Onofrio Cutaia regista tecnico del contemporaneo

Intervista al nuovo direttore Creatività contemporanea del Ministero della Cultura

Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Onofrio Cutaia (Catania, 1959) è da gennaio direttore generale Creatività contemporanea (Dgcc), alla guida della Direzione del Ministero della Cultura (MiC) che si occupa di arte e architettura contemporanee, oltre che di moda, design e fotografia. Dopo aver diretto il Teatro Mercadante di Napoli (2002-07) e poi l’Ente teatrale italiano, e dopo essere entrato al Ministero dei Beni culturali (oggi Ministero della Cultura), dove ha guidato la Direzione generale turismo (2014-15) e poi la Direzione generale spettacolo dal vivo (2015-20), ha ora preso il posto lasciato vacante da Margherita Guccione, tornata a dirigere il MaXXI Architettura.

Che cosa potrà trarre di utile, per l’attuale sua mansione, dall’esperienza alla Direzione generale spettacolo dal vivo, dove si è occupato di teatro, danza e musica?

I temi delle arti sceniche sono molto contigui a quelli delle arti contemporanee, talvolta intrecciati. Si pensi al rilievo che hanno assunto le contaminazioni delle arti nell’attuale ricerca artistica. Già quando diressi il Teatro Mercadante a Napoli ebbi modo di collaborare con il Madre, che nasceva in quegli anni. Il lavoro teatrale è uno stato di perenne sperimentazione, come l’arte. Si esplora e non ci si ferma mai, altrimenti non si va da nessuna parte. La commistione arte-teatro è oggi più che mai un corpo vivissimo, come dimostra la presenza di Romeo Castellucci, fondatore della Societas Raffaello Sanzio, tra gli artisti espositori della Quadriennale di Roma. Nell’incontro tra le arti sorgono, oggi, le istanze più interessanti, e noi siamo intenzionati a sostenerle.

A usare il teatro come paradigma del mondo, il suo attuale mestiere sarebbe quello di un regista del contemporaneo?

Accetto questa immagine molto suggestiva solo a patto che sia chiaro che la mia «regia» è solo tecnica e aperta al dialogo e all’ascolto. Io sono pur sempre un funzionario della Stato. E poi è una «regia» di fatica: si tratta di dissodare i terreni per renderli fertili. Qui gli attori vanno sempre in coppia: c’è la parte dell’arte, e poi la parte del pubblico, anzi dei pubblici.

In qualità di ex direttore generale Turismo, se la sentirebbe di dare qualche consiglio al neoministro del Turismo Massimo Garavaglia, ora che il settore è stato separato dal MiC?

Ripeto, sono un tecnico, e non posso dare consigli a un’autorità politica. Posso solo confermare che i settori della cultura e del turismo sono in rapporto naturale, e che sicuramente entreremo in relazione con il Dicastero di Garavaglia, sia per cooperare alla valorizzazione delle cosiddette «aree interne» del Paese, sia per proseguire quanto già avviato prima della scissione ministeriale, tra cui il progetto «Borghi in festival».

Il bando di «Borghi in festival», lanciato l’anno scorso dalla Dgcc assieme alla Direzione generale turismo con l’intento di promuovere festival locali, ha avuto 643 domande. Che cosa significa?

Che c’è una enorme volontà da parte dei Comuni di progettare attività socio culturali. Che bisogna guardare molto anche a questo aspetto per progettare una rinascita futura.

«Creative living lab» è un bando della Dgcc che destina fondi ad associazioni attive sul territorio, impegnate in progetti di rigenerazione urbana, soprattutto in periferia. Ma esistono ancora centri e periferie?

Le rispondo con la mia esperienza personale. Da direttore del Teatro Mercadante a Napoli partecipai a un piano triennale di teatro pedagogico nel quartiere disagiato di Scampia, con centinaia di ragazzi «difficili» coinvolti, di cui alcuni sono rimasti nel mondo del teatro o della fiction. Ecco, lì mi sono reso conto che non aveva più ragion d’essere la distinzione tra centro (dove sta il Mercadante) e periferia, che Scampia poteva conquistarsi la sua centralità, e che la situazione si era fatta fluttuante. Per di più molti centri storici sono caratterizzati da qualche difficoltà, che in genere si attribuisce alla periferia. Ecco perché la rigenerazione urbana è, di necessità, uno dei perni della politica della Dgcc.

Le drammatiche condizioni socio economiche indotte dalla pandemia non potrebbero ispirare addirittura un’implementazione ulteriore di questo versante operativo, anche per rendere sempre più diffuse pratiche estetiche con finalità etiche?

Dico sì! Lasciando ovviamente libertà di indirizzo e azione agli operatori. Siamo in una fase di mutazione profonda di tanti presupposti. E non c’è momento più adatto di questo per parlare sempre più di rigenerazione urbana o di intervento nel sociale, come prospettato dal bando «Creative living lab». Pensi che per il Padiglione italiano della Biennale di Architettura di Venezia, che si inaugurerà il 22 maggio, abbiamo concordato con il curatore Alessandro Melis il titolo «Comunità resilienti».

Per il Padiglione italiano della Biennale d’Arte di Venezia 2022, invece, di cui, come per l’Architettura, avete la responsabilità, si possono anticipare notizie sul curatore?

Anche se lo volessi, non potrei. Posso solo dire che abbiamo dato incarico a 10 curatori di stilare un progetto. Di qui sceglieremo una terna da proporre al ministro Franceschini: la decisone sarà sua.

Nel frattempo, è giunto alla decima edizione il bando «Italian Council», per la produzione e promozione, anche all’estero, di opere d’arte contemporanea italiana.

È un punto fermo della Dgcc, che abbiamo intenzione di rafforzare. Parallelamente stiamo lavorando anche alla creazione di una rete di centri di produzione del contemporaneo, una sorta di dorsale dell’arte d’oggi, finalizzata a un progetto meno episodico e più organico, fondato sulle residenze d’artista, con curatori e gruppi di lavoro, e alimentato dalle relazioni con realtà consimili all’estero. Anche «Luoghi del contemporaneo», ricognizione che sviluppiamo sul sito web della Dgcc, sarà ravvivata da nuove idee e opportunità, aprendoci all’arte pubblica e incentivando i rapporti con gli spazi privati. Ho recentemente incontrato Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, presidente del Comitato delle Fondazioni italiane dell’arte contemporanea, per parlare anche di questo.

In occasione della Quadriennale, la Dgcc ha collaborato alla sezione «Accademibact», dedicata agli studenti delle Accademie di Belle Arti: non crede che si dovrà in futuro puntare maggiormente sulle Accademie, nella promozione dell’arte contemporanea?

Assolutamente sì. Le Accademie di Belle Arti sono una fucina di nuove idee. I dieci ragazzi vincitori della selezione, che hanno esposto ottimi lavori a Palazzo delle Esposizioni, mi hanno colpito per quanto sono motivati, colti, sognatori, interessati. Dobbiamo lavorare anche per questa generazione, e proseguiremo nel nostro rapporto con le Accademie.

Lei dal 2009 al 2018 ha peraltro svolto anche corsi universitari sulla gestione teatrale. Che cosa le ha dato questa esperienza?

Gioia. È un’esperienza da cui ho tratto molto giovamento, e che rifarei con piacere. È confortante vedere studiosi in questo stato nascente, innamorati della materia. Noi abbiamo il dovere di fare passi indietro per far andare avanti loro.

Con il Pac, «Piano per l’arte contemporanea», attivo da vent’anni, e il più recente progetto «Strategia fotografia», si sostengono musei pubblici nell’acquisizione di arte contemporanea: sono macchine che funzionano o hanno bisogno di una messa a punto?

Tutto ha sempre bisogno di una messa a punto, anzi: tutto va portato a una condizione di crisi, per essere riformato. E noi non ci adagiamo sul già fatto. Ogni volta, alla verifica dei risultati, capiremo che cosa cambiare e che cosa no.

Una Direzione generale in tempo di crisi è uguale a una Direzione generale in tempi normali?

Proprio no. In tempi come questo devi preventivare la procrastinazione di tutto. Devi progettare lo scarto di programmazione. Si deve evitare di mettere in difficoltà gli operatori. Per tutti è difficile. Cambiano e cambieranno molte cose, e un esercizio positivo può essere quello di chiedere proprio agli artisti quale futuro immaginano, e magari attingere da loro la saggezza per vivere meglio in condizioni di transizione e precarietà.

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