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Allestimento della mostra alla Fondazione Adolfo Pini di Martina Colombi, vincitrice del «Pini Art Prize 2025/26, sezione Ricerca»

Foto Luca Chiaudano

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Allestimento della mostra alla Fondazione Adolfo Pini di Martina Colombi, vincitrice del «Pini Art Prize 2025/26, sezione Ricerca»

Foto Luca Chiaudano

Giuseppe Baslini, il mercante che portò i capolavori milanesi in Europa

Alla Fondazione Adolfo Pini di Milano cinquanta dipinti approdati nei musei stranieri, stampe e documenti inediti ricostruiscono le vicende dell’antiquario che fu protagonista del mercato artistico meneghino dell’Ottocento

Nella Milano del secondo Ottocento, capitale del mercato dell’arte grazie all’afflusso delle molte opere antiche appartenute ai conventi e alle chiese soppresse o alla dispersione delle collezioni di famiglie aristocratiche impoverite dai rivolgimenti politici, una figura dominava su tutte: quella di Giuseppe Baslini (1817-87), uomo di scarsissima cultura ma dotato di un occhio e di un gusto infallibili, oltre che di una notevole spregiudicatezza negli affari. Chiunque in Europa volesse formare una collezione, privato, travelling agent o direttore di museo che fosse, passava nella sua bottega di via Montenapoleone 11, sicuro di trovarvi dei veri capolavori, che spesso «espatriavano» finendo nei grandi musei di Londra, Parigi, Berlino (il famoso storico dell’arte e connoisseur Giovanni Morelli definiva l’attività di Baslini un «perfido commercio», salvo poi rivolgersi regolarmente a lui, che era accreditato presso le più importanti casate lombarde).

A Milano il più facoltoso e il più assiduo dei suoi clienti era Gian Giacomo Poldi Pezzoli, tanto che Wilhelm von Bode, fondatore del museo berlinese che porta il suo nome, sosteneva acidamente che la collezione Poldi Pezzoli in realtà fosse stata formata da Baslini e non dal nobiluomo: non era esattamente così ma certo, oltre a essere il suo fornitore preferito, Baslini era per lui anche un consigliere di prim’ordine. Come lo sarebbe stato per i fratelli Bagatti Valsecchi nel comporre la loro casa-museo. Eppure, malgrado il suo ruolo centrale nella storia del mercato e del gusto del secondo Ottocento, sinora esisteva su di lui il solo studio di Annalisa Zanni, scritto quand’era direttrice del Museo Poldi Pezzoli all’ingresso nel museo dei ritratti (di Luigi Cavenaghi) dell’antiquario e della moglie Marianna Grandi, figlia del mercante milanese Antonio Grandi, che a sua volta aveva fatto una grande fortuna specializzandosi nel commercio internazionale delle allora richiestissime «stampe di traduzione», cioè le incisioni che riproducevano il più fedelmente possibile i capolavori del passato.

Queste due storie intrecciate sono al centro della mostra «Destinazione Europa. Storie di quadri, stampe e mercanti dalla Milano dell’Ottocento» (catalogo Dario Cimorelli), scaturita dalla tesi di Dottorato con cui Martina Colombi ha meritato il «Pini Art Prize 2025/26, sezione Ricerca», uno dei Premi che la Fondazione Adolfo Pini (dove la mostra si tiene dal 29 ottobre al 12 dicembre) destina a giovani artisti, poeti o studiosi di valore.
Il fondatore, Adolfo Pini (1920-86), medico e fisico ma anche letterato, dispose che la Fondazione fosse istituita nel grande appartamento al piano nobile nel palazzo di famiglia in corso Garibaldi 2 a Milano, in memoria dello zio materno, il pittore Renzo Bongiovanni Radice (1899-1970), per valorizzarne l’opera pittorica e, più ancora, per sostenere giovani poeti e artisti e per promuovere la cultura. Dopo avere restaurato filologicamente la sede, la Fondazione, istituita nel 1991 e oggi presieduta da Marina Messina, con la direzione culturale di Silvia Bolamperti, ha prodotto nel tempo mostre, incontri e conversazioni, distribuito borse di studio e promosso il Pini Art Prize, che in questa sua seconda edizione ha visto premiati Tommaso Arnaldi e Francesca Pionati per la Sezione Arti Visive (al piano terreno si chiude il 4 novembre il loro progetto «Hard Assets»), Francesco Ottonello per la Poesia e, per la Ricerca, Martina Colombi appunto, che nel realizzare la mostra è stata affiancata da Davide Dall’Ombra (Università Cattolica, membro del Comitato scientifico della Fondazione Pini e presidente della giuria del Pini Art Prize-Ricerca, oltreché direttore di Casa Testori).

Felicissima l’invenzione di creare, in apertura del percorso, una grande nuvola di immagini sospese dei «capolavori in fuga», come fossero uno stormo di uccelli in volo da Milano verso l’Europa, una trentina dei quali atterrati alla National Gallery di Londra: sono 50 (veri) capolavori passati per le mani di Baslini e partiti per l’estero, seguiti, nel salone successivo, dalle «stampe di traduzione» di opere di Leonardo, Raffaello, Rembrandt e altri giganti, diffuse dal Grandi e poi dai suoi figli nell’intera Europa, opera dei più celebrati incisori del tempo, da Raffaello Morghen a Giuseppe Longhi ad altri, moltissime delle quali donate dagli eredi alla Civica Raccolta delle Stampe «Achille Bertarelli» (Castello Sforzesco, Milano), da cui ora giungono, insieme a tre preziose matrici di rame. Sul grande tavolo centrale, poi, una vera miniera di documenti (lettere, fatture, inventari, cataloghi, fotografie, appunti) prestati dal FAI-Fondo Ambiente Italiano, cui è stata donata Casa Grandi (con la Collezione), oggi in restauro. Si continua poi con tante altre scoperte appassionanti per i palati più fini (c’è anche l’inventario post mortem di Baslini, conservato nell’Archivio Notarile di Milano, da cui è partita la ricerca di Martina Colombi), ma capaci di coinvolgere un pubblico più vasto, grazie anche al video finale che riunisce le voci della curatrice, di Lavinia Galli, conservatrice del Museo Poldi Pezzoli (da cui giungono i ritratti di Baslini e della moglie Marianna Grandi), di Alessia Alberti, responsabile della Civica Raccolta Bertarelli e del Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco, e di Aurora Ghezzi, conservatrice del Museo Bagatti Valsecchi.

Allestimento della mostra alla Fondazione Adolfo Pini di Martina Colombi, vincitrice del «Pini Art Prize 2025/26, sezione Ricerca». Foto Luca Chiaudano

Ada Masoero, 28 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Ada Masoero

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