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Maurita Cardone
Leggi i suoi articoliNegli ultimi anni il dibattito sulle restituzioni del patrimonio culturale africano e sul rimpatrio dei resti umani sottratti durante il periodo coloniale si è progressivamente ampliato, uscendo dagli ambiti accademici per entrare nello spazio pubblico. In questo contesto si inserisce Open Restitution Africa (ORA), iniziativa panafricana di ricerca fondata nel 2020 da Chao Tayiana Maina e Molemo Moiloa, che ha da poco lanciato la Open Restitution Africa Open Data Platform, una piattaforma digitale che rende accessibili dati e conoscenze sui processi di restituzione. Sviluppata da un team interamente femminile e proveniente da diverse aree dell’Africa, la piattaforma si propone come il primo strumento «open access» basato su informazioni verificate e radicate nelle esperienze delle comunità.
Il progetto nasce dalla constatazione di una lacuna strutturale: le informazioni sulla restituzione sono state a lungo frammentate, non documentate e difficilmente accessibili, anche per coloro che sono direttamente coinvolti nei processi. Tradizionalmente, infatti, le negoziazioni sono avvenute tra musei occidentali e istituzioni governative, escludendo comunità, ricercatori e attori locali. In questo contesto, ORA si propone di riorientare il discorso, riportando al centro le voci africane e le pratiche dal basso.
Le difficoltà strutturali restano tuttavia rilevanti. «La mancanza di trasparenza su quello che le istituzioni occidentali detengono, aggravata da barriere economiche e sociali all’accesso, fa sì che molte comunità facciano fatica a sapere anche solo semplicemente dove sono custoditi i loro beni, ci spiega Molemo Moiloa. In alcuni casi possono essere necessari più di 100 anni perché le comunità ritrovino il proprio patrimonio, in altri casi i ritrovamenti avvengono in modo fortuito in diaspora». Questo innesca un circolo vizioso che produce e si alimenta dell’assenza di una base condivisa di conoscenze: «Storicamente, le decisioni in materia di restituzione si sono svolte a porte chiuse, il che significa che strategie, tattiche di negoziazione e insegnamenti tratti da casi conclusi non raggiungono mai gli operatori sul campo che ne avrebbero più bisogno. Così per gli attori locali è difficile imparare gli uni dagli altri e sono costretti a ripartire sempre da zero invece di basarsi su quanto già fatto».
La piattaforma si inserisce in un contesto in trasformazione. Anche grazie a una crescente attenzione mediatica, negli ultimi anni il dibattito sulla restituzione è stato ridefinito in termini politici e morali. Nuovi strumenti di mobilitazione, soprattutto sulle piattaforme digitali, hanno fatto emergere l’urgenza del tema e sono nate iniziative istituzionali, sia da parte dei Governi africani che da parte di alcuni musei del mondo. Ora la Open Data Platform vuole fare sistema di queste esperienze. Tre gli strumenti principali. Il primo, «Restitution Journeys», è una timeline interattiva che mappa 25 casi di restituzione dal XIX secolo ad oggi, evidenziando le diverse fasi dei processi, dalle prime richieste alle azioni legali e diplomatiche. Il secondo è un database di casi studio, arricchito dalla funzione «Case Studies Like Mine», che consente di individuare percorsi analoghi in base a criteri specifici. Il terzo, «Query the Data», è un sistema basato sull’Intelligenza Artificiale che permette di interrogare un archivio di ricerca composto da studi, webinar e materiali multimediali, fornendo risposte contestualizzate su aspetti legali, digitali e comunitari della restituzione.
Attraverso questi strumenti, ORA intende colmare il divario informativo e fornire una base di conoscenza condivisa per sostenere pratiche di restituzione più consapevoli. Il progetto si fonda sull’idea che non esista un modello unico, un percorso unidirezionale, ma una pluralità di processi determinati da contesti politici, culturali e spirituali differenti. Tra i casi analizzati emerge, ad esempio, quello di Sarah Baartman, i cui resti furono restituiti al Sudafrica nel 2002 dopo decenni di negoziazioni. Un caso spesso considerato emblematico e che evidenzia anche la complessità culturale e psicologica in cui si inseriscono le restituzioni: «Il processo di guarigione innescato da quella restituzione, dice ancora Moiloa, continua anche dopo l’atto fisico della sepoltura». Reintegrazione, riparazione e ricostruzione delle relazioni sono parte del processo.
E se spesso, in ambito occidentale, il dibattito sulle restituzioni è segnato anche da critiche riguardo la conservazione dei beni restituiti, ORA invita a superare la lettura dicotomica tra successi e fallimenti. «La nostra posizione, ci spiega Chao Tayiana Maina, è resistere all’idea che i processi di restituzione possano “andare storti”, perché la restituzione è intrinsecamente un processo di riconnessione e riparazione in società frammentate da secoli di violenza coloniale. Non possiamo aspettarci che questi processi siano fluidi o lineari quando le società che li affrontano portano il peso accumulato di espropriazione, cancellazione e strutture di governo frammentate lasciate in eredità dal colonialismo». Il significato delle restituzioni ha a che fare con il diritto delle comunità di definire autonomamente il valore e il destino del proprio patrimonio: «Ciò che è in gioco è l’autodeterminazione nel suo senso più profondo».
Cerimonia di restuzione della maschera Tukah, Parigi, Francia, 2022. Foto: Alain Mouafo. Courtesy di Open Restitution Africa
Maurita Cardone
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