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John Giorno, «Dial-A-Poem», 1968-2012

Courtesy of Giorno Poetry Systems

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John Giorno, «Dial-A-Poem», 1968-2012

Courtesy of Giorno Poetry Systems

John Giorno e Mattia Moreni, gli anni Sessanta raccontati al MAMbo

Un’inedita ricognizione su un protagonista dell’avanguardia americana accanto alla rilettura di una storica mostra del 1965 accolgono il pubblico del museo bolognese

Jenny Dogliani

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Newyorkese di origine italiana, poeta, performer, artista, buddhista praticante e fondatore dell’organizzazione non profit Giorno Poetry Systems (ancora attiva), John Giorno (1936-2019) è stato tra i primi a capire che la poesia non doveva più spiegare il mondo ma attraversarlo. Nato nell’orbita della Beat Generation, ma spintosi subito oltre i suoi confini, ha trasformato la parola in energia performativa, facendola uscire dalla pagina per abitare il corpo, la voce, i media, lo spazio pubblico, riscrivendo il ruolo del poeta nell’epoca delle immagini. Ha trasformato la parola poetica in un dispositivo progettato per mettere in attrito arte concettuale, desiderio, politica e vita reale. 

A dedicargli la prima importante retrospettiva italiana museale è il MAMbo di Bologna, con «John Giorno: The Performative Word», a cura di Lorenzo Balbi, direttore del museo, visibile dal 5 febbraio al 3 maggio. Tra i nuclei al centro della mostra vi è «Dial-A-Poem», il progetto pionieristico che alla fine degli anni Sessanta trasformò il telefono in un dispositivo poetico pubblico, capace di raggiungere chiunque, ovunque. Presentato nel 1970 alla mostra «Information» al MoMA, «Dial-A-Poem» fu una delle prime opere a mettere in crisi l’idea di fruizione passiva: una chiamata, una voce sconosciuta, un testo ascoltato in solitudine. Al MAMbo l’opera rivive in una nuova declinazione, «Dial-A-Poem Italy», che coinvolge oltre trenta poeti italiani contemporanei, restituendo l’imprevedibilità e l’intimità performativa dell’ascolto telefonico. La mostra attraversa l’intera pratica di Giorno: dalle poesie visive agli ambienti sensoriali elettronici degli anni Sessanta, fino alle grandi composizioni testuali su supporti industriali, dove il linguaggio assume una presenza quasi scultorea. Colori netti, font iconici, frasi brevi e assertive: la parola diventa immagine, segnale, manifesto. Un’ampia sezione archivistica, curata da Nicola Ricciardi con Eleonora Molignani, mette in luce il legame inscindibile tra arte e attivismo, soprattutto negli anni dell’emergenza AIDS, quando Giorno fondò l’AIDS Treatment Project come forma concreta di sostegno alla comunità artistica. A questa dimensione politica si intreccia, negli ultimi decenni, l’adesione al buddhismo tibetano, che introduce nella sua opera una tensione meditativa, fatta di ripetizione, ascolto e presenza. Tra le opere esposte i grandi lavori testuali su supporti industriali, costruiti a partire da frasi brevi, assertive – «It’s All Happening», «Just Say No to Family Values», «Everyone Gets Lighter»scelte da John Giorno perché funzionano come dichiarazioni assolute, slogan rovesciati, mantra laici: condensano esperienza, conflitti e desideri in formule brevi, facili da memorizzare e difficili da neutralizzare. Alcune agiscono sul piano politico, mettendo in crisi valori dominanti e retoriche normative, altre lavorano sul registro percettivo e mentale. «John Giorno ha incarnato, come pochi altri, la possibilità di una poesia che si fa esperienza del mondo, che abita il corpo, la voce e lo spazio, aprendosi alle forme e ai linguaggi dell’arte contemporanea. La sua opera, oggi riconosciuta come una delle più influenti e trasversali del secondo Novecento, si situa al crocevia tra parola e immagine, suono e gesto, spiritualità e cultura pop, costruendo un universo estetico e performativo che ancora risuona con sorprendente attualità», spiega Balbi. 

Nella Project Room del museo, fino al 31 maggio, è inoltre di scena «Mattia Moreni. L’antologica di Bologna, 1965», a cura di Claudio Spadoni e Pasquale Fameli, rilettura critica della prima mostra museale dell’artista. Voluta allora da Francesco Arcangeli, non fu soltanto una ricognizione storica, ma una presa di posizione critica contro l’omologazione degli immaginari e l’avanzata della cultura di massa, affermando così un’idea di pittura fondata su soggettività, tensione esistenziale e rapporto fisico con la materia, segnando un passaggio decisivo nella storia dell’arte italiana del secondo dopoguerra. Al centro della mostra i cartelli e le angurie degli anni Sessanta: segnali pittorici deformati, ingigantiti, caricati di tensione esistenziale, oggetti comuni trasformati in immagini instabili e perturbanti, lontane tanto dall’Informale quanto dalla Pop Art. 

Jenny Dogliani, 31 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

John Giorno e Mattia Moreni, gli anni Sessanta raccontati al MAMbo | Jenny Dogliani

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