Pittrici del passato

Nel 2021 le artiste hanno dominato il panorama espositivo della pittura antica. Ma se da tempo la Gentileschi è diventata un simbolo del femminismo e ora di #MeToo, quante avevano il suo talento?

«Cleopatra» (1664) di Elisabetta Sirani
Arabella Cifani |

Aveva un bel dire Vasari con tono ruffiano che le donne, in tutte le cose in cui hanno voluto impegnarsi, «siano sempre riuscite eccellentissime e più che famose». Famose dove? Quando?

Dalla Grecia alla Persia a Roma al Rinascimento le donne, regine, eroine o dame sono certo presenti in abbondanza, e di solito fanno brutte fini. Ma quante scienziate, matematiche, medichesse, ingegnere, scrittrici quante poetesse, quante musiciste e soprattutto quante artiste, pittrici scultrici, architette? Un bilancio desolante, avvivato da qualche monaca virtuosa, che con un pennellino si affannava a cavarsi gli occhi dipingendo miniature, da qualche altolocata signora che poetava o suonava un liuto nel chiuso della sua stanza.

Indubbiamente scocciate, le donne erano prive di strumenti di difesa, senza studi, senza indipendenza economica, culturale e religiosa. Boccaccio nel prologo al Decamerone aveva colto perfettamente il cuore della questione, ricordando che le donne avevano imparato a loro spese a tenere ben nascosti i loro pensieri, poiché erano sempre costrette, rinchiuse e controllate da padri, madri, fratelli e mariti. E che potevano starsene per ore e giorni nelle loro camere sedute e pensierose a macinare tristi considerazioni sulla loro vita. Infatti c’era poco da stare allegre.

Poi però a un certo punto le donne incominciarono a dipingere e a occuparsi di arte. Era il pieno Rinascimento e qualche padre, come ricorda Anna Banti nel suo impagabile volumetto dedicato alle donne pittrici, si accorse di avere in casa una mocciosa di talento, che disegnava bene senza che nessuno glielo avesse insegnato e che, a conti fatti, poteva costituire, se coltivata, una fonte di reddito interessante. Molte erano figlie di pittori, i cui padri avevano loro concesso di giocare con i pennelli e girare per lo studio imbrattate da capo a piedi di colori.

Vennero così alla luce Properzia de’ Rossi, Lavinia Fontana, Sofonisba Anguissola, Fede Galizia, Giovanna Garzoni, Marietta Robusti figlia di Tintoretto, Plautilla Nelli, Barbara Longhi e tante altre.  E nella generazione seguente, quella pienamente barocca, le star come Artemisia Gentileschi, Elisabetta Sirani, Marcherita Volò Caffi, Francesca Vincenzina, Elisabetta Marchioni, Plautilla Bricci, Orsola Caccia Moncalvo. Di alcune rimangono tracce più labili o che si vanno riscoprendo solo ora, ma erano tante. Sposate (male o per necessità, come Artemisia), monache, vergini e per ciò particolarmente pregiate come la Sirani morta giovanissima. Tutte accomunate dall’essere considerate animali rari da esibire.

Come dipinge una donna? E sa dipingere anche un animale, un vaso, un insetto, una figura umana? Andiamo a vederla lavorare. E gli studi si trasformavano in salottini con rinfreschi che circolavano, cavalieri azzimati che le corteggiavano per avventura e da altre donne, inacidite, che andavano a verificare se le pittrici erano belle e virtuose, come si vestivano e pettinavano e magari se ci scappava anche un ritratto. Su tutto, sempre, in una nuvola di pettegolezzi, malelingue, sussurrii. E poi le donne pittrici erano come le ginecologhe, potevano andare a incontrare altre donne, intrattenersi con loro, dipingerle liberamente anche se monache di un convento, fermarsi a chiacchierare a considerare. Ma nessuna doveva dimenticare quale era il suo infimo posto nella società.

In questo anno che si avvia alla fine molte sono state le iniziative sulle pittrici antiche. Farne un consuntivo è doveroso. Dalla mostra milanese delle «Signore dell’arte», alla mostra monografica su Fede Galizia, a quella di Plautilla Bricci che si apre in novembre, insieme con quella sulla «Giuditta nell’arte». Cosa ne emerge? Che conclusioni si possono trarre da tutti questi quadri esposti? Che in generale le donne dipingono oggettivamente piuttosto male. Quelle antiche, che non avevano potuto frequentare studi regolari, non conoscevano in genere l’anatomia e la prospettiva.

Sofonisba Anguissola, deliziosa nei particolari, piacevole nei ritratti, appare rigida e impacciata nelle pale sacre. E non sa dipingere bene le mani, che sembrano guantini, come si vede nel ritratto dell’Infanta Isabella Clara Eugenia della Sabauda. Orsola Caccia, monaca e pittrice, dipinge figurine graziosamente imbambolate, modellate col marzapane e cariche di piacevoli dettagli: pizzi gioielli, naturine morte, animalini, fiori bellissimi del giardino del suo convento; ma anatomia, consistenza emotiva ed espressività sono uguali a zero.

Anche Lavinia Fontana non va meglio; c’è sempre troppa roba nei suoi quadri, che si tratti di gioielli, seni sciorinati, tendaggi, puttini violentemente arrossati. Decisamente meglio Elisabetta Sirani, a cui la tradizione accademica bolognese fa da ottima base, e che nel raffigurare, ad esempio, Anna Maria Ranuzzi con un bambino dipinge una vera donna che regge un vero pesante neonato, attenta a non farlo cadere anche se l’infante si divincola: un dettaglio di realtà non comune. La talentuosa Sirani però finì male, morta a 27 anni con sospetto di veneficio, causa invidia: la fine di molte donne intelligenti. Marietta Robusti non è certo gran cosa e si vede che aveva imparato a dipingere dal padre a sprazzi e bocconcelli; meglio i molti celebri quadri romantici che ne raffigurano la precoce morte, a ricordare che le donne danno i migliori esiti nelle agonie.

Anche a Fede Galizia la grande mostra di Trento, chiusa il 24 ottobre, non ha fatto molto bene. La conoscevamo come incantevole autrice di nature morte con certi frutti da far venire l’acquolina in bocca tanto sono turgidi e vellutati, ma come pittrice di figure, pur essendo corretta e diligente, appare in linea generale debole. Le sue Giuditte brillano nel senso letterale per la copertura di gioielli dalla testa ai piedi e per il generoso décolleté ben in vista, ma hanno faccine incantate da signorine per bene messe in posa, che si domandano cosa ci fanno in quel luogo. Anche i ritratti, salvo quello di Paolo Morigia più vivo del vero, presentano un che di rigido e di piatto; le scene sacre, dalle prospettive tutte rovesciate in avanti, pur piacevoli da vedere in tutti i loro minuti dettagli e bei colori, non appaiono indimenticabili.

Per vedere una vera pittrice in quel tempo e vedere scorrere sangue e ribollire le emozioni bisogna guardare a Artemisia Gentileschi, di cui qui si parla in sede separata. Si dovrà aspettare il tramonto dell’ancien régime, «Ritratto di donna nera», uno dei più bei ritratti di tutta la storia dell’arte. Poi la strada, un po’ per volta incomincerà ad essere in discesa per le artiste, anche se per una Rosa Bonheur, che dipinge con successo animali gagliardi e di maschia potenza, si mette i pantaloni e fuma sigari, ci furono artiste straordinarie come la scultrice Camille Claudel, che all’inizio del Novecento si farà una trentina di anni di manicomio per via del suo stile di vita troppo libero e condannato impietosamente dalla famiglia e dalla società. Il Novecento vedrà le donne nelle accademie, immerse nel dibattito artistico. Finalmente.

Ma anche oggi quante sono le pittrici di talento? Sempre troppo poche. La creatività è una conquista da strappare brano a brano e la vera libertà intellettuale e artistica per le donne è ancora lontana.

Leggi anche: Pittrici del passato | Sette scenari per Artemisia

© Riproduzione riservata «Ritratto di donna nera» di Marie-Guillemine Benoist. Cortesia RMN Grand Palais, G. Blot
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