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Hamza Badran, «Untitled (self-portrait)», 2019

Courtesy l’artista e Gian Marco Casini Gallery, Livorno. Foto: Alessio Belloni

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Hamza Badran, «Untitled (self-portrait)», 2019

Courtesy l’artista e Gian Marco Casini Gallery, Livorno. Foto: Alessio Belloni

Arte Fiera cinquant’anni dopo: debutta la direzione artistica di Davide Ferri

Nata a Bologna nel 1974, è la più longeva fiera d’arte italiana e uno snodo storico per il mercato e la cultura del contemporaneo. Radicata in una città dalla forte identità culturale e universitaria, da sempre aperta al dialogo tra storia, moderno e contemporaneità, la manifestazione accompagna e riflette le trasformazioni del sistema dell’arte

Jenny Dogliani

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A oltre cinquant’anni dalla nascita, Arte Fiera resta un osservatorio privilegiato per leggere i cambiamenti dell’arte moderna e contemporanea italiana e del suo pubblico. La 49ma edizione, prima guidata dal neo direttore artistico Davide Ferri, dopo la conclusione del mandato di Simone Menegoi, occuperà i Padiglioni 25 e 26 di BolognaFiere dal 6 all’8 febbraio (con preview su invito il 5) con 174 gallerie suddivise, tra Main Section e 5 sezioni curate e su invito (Ventesimo+, Fotografia e dintorni, Multipli, Pittura XXI, Prospettiva), affiancate da 27 espositori tra case editrici e istituzioni. Intitolata Cosa sarà, Arte Fiera 49 riafferma la propria identità italiana mettendone in luce la pluralità di voci e di linguaggi, rafforzata dal ritorno di storiche realtà del settore e dall’ingresso di numerose gallerie alla loro prima partecipazione alla fiera. 

Un capitolo centrale di Arte Fiera 49 riguarda il sistema dei premi e delle acquisizioni, che nel 2026 si rafforza con l’istituzione del nuovo Fondo Arte Fiera: un fondo di acquisizione da 100mila euro, finanziato da BolognaFiere e Cosmoprof, destinato all’ingresso di opere presentate in fiera nella collezione permanente di BolognaFiere. Al fondo si affiancano sette premi che coinvolgono partner della manifestazione, collezionisti privati e realtà associative, confermando la fiera come piattaforma attiva di sostegno alla produzione artistica e al mercato: dal Premio BPER, dedicato alle tematiche femminili, al Premio ANGAMC alla carriera per il ruolo del gallerista, fino ai riconoscimenti legati all’acquisizione museale e collezionistica, come il Premio Collezione Righi e il Marval Acquisition Award. Il carnet dei premi si completa con riconoscimenti di natura editoriale e trasversale, come il Flash Art Italia Award, e altri che rafforzano il dialogo tra arte, impresa e progetto espositivo, dal Premio Officina Arte Ducati al Premio Rotary. Un sistema articolato che rafforza il legame tra fiera, collezionismo e istituzioni. Ospitata a Bologna, città dalla forte tradizione culturale e universitaria, la manifestazione ha attraversato oltre mezzo secolo di trasformazioni, mantenendo un legame profondo con il proprio pubblico e con il tessuto delle gallerie italiane, confermandosi, ancora oggi, non solo piattaforma commerciale, ma luogo di relazione e di confronto sul presente e sul futuro dell’arte contemporanea. Ne parla Davide Ferri. 

Arte Fiera nasce a Bologna nel 1974, in un momento fondativo per il sistema dell’arte contemporanea italiano. Mezzo secolo nell’arte contemporanea (e moderna) è un tempo piuttosto lungo. Che cosa resta di questa storia e come sono cambiate l’arte e il sistema dell’arte che Arte Fiera rappresenta?
Di questa storia resta moltissimo. Anche in anni diciamo meno brillanti di quelli attuali, Arte Fiera è rimasta un appuntamento centrale per una larga parte del pubblico dell’arte contemporanea italiano. C’è un affetto particolare che si sprigiona attorno ad Arte Fiera, per via della lunga frequentazione tra il pubblico e questa manifestazione. Io l’ho sentito molto forte questo calore dall’inizio della mia direzione, ne sono orgoglioso ed è una grande responsabilità. Ed è anche più forte adesso che la fiera – merito dell’ottimo lavoro svolto da Simone Menegoi, Enea Righi e tutto il team nelle ultime edizioni – ha dato degli evidenti segnali di miglioramento rispetto agli anni precedenti. Arte Fiera è nata nel 1974, arrivando per terza in Europa, dopo Colonia e Basilea. Cosa è cambiato da allora, al di là delle ovvie complicazioni, per Bologna, date dal fatto che le fiere si sono esponenzialmente moltiplicate? Quasi tutto, e qualsiasi ragionamento sui massimi sistemi mi suona come ripetitivo, perfino scontato. Ma spesso rifletto sul modo in cui si è modificato il rapporto tra il pubblico e le gallerie d’arte, non solo dal 1974, che tra l’altro è l’anno in cui sono nato, ma anche solo nell’arco temporale durante il quale ho frequentato il mondo dell’arte, che è già abbastanza lungo. Le gallerie non si sono certo sottratte al loro imprescindibile ruolo culturale oltre che commerciale, ma si sono trovate a doverlo interpretare in modo più frastagliato e versatile. Il luogo fisico, lo spazio dove una galleria ha sede resta ancora importantissimo, ma le abitudini del pubblico, sempre più sollecitato da proposte che arrivano da tutte le parti, lo hanno trasformato in un luogo meno stabile, depotenziandone quel ruolo di cuore pulsante del mestiere, per non dire di salotto, che le gallerie avevano sempre avuto. In questo senso le fiere che, come rilevato da più parti, sono anche troppe hanno ancora un ruolo importantissimo: volenti o nolenti scandiscono il calendario degli appassionati d’arte, e restano nodali non solo dal punto di vista commerciale, ma anche come crocevia di scambi e relazioni umane. 

Che eredità raccoglie dal suo predecessore, Simone Menegoi, e quali sono i progetti e le linee guida che intende sviluppare durante il suo mandato?
Eredito una fiera in salute: è innegabile che attorno ad Arte Fiera si è raccolta nuovamente una grandissima fetta di gallerie italiane, storiche e di ricerca, molte delle quali, quest’anno, si affacciano per la prima volta alla manifestazione. Il ciclo precedente, di cui ho fatto parte dall’inizio come curatore di una sezione, si reggeva su un’idea semplice e particolarmente efficace se si considera la specificità di Arte Fiera: definirsi attraverso un’identità italiana, un tratto che non può che distinguerla dalle altre due fiere principali. Questo è sicuramente un baricentro che ho intenzione di mantenere e migliorare. Le novità invece sono tante e proverò a ricapitolarle nel corso di questa intervista, ma in linea generale mi sono posto il problema di dar vita a una fiera calda, possibilmente non noiosa, accogliente (quest’anno accanto alla tradizionale pianta, il visitatore potrà anche leggere un testo «in lingua facile» che lo introdurrà alla visita alla fiera, e che ne racconta l’articolazione). Soprattutto mi piacerebbe una fiera che sia sempre in grado di non dare per scontate, o mettere in discussione, certe modalità, ritualità e posture che sembrano dover per forza appartenere alle fiere, un formato che secondo molti non è così facilmente rinnovabile. Una fiera, in sostanza, che sia in grado di porre e di porsi delle domande sul ruolo che una manifestazione del genere debba avere in un mondo complesso e difficile come quello in cui viviamo. Il titolo che abbiamo scelto per questa edizione, Cosa sarà, significa proprio questo: non è solo un omaggio a un grande cantautore bolognese (Cosa sarà è una bellissima canzone di Lucio Dalla del 1979, un anno non lontano da quello in cui Arte Fiera è nata), ma anche il rimando a un nuovo ciclo, soprattutto a una partitura al di sotto della quale devono scorrere delle domande aperte verso il presente e il futuro.

Quali sono le principali novità di questa edizione e quali le più importanti riconferme?
Dirigere Arte Fiera significa stare in equilibrio tra la necessità di rinnovarla e al contempo lasciare inalterate certe caratteristiche che continuano a renderla unica nella percezione di chi la frequenta da anni: in sostanza è impossibile non fare i conti con il suo carattere pop, per non dire proprio «nazionalpopolare». Oltre ad aver rafforzato la Main Section con nuovi prestigiosi ingressi, ho rinnovato il team di curatori e riformulato lo spettro delle sezioni, lasciando in parte inalterato il carattere che Menegoi aveva dato. Pittura XXI, la sezione che ho curato per cinque anni, da quest’anno è affidata a Ilaria Gianni, che sta svolgendo egregiamente un compito difficile: fare una sezione dedicata alla pittura in un tempo di sovra illuminazione del medium. Fotografia e dintorni, la sezione più longeva tra quelle esistenti, si rinnova con la prima curatela di Marta Papini. Per il secondo anno, invece, Michele D’Aurizio cura Prospettiva, una sezione chiave, perché ha permesso l’avvicinamento ad Arte Fiera di gallerie di recentissima fondazione, una cosa abbastanza inedita per Bologna. Multipli, una sezione altrettanto importante perché parla in modo «democratico» al collezionismo, aprendosi anche a un nuovo collezionismo, un tema ovviamente molto sentito dalle gallerie, è per la prima volta a cura di Lorenzo Gigotti. E c’è una nuova sezione per il moderno, affidata ad Alberto Salvadori, che si chiama Ventesimo+ e riflette, attraverso libere associazioni, sulle potenzialità di un collezionismo versatile e trasversale. La proposta legata alla performance – e il legame tra Arte Fiera e la performance resta fondamentale, anche per via della Settimana della performance, la cui prima edizione si svolse nel 1977 – è a cura di Bruna Roccasalva e si sviluppa dalla collaborazione tra Arte Fiera e Fondazione Furla: quest’anno vede protagonista l’artista franco iraniana Chalisée Naamani. C’è infine la sezione dedicata all’editoria, che ha sempre molto spazio all’interno di Arte Fiera, e che quest’anno accoglie il visitatore perché è la prima sezione che si incontra. È fondamentale usare le sezioni come una partitura, in modo che accompagni lo spettatore dall’inizio alla fine della visita. Abbiamo padiglioni lunghi e stretti, meravigliosi, sempre illuminati dalla luce diurna, che però hanno dato a molti collezionisti l’impressione che sia faticoso percorrerli fino alla fine. Le sezioni, che si offrono come sequenze più compatte e rispondenti alla visione di un curatore, sono un modo per bilanciare l’apparente difficoltà di visita. La commissione d’artista, invece, ha ancora un’altra funzione: quella di accogliere il visitatore, rilanciando l’immagine della fiera praticamente all’ingresso, al suo arrivo, quest’anno con un’opera inedita di Marcello Maloberti. 

Davide Ferri. Foto: Chiara Francesca Rizzuti

Bologna è una città antica aperta al contemporaneo, dove università, accademia, musei, fondazioni e gallerie convivono in uno spazio relativamente compatto. Questo ecosistema esiste e funziona davvero o resta ancora frammentato?
Esiste, ma forse non esprime una così solida compattezza. È, diciamo, un ecosistema più frastagliato ed eterogeneo, magistralmente coordinato da Lorenzo Balbi che cura il programma di Art City. Poi c’è anche un nocciolo solido di galleristi, direttori di istituzioni e fondazioni, e collezionisti che dialoga di continuo, e che tra l’altro sono anche, in un certo senso, instancabili ambasciatori di Arte Fiera. Vista da un’altra prospettiva direi: questa proliferazione, che si manifesta ai massimi livelli durante Art City, dove la città viene inondata di proposte di ogni tipo, è un segno di grande vitalità.

La città ospita un’accademia e un’università di grande peso critico, ma il passaggio tra formazione e sistema professionale resta fragile. Che ruolo può giocare una fiera nel rendere questo passaggio meno episodico e più strutturato?
È un tema molto importante, da me molto sentito, anche perché insegno in accademia e passano davanti ai miei occhi, ogni settimana, decine di studenti. Per cominciare, una cosa semplice: quest’anno abbiamo abbattuto il costo del biglietto d’ingresso per gli studenti di università e accademia in fiera, perché è bello vedere gli studenti passeggiare nei padiglioni, saperli vicini a noi. Secondo: all’interno di una sezione, Multipli, Lorenzo Gigotti ha voluto uno spazio di ricerca per una classe universitaria, una sorta di classroom, attiva per tutta la durata della fiera, coordinata dal prof. Francesco Spampinato dell’Università di Bologna, chiamata a lavorare sugli sviluppi del mercato digitale dei multipli. Terzo: la fiera deve dare esempi di come si possano creare occasioni professionali facendone esperienza dall’interno: Guendalina Piselli, curatrice del programma del Book Talk, ha iniziato il suo lavoro in fiera già da qualche anno, ricoprendo diversi ruoli, e ci tiene a ribadire che lei viene proprio dal mondo dell’accademia.

Il sistema museale bolognese ha una forte identità pubblica e progettuale. Come intende sviluppare il rapporto tra Arte Fiera e i musei durante e oltre i giorni della fiera?
Nello stesso modo in cui cerco di interpretare il dialogo con le gallerie. Smentendo l’impressione che l’intensità di rapporto, con le gallerie e i musei, cresca con l’avvicinarsi della manifestazione e si intensifichi solo a qualche mese di distanza. Credo semplicemente che la fiera debba affinare la sua capacità di dialogo con i soggetti che coinvolge lungo tutto l’anno e con la stessa intensità. In questo senso il mio ruolo, e quello del direttore operativo Enea Righi, che sono felice di avere al mio fianco, sono fondamentali.

Come lavorerete sul rapporto tra fiera e spazio urbano, andando oltre la logica degli eventi collaterali?
Stiamo già lavorando su questo aspetto. Arte Fiera ha inaugurato una nuova rubrica video per il nostro sito e i nostri canali social, che si chiama Let’s walk, una serie di passeggiate e racconti di luoghi della città affidate a personalità legate a Bologna, centrale nelle nostre strategie di comunicazione e nell’ottica di rinsaldare e stringere il rapporto tra la fiera e la città. Si parte dagli spazi limitrofi, dagli immediati dintorni, che sono fondamentali, perché lo spettatore li vede con la coda dell’occhio mentre cammina per entrare ad Arte Fiera, ripercorrendone la storia. C’è proprio una cronologia che si dispiega nell’arco di pochi passi. Arte Fiera nasce nel 1974. L’ex Gam di Leone Pancaldi, un edificio bellissimo, è un’architettura inaugurata nel 1975. Il padiglione dell’Esprit Nouveau, copia dell’edificio progettato da Le Corbusier per l’esposizione universale di Parigi del 1925, è stato realizzato nel 1975. Infine le torri di Kenzo Tange, capolavoro architettonico che connota il paesaggio di BolognaFiere, espressione di un modernismo orientale «dolce», come le ha recentemente definite Mario Cucinella, sono state completate nel 1981. C’è poi la città tutta, che attraverso i nostri Let’s walk dobbiamo toccare non solo nei luoghi del contemporaneo, ma anche nei luoghi storici, maggiori e minori: non solo il Museo Morandi o un capolavoro rinascimentale come il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca, ma anche, che so, il negozio Gavina, in centro, che Carlo Scarpa ha progettato nel 1961.

Se guardiamo a Bologna e ad Arte Fiera tra cinque anni, quale trasformazione le piacerebbe poter riconoscere come esito del suo lavoro di direzione?
Al di là della durata della mia permanenza, mi piacerebbe sviluppare una progettualità che, per quello che riuscirà a esprimere, possa ribadire la centralità di Arte Fiera nel panorama delle manifestazioni dedicate all’arte contemporanea in Italia.

Rosa Barba, «The Ocean of One’s Pause», exhibition view, Kravis Studio at The Museum of Modern Art, New York, 2025. Courtesy l’artista e Vistamare, Milano, Pescara. Foto: Peio Erroteta

Jenny Dogliani, 04 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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