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Francesco Clemente, «Autoritratto con dito in bocca», 1980, collezione privata

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Francesco Clemente, «Autoritratto con dito in bocca», 1980, collezione privata

Francesco Clemente e il disegno come primato della soggettività

Al CAMeC della Spezia, oltre 30 opere tra disegni, fotografie e dipinti ripercorrono la ricerca dell’artista dal 1975 al 1980

Fino al 29 marzo 2027 al CAMeC-Centro d’Arte Moderna e Contemporanea della Spezia è visitabile la mostra «Francesco Clemente. Opere 1975-1980. Il primato del disegno». Oltre 30 opere tra disegni, fotografie e dipinti, molte delle quali mai esposte dalla loro realizzazione, delineano il percorso e la produzione dell’artista nato nel 1952 nel capoluogo campano. Protagonista della stagione della Transavanguardia italiana, Francesco Clemente esprime compiutamente il graduale processo di ritorno alla figurazione e alla pittura che tra gli anni Settanta e Ottanta ha segnato l’evoluzione delle tendenze artistiche in Europa e negli Stati Uniti.Il titolo della mostra rivela come la tecnica del disegno costituisca il fulcro della pratica di Clemente e della sua identità artistica, acquisita approdando progressivamente a una figurazione pregna di stratificazioni culturali e profondamente intima e soggettiva. La rassegna ripercorre dunque la produzione dell’artista partenopeo esponendone l’opera grafica prodotta tra il 1975 e il 1980, segmento cronologico cruciale nello sviluppo del linguaggio formale ed espressivo di Clemente.

Furono questi, infatti, gli anni in cui si intensificarono la sua ricerca e la sua sperimentazione che, dopo un ampio uso della fotografia, virò verso il disegno come medium privilegiato e centrale nell’elaborazione di una nuova tendenza espressiva fondata sulla soggettività, sull’invenzione e sulla manualità. Parte integrante della proposta espositiva è dunque costituita anche da una selezione di fotografie che documentano la figura e la ricerca di Clemente intorno a quel periodo, da un primo ritratto di Elisabetta Catalano del 1976 fino ad alcune riprese dell’artista al lavoro e in posa a Chennai (India) e nel suo studio di SoHo a New York, dove si trasferì dal 1981. Il percorso della mostra si snoda seguendo l’evoluzione dello stile e l’approccio a diverse tecniche espressive dell’artista che nel 1975 espone principalmente opere fotografiche, come la serie esposta lo stesso anno alla Galleria Sperone di Roma, dedicata alla guida spirituale indiana R.P. Kaushik, caratterizzata da elementi semplici e riconoscibili che vengono sottratti al loro contesto e trasformati in immagini enigmatiche. Di tali sequenze sono presenti in mostra le serie «Tè», restaurate in occasione della mostra al CAMeC, e «Le pazienze», nelle quali asimmetria, vuoto e incompletezza introducono riferimenti alle filosofie orientali.

L’anno successivo, in occasione dell’esposizione «Pitture barbare» appare come fotografia e disegno inizino a convivere in uno spazio di libere associazioni, dove cultura alta e popolare, immagini sessuali, riferimenti spirituali e frammenti della vita quotidiana si mescolano rifiutando ogni interpretazione univoca. Il ritorno sempre più cospicuo ai mezzi espressivi tradizionali si registra tra il 1977 e il 1978 quando matita, pastello, acquarello, tempera e inchiostro su carta diventano strumenti attraverso i quali repertori iconografici della tradizione, riferimenti autobiografici e forme simboliche si incontrano e fondono in un dialogo potente ed evocativo. Tale fase è testimoniata all’interno del percorso espositivo dai lavori noti come «Emblemi», nei quali il tema dell’identità e del doppio prendono forma attraverso coppie di segni che si rispecchiano e si completano reciprocamente.Significativa emerge dunque la lettura dell’opera di Clemente alla luce di una ricerca dell’artista che coinvolge e si fonda sul suo intimo rapporto con l’universo culturale e figurativo costituito dall’India, Paese che l’artista frequentò fin dagli esordi della sua carriera attraverso lunghi soggiorni.

Lo studio della cultura indiana, le collaborazioni continue con artisti e artigiani locali, la visita a luoghi come la Società Teosofica di Chennai, influiscono sull’elaborazione di un repertorio visivo transculturale con cui l’artista manifesta il suo atteggiamento nomade, elaborando e attuando il proprio progressivo allontanamento dalla scena artistica italiana ancora dominata dall’Arte Povera e dall’Arte concettuale. Pur condividendone la critica alle istituzioni politiche e culturali del tempo, Clemente prende progressivamente le distanze da tali tendenze espressive affermando il valore della soggettività, della memoria, dell’immaginazione come valori fondamentali della sua ricerca.Il rapporto con una cultura altra appare però sempre intrecciarsi con una riflessione sulla tradizione così come sulla propria individualità, come si può rilevare nelle opere del biennio 1979-80, quando l'artista inizia a produrre monumentali autoritratti a inchiostro in cui il corpo diventa un luogo di confine, sottoposto a trasformazioni e distorsioni attraverso le quali cercare nuove prospettive da cui osservare il mondo. 

L’opera grafica di Clemente costituisce il primo capitolo del più ampio progetto «Oltreconfine. Arte italiana 1968-1989», ideato da Arturo Galansino e articolato in una trilogia di mostre curate da Francesco Guzzetti e dedicate a figure fondamentali dell’arte italiana del secondo ’900.

Margherita Fochessati, 14 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Margherita Fochessati

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