana»: Rotella emerge da questo trittico espositivo come un autore eccezionale che ha saputo far del consumo un’epifania visiva e della ferita del manifesto una delle più vitali delle forme d'arte.
Monica Trigona
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