Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Antoine De Pienne su disegno di Charles Dauphin, Vittorio Amedeo II di fronte alla Cavallerizza, 1675, Torino, Archivio Storico della Città, Collezione Simeom

Image

Antoine De Pienne su disegno di Charles Dauphin, Vittorio Amedeo II di fronte alla Cavallerizza, 1675, Torino, Archivio Storico della Città, Collezione Simeom

La Cavallerizza Reale • Acrobati, ufficiali e cavalieri

Da Vittorio Alfieri a Cavour, da Favorito a Miss Ella: vite, personaggi e storie della zona di comando

Vittorio Alfieri ha solo nove anni e mezzo quando, nell’estate del 1758, lascia la casa materna di Asti per entrare nell’istituto destinato alla formazione dei giovani nobili: l’Accademia Reale di Torino. «A un tratto trapiantato in mezzo a persone sconosciute e abbandonato per così dir a me stesso», così ricorderà ne «La Vita» lo spaesamento di quel bambino catapultato in un mondo estraneo, regolato da gerarchie, disciplina e nuove consuetudini. Ma saranno proprio le pagine malinconiche del futuro tragediografo a restituirci, meglio di molte descrizioni ufficiali, la vita nella Cavallerizza del Settecento. Gli allievi sono distribuiti in tre «appartamenti», distinti per età, studi e gradi di libertà. Alfieri comincia dal terzo, riservato ai più giovani e sottoposto alla rigida disciplina che alimenta il suo disagio. Tutt’altra vita si conduce nel primo, dove arriverà nel 1763: vi soggiornano soprattutto giovani aristocratici stranieri, sottoposti a regole molto più blande, con una parte della stessa ala riservata ai paggi del re. Qui si possono indossare abiti più ricercati, leggere romanzi francesi, frequentare nuovi amici, uscire e viaggiare più spesso, partecipare alla vita di corte e ai teatri. Agli occhi del piccolo Alfieri, costretto ogni giorno ad attraversare le gallerie con i compagni degli appartamenti inferiori, quella è una «sfrenata e insultante libertà» che stride con la severità di un sistema ribattezzato «Galera» e che lo porterà a definire l’Accademia un «albergo di non studi».

L’atto fondativo dell’Accademia Reale, futura Cavallerizza, è promulgato nel 1677-78 dalla reggente Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours. Il modello è quello delle accademie cavalleresche diffuse nell’Europa centro-settentrionale, dove alle materie teoriche si affianca tutto ciò che serve alla formazione del gentiluomo: lingue, matematica, geografia e diritto, ma anche danza, scherma ed equitazione. L’obiettivo non è necessariamente formare un ufficiale, bensì preparare giovani aristocratici destinati alla diplomazia, all’amministrazione, alla carriera ecclesiastica o alla vita di corte. Nell’Europa aristocratica del Sei e Settecento saper cavalcare significa padroneggiare un codice sociale. Il cavallo è presente nella guerra, negli spostamenti, nella caccia e nelle cerimonie e il modo di stare in sella rivela rango, disciplina, controllo ed eleganza.

Nel 1730 Vittorio Amedeo II riforma l’Accademia, riorganizzandone studi e disciplina: dopo l’ascesa dei Savoia al rango regio, la formazione del gentiluomo deve adeguarsi alla nuova dimensione della corte. Quando il piccolo Vittorio Alfieri arriva a Torino, trova dunque un’istituzione fondata su una più strutturata idea di educazione aristocratica. L’Accademia Reale era diventata una tappa della formazione delle élite europee, frequentata da piemontesi, inglesi, scozzesi, irlandesi e molti altri «ricchi forestieri». Gli allievi potevano frequentare l’Università, assistere alle lezioni, incontrare diplomatici e vivere a stretto contatto con la corte sabauda.
Tra gli importanti giovani nobili inseriti nelle reti culturali e sociali del tempo che approdano a Torino c’è il britannico James Roper Head, rampollo di una famiglia aristocratica inglese, ammesso nel 1778 al primo «appartamento» e nello stesso anno accolto tra i nuovi adepti della St. Jean de la Mystérieuse, la prima loggia massonica torinese, fondata nel 1765. Nella loggia, un mondo formalmente guardato con sospetto dalla monarchia sabauda, ma di fatto tollerato a corte, si entra attraverso un rito di iniziazione e si procede nei gradi di apprendista, compagno e maestro; alle cerimonie, scandite da simboli come squadra e compasso, si affiancano discussioni di filosofia, matematica, scienze ed esoterismo. Nella Mystérieuse si incontrano infatti aristocratici, militari e alcuni degli scienziati che daranno vita all’Accademia delle Scienze, sostenuti dallo stesso Vittorio Amedeo III.

Carlo Sciolli, Interno dell’Accademia Militare, 1820, Archivio storico della Città, Torino

Labores Herculei, In Vües des Palais, Batimens fames, Places, Mascarades, et Autres Beautés Singulières de la Ville de Vénise, 1762

La vita dell’Accademia non si esaurisce, però, nella sua funzione formativa. Nello «Spaccato del Regio Teatro», incisione del 1761, alcuni giovani giocano al pallone col bracciale: uno sport molto diffuso tra Sei e Ottocento, in cui la palla viene colpita con un cilindro di legno infilato sull’avambraccio. In Piemonte si disputano vere competizioni tra città, seguite da un pubblico numeroso e appassionato. Anche gli spettacoli animano la vita intorno alla corte: giocolieri, acrobati, prestigiatori e artisti itineranti arrivano a Torino in cerca del favore reale, prima di potersi esibire davanti a un pubblico più vasto. Le richieste di presentare i propri numeri al sovrano lasciano traccia nei dispacci diplomatici dell’epoca, dai quali affiorano personaggi come l’«incomparabile signor Colpi», acrobata veneziano che nel 1761 arriva a Torino con le sue «forze di equilibrio»: esercizi di forza, destrezza e controllo del corpo eseguiti su piattaforme sospese, legati alla tradizione veneziana delle «Forze d’Ercole», celebri soprattutto per le spettacolari piramidi umane. Qualche anno più tardi è la volta di Philip Jones, giocoliere e prestigiatore noto per la «destrezza e agilità di mani»: la sua esibizione colpisce a tal punto Vittorio Amedeo III che il sovrano gli dona 500 lire, una somma con cui all’epoca si poteva acquistare un feudo in Piemonte. 

Alla fine del Settecento la Rivoluzione francese e le guerre napoleoniche spezzano per sempre il mondo dell’Ancien Régime e con esso quella società fondata su rango e privilegio, organizzata intorno alla corte e al servizio del sovrano. Al gentiluomo di corte, definito da nascita e status, si sostituisce progressivamente l’ufficiale, formato attraverso disciplina e competenze tecniche. Il 2 novembre 1815 Vittorio Emanuele I istituisce ufficialmente la Regia Accademia Militare, dai cui cortili passeranno alcuni dei principali protagonisti del Risorgimento. Tra i primi allievi della nuova Accademia c’è Alfonso La Marmora, che vi entra nel 1816 a soli undici anni e pochi mesi dopo diventa paggio d’onore di Vittorio Emanuele I. Allievo inizialmente senza risultati particolarmente brillanti, vive una formazione ancora sospesa tra l’antica educazione di corte e la nuova preparazione militare: a quindici anni è già cadetto e sceglie l’artiglieria, costruendo negli anni successivi una preparazione soprattutto tecnico-militare. Studia l’artiglieria e viaggia in Europa per osservare l’organizzazione degli eserciti stranieri, fino a diventare uno degli artefici della modernizzazione dell’esercito piemontese. Quattro anni dopo è la volta di Camillo Benso di Cavour: non ha ancora dieci anni quando entra all’Accademia e mostra presto quell’insofferenza alla disciplina che gli procura frequenti contrasti con i superiori. Nel 1824 il padre gli ottiene il posto di paggio di Carlo Alberto, ma Camillo mal sopporta l’etichetta di corte e soprattutto la livrea rossa, che considera un simbolo di servilismo e paragona a quella di un «gambero». Negli studi, invece, eccelle: si appassiona soprattutto alla matematica e alle scienze esatte, segue le lezioni di Giovanni Plana e a quindici anni arriva primo agli esami con 199 punti su 200. Nel 1826 lascia l’Accademia per il Corpo del Genio. La carriera militare sarà breve, ma quella formazione tecnica sembra già anticipare l’interesse che Cavour mostrerà per ferrovie, infrastrutture, agricoltura e modernizzazione economica.

Jean-Démosthène Dugourc (disegno di), Vue du Cirque Olympique de M.M. Franconi avec plusieurs scènes du Tailleur

Ella Zoyara, 1863 ca, Pleasantville, Meserve-Kunhardt Collection

Favorito, Musei Reali, Torino

Mentre l’Accademia forma ufficiali, tecnici e uomini di Stato, gli spazi della Cavallerizza si aprono sempre più allo spettacolo. Dal 1849 nell’area si insedia il Circo Olimpico, ispirato al celebre Cirque Olympique fondato a Parigi da Antonio Franconi, uno dei modelli dello spettacolo equestre europeo. Nel 1857 Torino si dota anche di un vero circo stabile: il Regio Ippodromo Vittorio Emanuele II, costruito sugli spalti dei bastioni demoliti, nell’area dell’attuale Auditorium Rai, per ospitare spettacoli equestri e atletici. A inaugurarlo, il 9 maggio, è la compagnia di Gaetano Ciniselli, uno dei maggiori cavallerizzi e impresari dell’epoca. Ciniselli tornerà più volte a Torino e Vittorio Emanuele II concederà alla sua compagnia il titolo di «Reale», donandogli anche alcuni cavalli delle scuderie di corte, che il cavallerizzo addestrerà e presenterà davanti al sovrano. Il nuovo Ippodromo non conquista però subito i torinesi, la «Gazzetta del Popolo», ironizzando sulla sua architettura, lo ribattezza presto «l’ippopotamo».Nell’Ippodromo si tengono anche lezioni di nautica, ginnastica, scherma ed equitazione per la ricca borghesia torinese. Sulla pista si esibiscono grandi compagnie equestri: una conta 18 uomini, 12 donne e 50 cavalli, affiancati da pagliacci e professionisti provenienti dal Cirque Olympique di Parigi. Tra il 1856 e il 1857 arriva a Torino uno dei personaggi più singolari della sua storia. Si presenta come Miss Ella, o Ella Zoyara, cavallerizza americana che sta conquistando i pubblici europei con spericolati esercizi di volteggio: salti e pirouettes accompagnati da «concertisti di campane scozzesi». La sua fama è tale che già nel 1855 Johann Strauss le dedica la «Ella-Polka». Anche Vittorio Emanuele II ne rimane affascinato: la corteggia senza successo e arriva persino a regalarle uno stallone. Dietro il nome di Miss Ella c’è infatti Omar Kingsley, artista americano formato fin da giovanissimo nell’arte equestre e presentato al pubblico come donna. La sua identità maschile, a lungo tenuta segreta, non ne interromperà però la carriera: Kingsley continuerà a esibirsi nei circhi internazionali utilizzando la celebre identità di Ella Zoyara.Il cavallo più famoso, passato per le scuderie della Cavallerizza, non è stato però quello di Ella, ma il destriero prediletto di Carlo Alberto. Si chiama Favorito e ha accompagnato il sovrano nelle campagne del 1848-49, fino alla sconfitta di Novara e all’abdicazione. Lo ha seguito anche nell’esilio a Oporto e al corteo funebre del re, il 18 ottobre 1849, sfilava immediatamente dietro il feretro, condotto a mano da un palafreniere e coperto da una gualdrappa nera. Da quel giorno ha vissuto ancora una ventina d’anni, alloggiato nelle scuderie reali di Torino insieme a Byron, l’altro cavallo da guerra di Carlo Alberto che aveva ancora nella gamba una pallottola e sulla coscia il segno di una cannonata. Dopo la morte di Favorito, Giovanni Tamone ne riprodusse la forma in una struttura lignea, rivestendola con la sua stessa pelle. Ancora oggi è conservata nella Rotonda dell’Armeria Reale con i finimenti indossati nella battaglia di Novara: quasi una reliquia laica della monarchia militare sabauda.

Alla nascita del Regno d’Italia, l’Accademia è ormai soprattutto la scuola degli ufficiali di Artiglieria e Genio e anche gli spazi della corte cambiano funzione. Nel 1864, nei Giardini Bassi, Vittorio Emanuele II, grande appassionato di animali, apre al pubblico un giardino zoologico. Nell’arco di un decennio vengono costruite ottantotto gabbie, circa la metà dotate di spazi all’aperto, due voliere, una gabbia per le scimmie, quattro ricoveri per elefanti e giraffe e una grande vasca. Sono strutture moderne pavimentate in pietra di Luserna e dotate di riscaldamento. Gli animali arrivano direttamente dai luoghi d’origine o dai serragli ambulanti: ci sono elefanti africani e asiatici, orsi, antilopi e lama. Il capo custode Giuseppe Capietti abitua gli elefanti a collaborare con gli uomini e un’elefantessa viene persino addestrata a trainare, d’inverno, uno spartineve lungo i viali del giardino. In una fotografia di Giacomo Brogi del 1870, conservata alla Biblioteca Reale, si vedono antilopi e lama davanti ai bastioni, con la Mole Antonelliana in costruzione sullo sfondo. In poche centinaia di metri convivono l’antica corte, l’Accademia militare, i cavalli, gli animali esotici. Ma il futuro è ormai alle porte e la Torino moderna cresce tutto intorno.

Giacomo Brogi, Veduta parziale del Reale Giardino Zoologico di Torino, 1865 ca, Torino, Biblioteca Reale – Musei Reali

Omar Kingsley con due cavalli, seconda metà XIX secolo

Il Capo Custode del Real Giardino Zoologico di Torino Giuseppe Capietti, all’interno della gabbia del leone, 1870

Jenny Dogliani, 14 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Jenny Dogliani

Leggi i suoi articoli

Altri articoli dell'autore

Una storia parallela alla fotografia d’autore mostra come la tecnica influenzi il linguaggio, la selezione costruisca memoria e la perdita del contesto apra le immagini a nuovi significati

Si inaugura domenica 11 ottobre «Piazza del Chafleo» di Iván Argote, la terza edizione di Radis, il progetto della Fondazione Arte CRT che porta l’arte nei piccoli centri del Cuneese

Una serie di dialoghi ispirati a Fancy: A Flexible, Acrobatic Body e al pensiero di Martha C. Nussbaum, tema della 33ma Artissima, per interrogare il mestiere del gallerista e la sua capacità di immaginare e costruire il futuro

Una serie di dialoghi ispirati a Fancy: A Flexible, Acrobatic Body e al pensiero di Martha C. Nussbaum, tema della 33ma Artissima, per interrogare il mestiere del gallerista e la sua capacità di immaginare e costruire il futuro

La Cavallerizza Reale • Acrobati, ufficiali e cavalieri | Jenny Dogliani

La Cavallerizza Reale • Acrobati, ufficiali e cavalieri | Jenny Dogliani