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Luana De Micco
Leggi i suoi articoli«Il colore è sempre stato per me qualcosa di più di semplici pigmenti. È un antenato, un ritmo, uno spirito, una memoria. È una voce che esisteva prima di me e che esisterà dopo di me. È il simbolo di qualcosa di più vasto, di vivo, che appartiene al Sud e al nuovo mondo che sta emergendo». Rossi, blu, arancio, rosa, verdi saturi, carichi di energia, visiva e politica: nelle immagini di Rafael Pavarotti il colore accende gli abiti, scolpisce i corpi, fa gridare la moda. Dal 2 ottobre al 2 maggio 2027, il Musée des Arts Décoratifs (Mad) di Parigi dedica per la prima volta in Francia una mostra al fotografo brasiliano, riunendo più di 200 scatti, taccuini, schizzi, scritti, pagine di riviste. Nato nel 1993 a Belém do Pará, nel cuore della foresta amazzonica, Pavarotti ha imparato a fotografare da autodidatta. Racconta che, a 12 anni, aveva preso di nascosto la macchina fotografica del padre per portarla a scuola e fotografare gli amici. Prima ancora della moda, dei paesaggi o degli oggetti, c’erano dunque le persone: «La mia curiosità, ha detto in un colloquio con Sébastien Quéquet, conservatore delle collezioni fotografiche del Mad, che ha curato la mostra, non si è mai rivolta al paesaggio o agli oggetti, ha sempre riguardato le persone. Ero attratto dalla presenza, dalla complessità che si legge in un volto, in una postura, in un silenzio». La fotografia è per lui uno «spazio d’incontro»: «Ogni ritratto è uno scambio, fondato sulla fiducia, sull’attenzione e sull’apertura. In questo processo, spiega, non solo scopro la persona che si trova davanti al mio obiettivo, ma anche qualcosa di me. È un principio che continua a guidare il mio lavoro».
La moda entra nella sua vita quando da ragazzino un amico gli mostra il video della sfilata haute couture primavera-estate 2004 di Christian Dior, firmata da John Galliano. Le modelle sfilavano sulle note di «Baby Boy» di Beyoncé con abiti ispirati all’antico Egitto. A 15 anni, Pavarotti parte dunque alla volta di Rio de Janeiro per la fashion week. Seguiranno São Paulo e Londra, fino all’arrivo a Parigi, dove vive dal 2025. Le pubblicazioni si susseguono, «Vogue», «Acne Paper», «The New York Times», e così le collaborazioni con le grandi maison, Dior, Balmain, Maison Margiela, Ferragamo. Nel 2022 la copertina di «British Vogue As the World Turns», mettendo in scena una nuova generazione di top model, tra cui Adut Akech, Anok Yai e Maty Fall, simbolo di diversità, rappresenta un momento chiave della sua carriera. Per Pavarotti la fotografia è infatti uno strumento capace di allargare il campo della visibilità, portando al centro corpi e identità a lungo marginalizzati dalla moda: «Il cambiamento, dice, si costruisce nella continuità, nella ripetizione, nell'integrazione strutturale». Sempre nel 2022, è stato tra i premiati dei Fashion Awards nella categoria «Leaders of Change-People», mentre nel 2023, ha presieduto la giuria del Dior Photography and Visual Arts Award for Young Talents a LUMA Arles, chiamata a selezionare 12 giovani artisti sul tema «Face to Face».
Nei suoi scatti le modelle diventano dee, regine, guerriere: c’è Adhel Bol per «W Magazine», nella serie «Bird of a Feather» del 2021, con un look Balenciaga; ci sono Jeremiah Berko Fordjour per Dior, in collaborazione con l’artista Amoako Boafo, e le immagini realizzate per Balmain da Olivier Rousteing con Naomi Apajok, Akuol Deng e Anyier Anei; c’è Nyaueth Riam, fotografata per Bottega Veneta da Matthieu Blazy sulle pagine di «British Vogue» nel 2022. Lungo il percorso ci sono anche le numerose star che Pavarotti ha fotografato: Beyoncé, Bad Bunny, Kate Moss, Harry Styles, Madonna e Rihanna, in uno scatto in bianco e nero realizzato per «Perfect Magazine» nel 2024.
Pavarotti racconta di avere scoperto l’importanza del colore già a Belém: nelle case dipinte con audaci accostamenti cromatici del suo Paese, nei vestiti della gente abbinati in modo non convenzionale e nella casa della nonna, dove dominava il rosso: «Mia nonna mi ha insegnato che l’audacia nel colore non è provocazione, ma sincerità», ricorda. Anche il suo legame con la moda è antico: «La moda faceva parte della mia vita sin dall’inizio, molto prima che la percepissi come un’industria o una professione», spiega. A Belém la moda esisteva come «linguaggio culturale, una forma di espressione integrata nell’ambiente in cui sono cresciuto. Da dove vengo io, la moda è sempre esistita come forma di espressione sociale e culturale. Non era mai lontana dalla vita». Era nel festival tradizionale del Boi-Bumbá e nelle Festas Juninas, nella musica tecno-brega e nella danza carimbó. Tra le sue fonti d’ispirazione cita la poetessa Maya Angelou e la scrittrice Carolina Maria de Jesus, Dandara e Zumbi dos Palmares, figure emblematiche della resistenza contro la schiavitù nel XVII secolo, e personalità contemporanee, come l’attivista Ailton Krenak, la scrittrice-militante Geni Núñez e Raoni Metuktire, celebre capo indigeno del popolo Kayapó: «Concepisco la mia presenza nel mondo della moda come parte di un movimento più ampio iniziato da coloro che mi hanno preceduto, pensatori, artisti e figure di riferimento che hanno saputo affermare l’importanza dell’autonomia, dell’autodeterminazione e della sovranità, ha detto ancora a Sébastien Quéquet. Il loro lavoro ha creato le condizioni perché le nuove generazioni potessero esistere senza chiedere scusa di esserci».
Rafael Pavarotti, Yagamoto per IB Kamara «Vogue Italia», 2019. © Rafael Pavarotti