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Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliDal 10 novembre al 24 gennaio 2027, Palazzo Strozzi a Firenze presenta «Burrowed», la prima personale presso un’istituzione italiana dedicata a Joanna Piotrowska (Polonia, 1985), ideata appositamente per il Project Space del palazzo con un nuovo nucleo di opere e curata da Leonardo Bigazzi. Promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi, la mostra conta tra i sostenitori privati Fondazione CR Firenze, Intesa Sanpaolo, Fondazione Hillary Merkus Recordati e il Comitato dei Partner di Palazzo Strozzi. Abbiamo intervistato l’artista.
Può spiegare il termine «Burrowed», titolo della mostra?
«Burrowed» può descrivere una creatura che vive in uno spazio sotterraneo. Quando penso a questa parola, immagino non solo un animale che vive in una tana, ma anche uno spazio psicologico sotterraneo, un luogo di repressione e del subconscio. Mi piace il modo in cui questa parola evoca una sensazione corporea: la sensazione di essere al riparo e nascosti, ma anche di provare claustrofobia, di essere confinati o intrappolati. Queste associazioni si collegano a molti dei pensieri e delle riflessioni, spesso contraddittorie, che nutro sulla vita domestica e, più in generale, sulla vita stessa: la nostra ricerca di conforto e sicurezza; il delicato equilibrio tra libertà e dipendenza che deriva dall’essere in relazione con gli altri; e le paure e le ansie che rimangono sepolte nel nostro subconscio, permettendoci di andare avanti sotto l’illusione della pienezza e della felicità. «Burrowed» è una singola parola che racchiude una moltitudine di significati, tensioni e possibilità.
Tra il 1797 e il 1802, Friedrich Schlegel scrisse nei suoi «Frammenti»: «Molte opere degli antichi sono diventate frammenti; molte opere dei moderni sono frammenti fin dal momento della loro creazione». Mi sembra che ciò si adatti bene ad alcune delle sue opere, in cui il frammento è significativo per l’insieme (si tratta di un concetto fondamentale nella scultura di Rodin). In altre, invece, il frammento rimanda più specificatamente alla componente psicoanalitica: mi riferisco ai collage in cui le immagini sono tratte da contesti diversi. Esiste un duplice approccio?
È una bellissima citazione. Grazie per averla riportata. È interessante pensare a un frammento sia come a un residuo di qualcosa sia come a qualcosa di completo in sé. Mi piacciono domande come questa perché mi aiutano a comprendere le mie immagini, specialmente dopo aver realizzato un nuovo lavoro. Spesso ho la sensazione che l’immagine che catturo mi preceda, che venga prima del mio riflettere su di essa. Ho bisogno di tempo per capire ciò che è stato fotografato o incollato nel collage. La maggior parte delle opere in mostra non nasce da un approccio razionale, ma sono puramente intuitive. Sento che la mia identità è plasmata sia da ciò che rimane costante nel tempo, sia da frammenti di esperienze e tratti caratteriali che non necessariamente formano un insieme coerente. Forse è anche per questo che mi dedico al collage. Lei parla di dualità, e direi che il mio approccio non è certamente univoco, ma non è nemmeno semplicemente duale. A volte è non binario; altre volte, polifonico. I frammenti provengono da ambiti diversi. A volte si sostengono a vicenda; altre volte, creano attrito. Queste opere sono come sogni per me: al loro interno tutto è possibile.
Quali sono, se ce ne sono, i suoi riferimenti nella storia dell’arte? Sente un legame con il Surrealismo o con l’arte simbolista, che contiene già elementi del pensiero junghiano? O magari con una tradizione artistica ancora più antica? Penso a certi simboli legati alla natura effimera delle cose, al concetto di «vanitas».
Ho sempre sentito un forte legame con il Surrealismo, anche prima di avvicinarmi alla psicoanalisi junghiana. Questi legami sono forse più evidenti nei miei collage recenti, in particolare nel modo in cui essi riuniscono «due realtà distanti su un piano sconosciuto» (Max Ernst). Tuttavia, posso rintracciarli anche molto più indietro nel tempo, in opere precedenti come «Frowst», che esprime la mia visione della famiglia nucleare. La sensibilità surrealista in queste opere è evidente non solo nell’atmosfera inquietante creata dalla messa in scena delle figure, ma anche nel loro approccio concettuale di fondo. Allontanandosi dalle rappresentazioni convenzionali della vita familiare e presentando l’ambiente familiare dello spazio domestico in modo inquietante, queste opere cercano di sconvolgere la nostra percezione abituale del quotidiano. In questo senso, attingono a una strategia tipicamente surrealista: attraverso l’estraniamento e la ricontestualizzazione di motivi familiari, mettono in discussione le convenzioni conservatrici, consolidate ed ereditate. Sebbene non abbia tratto ispirazione diretta dalla tradizione delle vanitas, sono stata profondamente influenzata dall’esistenzialismo europeo, alla cui sensibilità ritengo di essere strettamente legata. Entrambi si occupano, in modi diversi, della questione di come vivere di fronte alla mortalità e all’impermanenza.
Qual è il suo rapporto con le immagini d’archivio che include nelle sue opere?
Queste opere offrono un altro modo di confrontarsi con il passato e di esplorare il ruolo della memoria. Quelle che incorporano immagini d’archivio, o che attingono a fotografie scattate da mio padre, sono forse le opere più personali che io abbia mai realizzato.
Mi sembra che dalle sue immagini traspaia una violenza latente: il pugno chiuso, il ramo intrappolato nella rete, ecc. Può dirci qualcosa al riguardo?
Un pugno chiuso è spesso espressione di tensione fisica e non implica necessariamente violenza; spesso può anche esprimere paura. Credo che i miei lavori precedenti fossero incentrati maggiormente sulla violenza psicologica, mentre quelli recenti riguardano più la paura che la violenza.
Laura Lombardi
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