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Attività alla Gam di Torino nell’ambito del progetto «Ritrovarsi al Museo» (2024)

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Attività alla Gam di Torino nell’ambito del progetto «Ritrovarsi al Museo» (2024)

L’arte è una grande cura e ritrovarsi al museo abbassa i livelli di stress e rabbia

Un progetto ideato dalla Fondazione Carlo Molo di Torino con il supporto di ANCoS Roma e Provincia e il contributo della Compagnia di San Paolo mette il museo al centro di un’esperienza di formazione per gli operatori e di benessere, relazione e inclusione per le persone affette da Alzheimer e per i loro caregiver

Quando è apparso storicamente il concetto di «demenza» nel mondo occidentale? Per quello che si può sapere dai testi di medicina greca antica e anche da quelli dell’antica Roma i disturbi cognitivi erano al tempo rari. I Greci sapevano che con l’invecchiamento potevano sopraggiungere dei problemi di memoria, ma dalle loro descrizioni nulla che potesse avvicinarsi ai disturbi causati dalla demenza. La prima osservazione della decadenza dell’organismo e delle capacità mentali e cognitive associata all’età viene compiuta da Pitagora. Anche Ippocrate ritiene che il declino mentale sia una conseguenza dell’invecchiamento. Aristotele afferma, poi, che la vecchiezza è inseparabile dal tramonto dell’intelligenza.  

Anche nei testi scientifici degli antichi Romani si riscontra qualche caso di demenza o almeno di qualcosa che molto le somiglia. Descrizioni di difficoltà nell’apprendimento di cose nuove e di persone che dimenticano i propri nomi compaiono nelle opere dei filosofi Galeno e Plinio il Vecchio, mentre Cicerone osservava che «la stupidità è caratteristica degli uomini anziani irresponsabili, ma non di tutti gli uomini anziani». Plinio il Vecchio racconta ad esempio, con una certa meraviglia, che un suo amico senatore non riusciva più a ricordare il nome d’appartenenza della propria «gens», ovvero della propria famiglia e sempre lo stesso Plinio depreca l’alcolismo, sostenendo che il vino fosse «un prodotto tanto adatto a confondere l’intelletto umano e suscitare pazzia, causa di migliaia di delitti». «Senectus ipsa est morbus» è una celebre espressione latina di Publio Terenzio Afro, tratta dalla commedia Phormio (160 a.C.), che si traduce in «La vecchiaia stessa è una malattia».

Il termine demenza come tale viene utilizzato per la prima volta nel 30 d.C. da A.A. Cornelio Celso, che riprese le classificazioni elaborate da Ippocrate dei disturbi mentali: mania, furore, frenesia, follia, delirio. Celso, con una felice intuizione, comprese l’importanza del rapporto medico-paziente e l’utilizzo di strumenti terapeutici come il gioco, il dialogo, la lettura e la musica, deprecando l’uso di costrizioni come le catene, le percosse e le punizioni; in qualsiasi caso, constatava come la solitudine non facesse che aggravare le condizioni mentali del paziente, una cosa che oggi tutte le ricerche scientifiche sottolineano. Sarà poi Galeno, il più importante rappresentante della medicina romana, a introdurre per primo la demenza nell’elenco delle malattie mentali e l’invecchiamento come una patologia che comporta, tra l’altro, il decadimento delle funzioni mentali. Pensando alla storia di Roma e ai suoi imperatori non si può comunque dire che se la cavassero tutti molto bene, a cominciare da Nerone che alternava malinconie ad atteggiamenti frenetici e a fasi di completa apatia; ma l’imperatore non diventò vecchio a sufficienza per sapere se era solo follia o anche demenza.

Tutte queste considerazioni sugli antichi, e spingendosi comunque quasi fino ai nostri giorni, sono però inficiate da una questione fondamentale: al tempo di Greci e Romani e anche per molti e molti secoli dopo, vivere fino a 40 anni veniva considerato un grande traguardo, poiché si moriva molto giovani e chi era vecchio di solito svolgeva delle attività che contribuivano a rendere sveglio e giovane il proprio cervello.

Oggi noi sappiamo che l’ambiente e lo stile di vita sono fattori determinanti per il rischio di demenza e che la malattia è una condizione che potrebbe perciò derivare in gran parte da stili di vita e ambienti moderni, caratterizzati da sedentarietà e inquinamento. E, inoltre, fino a non tantissimi anni or sono superare i 70 anni era già considerata una fortuna. Poi l’età umana nei Paesi occidentali ha cominciato ad alzarsi progressivamente, fino a raggiungere e a superare come speranza di vita gli 80 anni e non sono pochi quelli che arrivano ai 90 e oltre, e i centenari. Il problema è che molti ci arrivano male e che comunque tutti potremmo arrivarci malissimo, e allora la vita prolungata oltre ogni limite può diventare solo un castigo o una maledizione per sé stessi e per la famiglia caricata di un peso indicibile.

Nel Medioevo, nel Rinascimento e nei secoli seguenti le eventuali forme di demenza erano assimilate alla pazzia e i disgraziati che l’avevano finivano in carcere, rinchiusi in un ospedale, abbandonati a sé stessi. I ricchi e i potenti potevano invece scamparsela, custoditi dalla servitù, ed è lecito pensare che personaggi come Enrico VIII nell’ultimo periodo della sua vita, fra stravizi, vino, eccessi di cibi, fosse affetto da pazzia o demenza (o tutte e due) e non è certo l’unico sovrano di cui si abbia memoria per comportamenti riprovevoli, stravaganti o inquietanti.

Resta il fatto che la malattia di Alzheimer è stata descritta per la prima volta solo nel 1906 dallo psichiatra e neuropatologo tedesco Alois Alzheimer, che le darà il suo nome. Oggi questa infermità ci invade con quasi 10 milioni di nuovi casi nel mondo ogni anno. Fortunatamente la sensibilità moderna (dove esiste e riesce a vivere) rifiuta di maltrattare o di segregare questo tipo di malati, e penso alla drammatica «Cella delle pazze» (1884) di Giacomo Grosso, nella Galleria d’arte moderna di Torino, che rievoca la crudeltà assoluta con cui venivano rinchiuse in convento giovani donne senza vocazione che poi, in molti casi, non potendo ribellarsi, morivano di disperazione, follia, demenza.   

Chi ha l’Alzheimer non sempre perde immediatamente il contatto con la realtà, ma comincia a vivere molto male, una vita fatta di pezzi di pensiero che si rompono e generano spesso ansie, frustrazioni, depressioni. Come in un quadro di Dalí con orologi che si sciolgono, si disfa il senso del tempo, le cose si deformano come viste nell’acqua al fondo di un pozzo tenebroso e una nuvola nera avanza e cancella ricordi, usi, pensieri, giorno dopo giorno.

 

 

L’arte che cura

Ci si può opporre a questo? Anche se una cura per la malattia non c’è, si possono fare molte cose. Per esempio, ritrovarsi al museo con un progetto che coniuga arte e demenza, ponendo il museo al centro di un’esperienza di benessere, relazione e inclusione per le persone con Alzheimer e i loro caregiver. C’è in Italia un benemerito progetto in corso, ideato dalla Fondazione Carlo Molo Onlus di Torino con il supporto di ANCoS Roma e Provincia nel 2025, continua il suo percorso grazie al contributo della Compagnia di San Paolo erogato nell’ambito dell’iniziativa Cantiere Cultura e Salute 2025 e il patrocinio della Regione Piemonte, Ama-Associazione Malati di Alzheimer e Associazione Alzheimer Piemonte. La formazione appena iniziata, ha raccolto 80 adesioni sul territorio regionale tra operatori museali e sociosanitari, asl. Centri diurni, e associazioni culturali e di assitenza.

  L’attività è stata concepita e curata da Miriam Mandosi, storica dell’arte, esperta di accessibilità museale e di progetti dedicati alle persone con demenze e da Massimo Marianetti, medico chirurgo specialista in Neurologia e Psicoterapia. Il dottor Marianetti è responsabile del Servizio di Neuropsicologia e del Centro Sperimentale Alzheimer presso l’Ospedale San Pietro e l’Istituto San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli-Roma), nonché docente presso l’Università Europea di Roma.

Il rapporto tra patrimonio culturale, musei e demenze è oggi al centro di numerose ricerche e progettualità, sia a livello nazionale che internazionale. Il museo, per ciò che custodisce e per il modo in cui narra, è uno dei luoghi più indicati per stimolare la memoria, favorire il dialogo e creare connessioni emotive tra pubblici diversi. La collaborazione tra professionisti di ambiti diversi è fondamentale per garantire un’esperienza positiva ed evitare, per quanto possibile, situazioni di stress o disagio. 

Il progetto, dedicato ai professionisti delle Regioni Piemonte e Valle d’Aosta, prevede una parte formativa rivolta a operatori sociosanitari, educatori museali, personale addetto all’accoglienza e in generale per tutti coloro che, a diverso titolo, sono interessati all’accoglienza e progettualità per persone con Alzheimer e i loro caregiver; e una seconda parte comprendente visite museali. Il corso, e non è una notazione da poco, è gratuito, fruibile da remoto in streaming e prevede il rilascio di un attestato di partecipazione. Quest’anno saranno analizzati due temi: l’importanza della narrazione, il ruolo della medicina narrativa e il racconto come tecnica di cura e benessere e la valutazione dell’impatto emotivo della visita al museo

Fa bene quindi andare a un museo per chi è malato di Alzheimer? Sì, certamente. Secondo scale validate dalle parti socio sanitarie, le visite portano a un abbassamento degli indici di stress e di rabbia. Ma i benefici si estendono a tutti, tanto è vero che i medici torinesi hanno cominciato a prescrivere a molti loro pazienti una visita a un museo o attività artistiche, trasformando l’arte in un alleato concreto per la salute e il benessere psicofisico dei cittadini. Non vorremmo più vedere quadri tragici come i ritratti di alienati dipinti da Géricault o «La pazza» di Giacomo Balla (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea) e nemmeno il quadri terribili di un raffinato pittore americano come William Utermohlen dove a mano a mano che la demenza progrediva si perdevano forme e colori una volta splendenti per lasciare il posto a un grumo di angoscia dipinto alla fine in bianco e nero.  

Il progetto «Ritrovarsi al Museo» nel suo primo anno ha coinvolto la GAM di Torino per visite e attività (un blocco di quattro visite museali su campione riservate a otto pazienti e rispettivi caregiver, in collaborazione con Asvad Café Alzheimer Torino); in questa seconda edizione troveremo invece la Pinacoteca Agnelli di Torino e la Reggia di Venaria. Ci auguriamo e auguriamo, di tutto cuore ai partecipanti a questa importante iniziativa, malati e loro accompagnatori che l’arte possa riaprire nelle loro menti almeno piccoli frammenti di memoria e donare comunque gioia, conforto, sentimenti positivi. Visitare un museo può essere veramente curativo e lo dico in prima persona pensando alla recente visita alla mostra sul Beato Angelico di cui sono ancora zeppa e alla felicità intensa che mi ha procurato. Al mattino è bello svegliarsi e trovare ai piedi del letto frammenti di blu oltremarino, di lacca di garanza, di verde germoglio: sono i sogni della notte che se ne sono andati, ma hanno lasciato la loro polvere colorata ovunque. 

Sì, l’arte è una cura e uno dei migliori modi per avvicinarsi alla felicità.

 

Due autoritratti di William Utermohlen, artista statunitense al quale a 65 anni venne disgnosticato l’Alzheimer: il primo, da sinistra, è del 1967; il secondo del 2000

Arabella Cifani, 30 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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