Pittrici del passato | Artemisia come Giuditta

«Giuditta che decapita Oloferne» della Gentileschi svela l’interiorità della pittrice, ma è anche un punto di riscatto per l’eterno femminino

«Giuditta con la testa di Oloferne» (seconda metà del XVI secolo) di Lavinia Fontana, Pinacoteca Stuard di Parma (particolare)
Maria Cristina Terzaghi |

Nel 2021 le artiste hanno dominato il panorama espositivo della pittura antica. Ma se da tempo la Gentileschi è diventata un simbolo del femminismo e ora di #MeToo, quante avevano il suo talento

Giovane, bella, ricca, virtuosa e, non ultimo, ben vestita. Non è difficile immaginare che tra Cinque e Seicento Giuditta potesse rappresentare l’alter ego ideale di molte gentildonne, e le pittrici non fanno eccezione. Col tema si sono misurate tutte: Fede e Lavinia, per non parlare di Artemisia, ma anche per gli uomini finiva spesso sul personale, basti pensare a Cristofano Allori che si ritrae in Oloferne decapitato dall’amante, la bella Mezzafirra, sotto gli occhi della suocera che veste i panni di Abra, almeno così la racconta il biografo Filippo Baldinucci.

A dire il vero qualche artista, in questo caso della penna, non del pennello, ci aveva già pensato: un personaggio straordinario come Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo il Magnifico, intorno al 1460-1470 aveva composto l’Ystoria di Judith, un cantare in ottave che si pone all’origine delle molte rivisitazioni letterarie dell’episodio biblico.

Ma tra fine Cinque e inizio Seicento Giuditta diventa improvvisamente moderna: il libro viene incluso nella Vulgata Clementina, occupando così l’avamposto della protesta antiprotestante, Martin Lutero lo considerava infatti apocrifo. Il testo è certamente uno dei più sconcertanti dell’Antico Testamento per il rovesciamento completo di ogni ruolo: la forza, qualità generalmente maschile, è invece appannaggio di una donna, l’eroina uccide a tradimento, e per giunta la sua bellezza e la sua eloquenza diventano strumento di seduzione.

Certo, l’interpretazione teologica post-tridentina vedeva in Giuditta la prefigurazione della Vergine Maria che sconfigge il demonio con la sua virtù, ma come tradurre questo sublime pensiero quando si trattava di mettere mano alla tavolozza e raffigurare una storia cruenta? Alcune pittrici semplicemente soprassiedono: è roba per stomaci forti. Così la controllatissima Fede Galizia raffigura l’eroina splendidamente agghindata mentre porge la testa all’anziana fantesca che regge un bacile. Se non avesse ancora in mano la spada, la crederemmo Salomé, tanto la contaminazione è evidente.

Più smaliziata Lavinia Fontana che propone l’episodio tre volte, in modi completamente differenti. Il più personale è quello della Pinacoteca Davia Bargellini di Bologna, dove la pittrice si autoritrae in Giuditta trionfante, mentre Abra, altrettanto bella e giovane, attende pazientemente di infilare la testa nel cesto sullo sfondo, e lascia alla sua signora il primo piano da selfie.

La più intrigante è quella della Pinacoteca Stuard, dove l’eroina ha appena staccato la testa ad Oloferne e sta fuggendo dalla tenda, la vediamo nella mostra in programma a Roma, Palazzo Barberini a partire dal 25 novembre dedicata alla Giuditta di Caravaggio e ai suoi interpreti. Eh sì, perché come spesso accade, anche per Giuditta esiste un prima e un dopo Caravaggio, tanto la spettacolare tela dipinta dal pittore lombardo per il banchiere Ottavio Costa, fece scuola, nonostante le cautele del proprietario che temeva la sua divulgazione.

Inutile dire che Artemisia Gentileschi la vide o per lo meno ne ebbe notizia, chissà se dal padre Orazio. Sta di fatto che la giovane pittrice in quel quadro intuì quant’altri mai la sostanza di Caravaggio, capì che bastava ritrarre l’emozione di un istante per raccontare una storia, non c’era bisogno dei dettagli. E quali sentimenti potevano essere più simili ai suoi di quelli di Giuditta nella fatidica ora in cui uccide Oloferne?

Non si tratta di anacronistici femminismi: il quadro di Napoli parla da sé, è tutto costruito sulla furia di quell’istante. Giuditta che decapita (che «scanna», per dirla con Longhi) il tiranno mentre la giovane Abra gli si avventa sopra e lo tiene fermo, è una proiezione di quella vendetta e di quella solidarietà femminile che l’inquilina Tuzia aveva negato alla giovane Artemisia lasciandola sola con il suo aggressore Agostino Tassi, causando la perdita dell’onore, e più tardi anche quella di un dipinto cui lei era attaccata come non mai, guarda caso ancora una volta una Giuditta.

Ma un po’ più in là Artemisia fa pace col soggetto, intuendone la spendibilità sul mercato e a Firenze ritrae una raffinata Giuditta che si volta a vedere se qualcuno la segue con la sua bella ancella, la testa mozza di Oloferne quasi un dettaglio, e ancora di rientro a Roma, un’immagine straordinaria, notturna dove l’eroina a figura intera al naturale si volta addirittura a guardare il generale decapitato nell’attimo prima di fuggire dalla tenda. Una storia che è una specie di catarsi dell’interiorità della pittrice, e al tempo stesso un punto di riscatto per l’eterno femminino.

In Giuditta non solo il coraggio, ma anche la seduzione trova infatti una strada positiva: Dio se la utilizza per portare a termine il suo piano di salvezza, visto mai che essere donna serva a qualcosa? Un sollievo per tutte, pittrici comprese.

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© Riproduzione riservata «Giuditta con la testa di Oloferne» (1610-1612) di Cristofano Allori, Gallerie degli Uffizi di Firenze «Giuditta con la testa di Oloferne» (1596) di Fede Galizia, Ringling Museum of Art di Sarasota «Giuditta con la testa di Oloferne» (1596) di Fede Galizia, Galleria Borghese di Roma «Giuditta con la sua ancella» (1612-1613) di Artemisia Gentileschi, Galleria Palatina di Firenze «Giuditta con la sua ancella» (1625-1627) di Artemisia Gentileschi, Detroit Institute of Arts «Giuditta con la testa di Oloferne» (1600) di Lavinia Fontana, Museo Davia Bargellini di Bologna
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