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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliIl Novecento è il secolo breve, ma il più intenso che l’umanità abbia mai conosciuto. Segnato da due guerre mondiali e dal crollo dell’Unione Sovietica, ha visto il mondo traghettare dalla società del calamaio, di stampo ancora profondamente vittoriano, alla cultura pop di cinema, televisione e rotocalchi, mentre si profilava all’orizzonte l’alba dell’era digitale. Una linea ripercorsa dalla prossima edizione primaverile di Mercanteinfiera, nei padiglioni di Fiere di Parma dal 7 al 15 marzo (preview per operatori 5 e 6 marzo). Oltre mille espositori provenienti da tutta Europa tornano a popolare la kermesse che lo scorso autunno ha registrato la presenza di 56mila visitatori e oltre 6.500 buyers. Una gigantesca e caleidoscopica wunderkammer dove si spazia dall’archeologia egizia al modernariato, al design, al vintage, al luxury, passando per il nucleo fondante della manifestazione: l’antiquariato, rappresentato da sculture, dipinti, mobili, argenti, tappeti, arazzi e oggetti d’arte delle più variegate epoche e geografie.
Il percorso scandito dalle cinque mostre collaterali attraversa alcuni snodi centrali dell’immaginario novecentesco. Il primo capitolo di questa storia novecentesca è «Sanremo ’76. La colonna sonora di un Paese», dove il Festival della canzone emerge come uno dei primi e più duraturi dispositivi mediatici della società italiana. Documenti, fotografie e materiali d’archivio restituiscono la musica leggera come spazio di riconoscimento collettivo, capace di intercettare mutamenti sociali, gusti e tensioni di un’Italia ormai pienamente televisiva, in cui la canzone diventa evento nazionale e linguaggio condiviso.
Un altro grande catalizzatore dell’immaginario novecentesco è stato lo sport, celebrato nell’anno olimpico di Milano e Cortina con «Gli accessori della vittoria», una mostra che osserva la competizione atletica attraverso premi, trofei e ornamenti, nati per fissare l’istante della vittoria e trasformarlo in memoria pubblica, nel segno tangibile di una storia di successo e sacrifiucio.
Alla televisione come fabbrica di miti guarda invece «Dentro Happy Days», iconica serie tv girata negli studi televisivi di Los Angeles tra il 1974 e il 1984, ambientata nella Milwaukee degli anni Cinquanta: oggetti di scena e memorabilia documentano i meccanismi di produzione televisiva e la sua capacità di generare immaginari condivisi e modelli culturali riconoscibili su scala globale.
Gli albori del Novecento rivivono nella mostra «A punta di calamaio. Il calamaio nella Collezione Famiglia Mariani». Oltre settanta esemplari riportano lo sguardo a un mondo ancora fondato sul tempo lento della scrittura manuale, un punto da cui misurare la distanza tra la cultura del segno e quella dello schermo.
Infine «Ali e acciaio», una selezione di modelli aeronautici storici che introduce la dimensione tecnologica e industriale del volo, simbolo di progresso e potenza, meccanica e innovazione, completando l’orizzonte in cui media, sport, musica e tecnologia hanno ridefinito lo sguardo sul mondo. E poi ancora, tra i mille espositori, arredi antichi e di design, oggetti d’uso e di collezionismo, libri e grafica, strumenti di scrittura, abiti e accessori vintage, orologi e gioielli, giocattoli, fotografie e vinili, insegne, ceramiche e vetri, oltre a pezzi industriali e meccanici, manufatti archeologici e reperti storici, un insieme eterogeneo che restituisce in modo concreto come la cultura materiale abbia accompagnato e modellato i modi di vivere, produrre e rappresentarsi nel tempo.