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Particolare della «Tavoletta bifronte» (recto) con la «Madonna col Bambino benedicente e un francescano in adorazione» (1465-70 ca) di Antonello da Messina, Museo Regionale Interdisciplinare di Messina

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Particolare della «Tavoletta bifronte» (recto) con la «Madonna col Bambino benedicente e un francescano in adorazione» (1465-70 ca) di Antonello da Messina, Museo Regionale Interdisciplinare di Messina

Furto a Messina (ma anche a Parigi, Châtillon-sur-Seine, Albacete e Mamiano di Traversetolo): il Tenente Colonnello dei Carabinieri Silvio Mele ha individuato la falla

I dispositivi di sicurezza, da soli, non possono assicurare la protezione dei beni culturali. Tutti gli ultimi, clamorosi, colpi sono stati accomunati da una mancanza di organizzazione basata sul SOP, il documento che stabilisce chi-deve-fare-che-cosa in caso di allarme. È fondamentale la figura del responsabile della sicurezza, il professionista che verifica i dispositivi e organizza esercitazioni

È già passata più di una settimana dal furto dei dipinti di Antonello da Messina e l’interesse mediatico comincia a scemare, anche perché le notizie sono sempre le stesse e dagli inquirenti che indagano, giustamente, non trapelano dati. La pigra e rallentata politica estiva non ha fatto dalle spiagge troppo chiasso in merito. Ci auguriamo che le tavole non siano perdute irrimediabilmente e che al loro ritrovamento collaborino anche coloro che hanno visto o sentito qualcosa e quanti pensano che il nostro patrimonio artistico nazionale costituisca uno dei più nobili documenti della nostra storia e della sua grandezza. Per mantenere viva l’anima della memoria non basta la più perfetta delle legislazioni: sarebbe necessaria la costante azione di una collettività impegnata a favorire quell’armonia fra etica e politica che è l’unica garante della «pubblica utilitas».

Accogliamo con molto piacere una preziosa e originale testimonianza del Tenente Colonnello dei Carabinieri Silvio Mele, che da anni si dedica al tema della protezione del patrimonio culturale dalle aggressioni criminali. Dal 2016 al 2023 Silvio Mele ha comandato il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Torino e oggi comanda il Reparto Operativo del Comando Provinciale di Alessandria. Ha inoltre svolto numerose missioni all’estero, dai Balcani al Medio Oriente, seguendo progetti di contrasto al traffico internazionale dei beni culturali. Sul tema ha pubblicato La protezione del patrimonio culturale dalle aggressioni criminali. Il controllo commerciale e il tracciamento dei beni antiquariali e d’arte (Laurus Robuffo, Roma 2022) e, in collaborazione con Valentina Sabucco, il recente e quasi profetico manuale operativo La protezione dei beni culturali dalle aggressioni criminali. Ruolo, competenze e attività del Cultural Security Manager ed elaborazione del Piano di Sicurezza Anticrimine (Ed CoRes, Roma, 2025).  

 

Paul Cezanne, «Tazza e piatto di ciliegie», 1890 ca, Mamiano di Traversetolo, Parma, Fondazione Magnani-Rocca

La sicurezza museale tra allarme e risposta. Quando i dispositivi di sicurezza, da soli, non possono assicurare la protezione dei beni culturali

Al liceo le versioni di latino erano una fatica, e la prima «Catilinaria» la portai a casa grazie al mio compagno di banco, che era molto più diligente di me. Di tutte quelle versioni mi è rimasta però un’immagine precisa: il Senato è riunito nel tempio di Giove Statore. Entra Catilina nel brusio generale e si siede, ma alcuni senatori si allontanano da lui lasciandogli il vuoto intorno. Cicerone si leva contro di lui e pronuncia la sua celebre orazione. Ventuno secoli dopo, quella stessa invettiva potrebbe essere parafrasata e rivolta a un predatore oscuro che congiura contro il nostro patrimonio: «Quo usque tandem abutere, praedo, securitate nostra?» (Fino a quando dunque, predone, abuserai della nostra sicurezza?). In effetti, ora come allora, le aggressioni accadono di continuo e noi rimaniamo a guardarle, inerti come il Senato di allora. Eccone alcune.

Parigi, Musée du Louvre, 19 ottobre 2025, ore 9.30. Quattro uomini vestiti da operai salgono con un elevatore da traslochi su un balcone dell’edificio, tagliano una vetrata, entrano nella Galleria di Apollo, spaccano le teche di protezione e scappano veloci con una borsa piena di splendidi gioielli antichi. Quattro minuti dentro il museo.

Mamiano di Traversetolo (Pr), Fondazione Magnani-Rocca, notte fra il 22 e il 23 marzo 2026. Almeno quattro persone irrompono all’interno forzando una portafinestra; staccano facilmente dalle pareti un Cezanne, un Renoir e un Matisse; li portano all’esterno e fuggono attraverso il giardino. Dentro e fuori in tre minuti.

Châtillon-sur-Seine (Francia), Musée du Pays Châtillonnais, 24 luglio 2026, ore dieci del mattino. Due uomini con parrucca e occhiali scuri entrano come turisti, sfondano a colpi di mazza la vetrina blindata e se ne vanno con il torque d’oro (monile, Ndr) della Dama di Vix sottobraccio come fosse una baguette. Meno di quattro minuti, museo aperto, sala frequentata.

Albacete (Spagna), Museo Provincial, notte fra il 28 e il 29 luglio 2026, intorno a mezzanotte. Quattro incappucciati sfondano una finestra, forzano due vetrine e arraffano oltre duecento monete d’oro. Via in novanta secondi.

Messina, Museo Regionale, 15 agosto 2026, fra le venti e le ventuno. Quattro persone forzano le sbarre della cancellata sul retro, divellono una teca blindata, portano via tre tavole del Polittico di San Gregorio del 1473 e una tavoletta bifronte. Ci sono quattro guardie in servizio. Suona l’allarme, ma i banditi fuggono abbandonando anche un paio di tavole su un muretto poco distante.

In qualche caso la colpa è ricaduta sull’inefficienza dei sistemi di sicurezza. Al Louvre, per esempio, sono emerse l’inadeguatezza e l’obsolescenza dei dispositivi di videosorveglianza. Se fosse sempre così, la soluzione sarebbe semplice, per quanto costosa: servono apparati nuovi. Ma allora perché i colpi sono riusciti con altrettanta facilità anche là dove i sistemi erano moderni, gli allarmi funzionanti e le guardie presenti in servizio? Il museo di Châtillon, per esempio, aveva appena finito di spendere ben 150mila euro per telecamere all’avanguardia. Sulle telecamere dei vari musei, peraltro, non si può proprio obiettare: tutti abbiamo visto le immagini a colori e in bianco e nero dei vari balordi che entrano, spaccano tutto e se la svignano col bottino. Al Museo di Messina le guardie pare fossero all’interno. Che dire del resto? Le sbarre e le teche, dove c’erano, sono state piegate o infrante. In pochi minuti, sempre. 

E allora? Dove sbagliamo? Qual è l’elemento mancante che accomuna tutti questi eventi? Risposta: è mancata l’organizzazione. È mancato (e ahimè manca tuttora) un piano di sicurezza, ossia un piano di servizio che metta «a sistema» (come si suole dire adesso) i singoli dispositivi, che, da soli, servono a poco o nulla.

È mancato quel documento che in ambito militare si chiama SOP (Standing Operating Procedure) e che stabilisce chi-deve-fare-che-cosa in caso di allarme. È mancato quel documento di programmazione delle azioni che presuppone che, se un allarme suona, ci sia qualcuno che lo ascolti e agisca di conseguenza secondo procedure precise. È mancata la direttiva operativa che individui chi debba guardare le immagini delle telecamere o che definisca i parametri del software di gestione digitale in modo che scatti l’allarme se il programma rileva un movimento sospetto o inusuale.

È mancato quello studio specifico che prenda atto che anche le sbarre più temprate, le recinzioni più robuste o le teche più blindate non possono resistere all’infinito e pertanto non ha alcun senso installarle se non è previsto l’intervento di una guardia entro il tempo che la barriera può garantire.

Senza questo studio di settore, i soldi spesi per i singoli sistemi sono quattrini buttati.

 

Il diadema della regina Maria Amelia dalla Galerie d’Apollon oggetto del furto al Musée du Louvre di Parigi lo scorso ottobre

Il responsabile della sicurezza, un professionista con competenze specifiche, è una figura imprescindibile

Il piano di sicurezza e reazione anticrimine è materia per un professionista del settore o, almeno, per quel personale dipendente che abbia seguito corsi specifici di analisi e gestione del rischio nel settore culturale. Attenzione, però. Si deve trattare di una competenza specifica che sappia coniugare le nozioni tecniche con quelle culturali. Si deve trattare di personale qualificato che deve intendersi tanto di elettronica applicata alla sicurezza quanto di arte e di musealizzazione. Perché difendere un bucchero non equivale a difendere un cratere attico e i crateri, peraltro, non hanno tutti la stessa importanza. Perché difendere un arazzo di venti metri quadrati implica misure di compensazione diverse da quelle necessarie a proteggere un gioiello in oro tempestato di gemme e pietre preziose. Perché a blindare e impedire la fruizione delle opere d’arte sono capaci tutti, ma così si vanifica la funzione museale. Ci sono ordini di priorità e di importanza da gestire con i budget di spesa disponibili.

C’è poi un’altra mancanza, ed è quella che rende inutile anche il miglior piano operativo. Un responsabile della sicurezza, come un buon comandante, non può limitarsi a installare strumenti, impartire ordini e diramare circolari. Deve accertarsi che le disposizioni vengano eseguite, che gli impianti siano efficienti e, soprattutto, che ogni persona in servizio sappia quale sia il suo ruolo e sia preparata ad affrontare l’emergenza. Questa è la parte meno gradita del mestiere perché prevede lo svolgimento di quella noiosa parte del controllo di efficienza, della verifica della preparazione del personale e dell’organizzazione periodica di esercitazioni. La continua e tenace preparazione a un evento incerto è tipica della dottrina militare, che gli anglosassoni commentano comunemente come una questione di «hard training and long waiting», ma che in realtà discende da una tradizione ben più antica, latina e cristiana, ossia dalla parabola del Vangelo di Luca che ammoniva i servi a cingersi costantemente le vesti e a tenere le lucerne sempre accese, giacché non potevano sapere quando e a quale ora sarebbe arrivato il padrone. «Et vos estote parati». Sì, teniamoci pronti e prepariamoci a difendere il nostro patrimonio.

Alcune delle 200 monete d’oro rubate al Museo Provincial di Albacete (Spagna)

Il torque d’oro (monile, Ndr) della Dama di Vix sottratto al Musée du Pays Châtillonnais di Châtillon-sur-Seine (Francia)

Silvio Mele, 25 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

Silvio Mele

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