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Maurita Cardone
Leggi i suoi articoliIn vista di «I Am Tony», in programma al New Museum di New York, dal 24 settembre al 4 gennaio e curata da Massimiliano Gioni, abbiamo incontrato Arthur Jafa per parlare dei suoi recenti progetti, del rapporto con la musica nera, dell’appropriazione e della circolazione delle immagini.
La mostra al New Museum si intitola «I Am Tony», in onore del batterista Tony Williams. Perché Tony Williams e perché la dichiarazione «Io sono»
Sono un po’ ossessionato da Tony Williams. L’idea stessa di maestria, in relazione alla nostra storia di schiavitù, diventa carica di significato. C’è anche un pizzico di spacconeria, nello stesso senso in cui gli artisti «hip-hop» dicono «sono il migliore»: dire «Io sono Tony» è un modo per dire che sono il migliore, cosa che non sono, ma me la cavo [ride]. Foneticamente, Tony non è solo Williams, ma può essere anche Toni Morrison. Quando una persona nera ha successo in un ambiente di supremazia bianca, non è solo un successo personale, ma trasforma i confini di ciò che è possibile. Ali, Coltrane, Nina Simone: sono eroi in un contesto radicalmente antagonista, una prova della possibilità di raggiungere eccellenza e maestria.
La mostra presenterà in anteprima alcune opere nuove: puoi parlarcene?
Sono abituato a cambiare le cose fino all’ultimo minuto: ci sono un paio di grandi dipinti astratti che mi entusiasmano, ma non si lasciano completare [ride]. Alcuni sono tecnici, altri estetici: i miei dipinti sono quasi architettonici, nel senso che li progetto prima. C’è anche un video di Michael Jackson su cui sto lavorando da anni e Massimiliano Gioni mi ha davvero spinto a presentarlo. Vedremo se verrà incluso.
Come hai lavorato con Massimiliano Gioni su una mostra che copre un così lungo arco della tua carriera?
Le mie strategie non sono curatoriali nel senso convenzionale, non orientano le persone in base a provenienza o cronologia. Il mio amico John Akomfrah l’ha spiegato benissimo: bisogna mettere le cose in prossimità affettiva. Prendi qualcosa con una capacità affettiva, la metti accanto a un’altra cosa con la stessa capacità affettiva e vedi cosa succede. I dittici mettono una cosa accanto all’altra e i film sono una sequenza di dittici. Questa non è una retrospettiva; per quello mi servirebbero un paio di piani in più. Ma è rappresentativa di come penso al mio lavoro ora. Massimiliano ha suggerito di rifare un’installazione che ho realizzato nel 2001 all’Artpace di San Antonio e che mostra come il mio lavoro scultoreo non sia nuovo. Quasi nessuno nel mondo dell’arte l’ha vista.
Mettere le cose in prossimità è ciò che fai nelle tue opere ma è anche quel che si fa nell’allestire una mostra. Come entra questa dinamica nel tuo lavoro?
Non mi interessano le tipiche presentazioni museali, così austere e distanziate. Il mio approccio si potrebbe definire «a salon», ma è coerente con il mio interesse per l’estetica nera e jazz. Ogni volta che le persone nere fanno qualcosa, la prima reazione è che sia troppo: cacofonico, rumoroso, eccessivo. Ma per me densità non è sinonimo di rumore. È come l’ikebana: non crei i fiori, li disponi. O come un Dj: non stai creando i dischi, li stai sequenziando. C’è anche una dimensione filosofica: uno dei luoghi primordiali psicoanalitici dell’essere nero negli Usa è la nave negriera. Le persone a bordo erano costrette a confrontarsi con la «besidedness»: la prossimità con un altro essere umano e la questione di come gestirla. La risposta al caos e al disordine non è il genocidio, la riduzione, la cancellazione, ma chiedersi come possiamo occupare lo spazio insieme attraverso il rispetto reciproco e la cura collettiva. Anche le mie mostre dimostrano come le cose possano occupare lo spazio collettivamente, permettendo loro di coesistere. È un’idea che deriva dalla chiesa: riguarda la congregazione e le dimensioni gestaltiche che emergono quando si elaborano più cose contemporaneamente.
Come si è evoluto il rapporto tra musica e immagini e cosa della musica nera hai tradotto nel tuo lavoro visivo?
La musica è un ambito in cui le persone nere hanno alzato l’asticella. Tutti amano la musica nera, ma nessuno vuole le persone. Mi affascina il modo paradossale in cui la musica nera esiste nella società occidentale, questa attrazione-repulsione verso le persone nere. Il mio lavoro è una critica implicita della civiltà occidentale e di come le persone nere esistono al suo interno, quindi il successo che ho avuto è paradossale per me. Non avrei mai immaginato l’accoglienza di «Love Is the Message». Molte opere non usano esplicitamente figure nere, ma i corpi che mi interessano sono sempre neri, che siano di origine africana o meno. Sono meno interessato a realizzare opere sulle persone nere e più a realizzare opere come le persone nere. È una distinzione sottile, ma profonda.
Il paradosso dell’amore per la cultura nera che convive con la violenza sistemica sembra particolarmente attuale. Il momento politico ha cambiato il tuo modo di pensarci?
Trump, il movimento Maga, l’insurrezione sono una reazione all’elezione del primo presidente nero. Quando le società affrontano il cambiamento, ci sono reazioni apparentemente esagerate. I neri non ne sono rimasti scioccati. Come dice Cornel West, ci sono cose che non puoi non sapere se sei una persona nera in America. Negli anni Ottanta e Novanta, i neri descrivevano la violenza della polizia e gli veniva detto che esageravano, finché la gente ha iniziato ad avere fotocamere nei telefoni. Abbiamo iniziato a vedere uomini giustiziati in diretta. Una volta passato lo shock, ti rendi conto che accade tutti i giorni. La realtà immediata e ineludibile, con immagini che ti assalgono costantemente, sta producendo qualcosa di senza precedenti. Abbiamo lo spettacolo dell’orrore di Gaza accanto al Met Gala e alle interviste sulle mostre d’arte che continuano come se niente fosse. Questa normalizzazione ci influenza.
Usi spesso immagini di violenza. Ti preoccupa che la circolazione costante possa neutralizzarne la percezione?
Non penso in termini prescrittivi. Alcuni politici mi hanno contattato per usare il mio lavoro per mobilitare le persone e ho risposto: non mi occupo di infondere speranza. L’innalzamento del morale è importante, ma non è quello che faccio. Mi interessa il sottobosco sociale, le radici delle cose, non la facciata. Sono attratto dall’oscurità e il mio approccio può essere investigativo. Non sono al di sopra delle critiche etiche per il modo in cui uso immagini violente. Sono cresciuto nel Mississippi, figlio del movimento per i diritti civili, che era molto diretto. Ma non mi considero un attivista; non è la mia vocazione. Non credo che si possano cambiare le cose, quanto piuttosto destabilizzarle, rendere le loro violente contraddizioni più evidenti, più accessibili. Ma voglio anche creare cose che cerchino gioia, bellezza e conforto di fronte all’orrore.
Quando hai iniziato a collezionare immagini, il mondo non ne era così saturo. Questa abbondanza ha cambiato il tuo modo di lavorare?
Alcune cose non sarebbero possibili senza Youtube, non perché sia un archivio, ma perché è un vasto deposito. Io lo utilizzo in modo intuitivo. Ho una soglia di tolleranza piuttosto alta per la visione delle immagini: sono il re indiscusso dello «scrolling compulsivo» [ride]. Scarico immagini senza un’intenzione precisa e, alla fine, scatta una scintilla e cerco di estendere quella catena associativa. Quando ero bambino, la televisione si guardava una volta sola; non si poteva tornare indietro. Ora si può trovare quasi tutto all’istante. Il vantaggio è ovvio. Lo svantaggio è che il ricordo di una cosa è spesso molto più intenso della cosa stessa.
La tua mostra con Richard Prince alla Fondazione Prada si è appena conclusa. Entrambi lavorate con strategie di appropriazione. Hai riconosciuto qualcosa della tua pratica nella sua?Sono un suo fan. Gran parte della mia pratica non sarebbe possibile senza il suo precedente. Condividiamo una passione per gli effimeri elementi culturali della classe operaia, per l’iconografia «popolare» piuttosto che la cultura alta. La gente è affascinata dal fatto stesso dell’appropriazione, il come. Ma ciò di cui mi approprio, cosa rubo, prendo in prestito, sequenzio, mixo come un Dj, proviene da una categoria di materiale diversa da quella che attrae lui. Nessuno confonderebbe le due cose. Piuttosto, mi sento un po’ un suo figlio illegittimo, con l’ansia del riconoscimento [ride].
Arthur Jafa, «Pledge of Allegiance», 1899, 2017. Wallpaper, dimensions variable. © Arthur Jafa. Courtesy the artist and Gladstone
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