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Stefano Caimi, Phytosynthesis – Taurus rhododendron, 2024, Courtesy Stefano Caimi e The Flat - Massimo Carasi

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Stefano Caimi, Phytosynthesis – Taurus rhododendron, 2024, Courtesy Stefano Caimi e The Flat - Massimo Carasi

Alchimie di Stefano Caimi al Volvo Studio Milano

Fino al 4 aprile il progetto espositivo che esplora il paesaggio come sistema biologico e tecnologico, tra osservazione del vivente, immagini naturali, software e processi digitali

Jenny Dogliani

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Stefano Caimi, Phytosynthesis – Rubus ulmifolius f. viridis, 2026, Courtesy Stefano Caimi e Viasaterna

Volvo Studio Milano è il presidio culturale di Volvo Cars nella città meneghina, un luogo ibrido tra architettura, design, ricerca e programmazione artistica, una piattaforma di contenuti che esplora il rapporto tra tecnologia, sostenibilità e cultura visiva attraverso mostre, talk e collaborazioni con il mondo dell’arte contemporanea. L’appuntamento fino al 4 aprile è con «La forma trattenuta», il progetto espositivo appositamente elaborato da Stefano Carmi, con la curatela di Rischa Paterlini e la collaborazione di Viasaterna. Il giovane artista lombardo, classe 1991, lavora sulle reti invisibili che strutturano l’ambiente naturale, esplorando il paesaggio come organismo relazionale. Nell’ambito della ricerca sull’Antropocene e della relazione tra arte e tecnologia. Nel progetto milanese il paesaggio emerge come struttura dinamica fatta di adattamenti continui, dove umano, ambiente e sistemi tecnologici si presentano come livelli interdipendenti. Il punto di partenza sono immagini raccolte tra ambienti alpini e il paesaggio che circonda lo studio milanese, dove il verde entra in un ecosistema urbano costruito, pianificato, gestito. Da qui prende forma una ricerca che combina fotografia, software sviluppati dall’artista, incisione laser, pirografia e intervento pittorico, trasformando immagini e dati biologici in strutture visive sintetiche.

 

Installation view, Stefano Caimi, La forma trattenuta, ph Stefano Caimi Courtesy Viasaterna e The Flat - Massimo Carasi

Caimi lavora a partire da lunghi tempi di osservazione. La tecnologia entra nel processo come strumento di analisi: permette di isolare strutture biologiche, fasi di crescita e trasformazione delle piante che a occhio nudo restano invisibili. Il paesaggio diventa così materiale di studio, dove immagine e informazione biologica vengono rielaborate fino a costruire nuove forme visive. Questo metodo attraversa tutta la produzione recente e si concentra nelle opere presentate nel progetto milanese. In lavori come Arborescent, realizzati con software sviluppati dall’artista, incisione laser, pirografia e intervento pittorico su lino, elaborazione digitale e gesto manuale convivono sulla stessa superficie. Il colore interviene per modulare l’immagine, senza costruire un impianto pittorico tradizionale. Nella serie Phytosynthesis la fotografia entra in dialogo con processi di elaborazione digitale e stampa fine art su carta cotone. Le forme vegetali vengono trasformate in strutture reticolari che mantengono la precisione del dato botanico, spingendolo verso una dimensione sistemica: la pianta diventa flusso informativo, campo di connessioni, processo evolutivo continuo. Il progetto si concentra sulla trasformazione come condizione naturale del vivente. Le immagini botaniche osservano organismi in fase di transizione — fiori fuori stagione, strutture vegetali in disgregazione, forme in mutazione — leggendo il cambiamento come passaggio funzionale, non come perdita.

Stefano Caimi, Arborescent #19, 2026,Courtesy Stefano Caimi e Viasaterna

Stefano Caimi, Arborescent #19, 2026,Courtesy Stefano Caimi e Viasaterna

Il riferimento al mondo fungino assurge a modello di adattamento biologico e culturale. Organismi capaci di metabolizzare residui, abitare contesti degradati, trasformare scarti in nuova materia vitale. La stessa logica trasformativa attraversa anche il rapporto tra tecnologia e ambiente. L’allestimento al Volvo Studio costruisce un rapporto diretto con lo spazio, invitando a muoversi lentamente tra le opere. Alcune sono installate come superfici frontali, quasi finestre su paesaggi rielaborati; altre si sviluppano in verticale, guidando lo sguardo verso l’alto, evocando una risonanza con la cultura materiale scandinava cui si rifà l’interior design dello Studio. Il bosco viene preso come modello naturale complesso, costruito su stratificazioni, cicli e relazioni tra specie. In modo simile, la mostra lavora su relazioni tra immagini, processi di adattamento e trasformazioni continue, dove lo spazio si costruisce come un sistema di opere collegate tra loro. «Abito il paesaggio nel tentativo di assimilarne la sua essenza, di conoscerne i ritmi, di sintetizzare la complessa rete che avvolge le unità che lo costituiscono. Sono sempre stato affascinato dalla complessità biologica che trovo in natura: una fitta rete di relazioni nascoste e interconnesse, quasi impercettibili, a cui siamo inevitabilmente collegati», spiega l’artista. Un terreno progettuale condiviso con Volvo: il paesaggio come struttura complessa da interpretare, il verde che circonda lo studio come parte attiva della riflessione su infrastruttura, tecnologia e ambiente biologico.

La mostra è aperta tutti i sabati dalle 10 alle 19
volvocars.com

Jenny Dogliani, 04 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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