Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image
Image

Viaggio a Çanakkale, tra Asia ed Europa

Dai Dardanelli al Monte Ida, dalle città della Troade alle isole dell’Egeo: fortezze, rovine, foreste e vigneti lungo le rotte che per millenni hanno unito Mar Egeo, Mar di Marmara e Mar Nero

Poco più di un chilometro d’acqua separa l’Europa dall’Asia nel punto più stretto dei Dardanelli. In mezzo passano traghetti, mercantili e grandi navi dirette verso il Mar Nero. È lo Stretto dei Dardanelli, la lingua d’acqua che dall’Egeo conduce al Mar di Marmara e, attraverso il Bosforo, al Mar Nero. Sulla riva asiatica sorge Çanakkale, città della Turchia nord-occidentale e capoluogo dell’omonima provincia che comprende, sulla sponda opposta, la penisola di Gallipoli nella Turchia europea. A sud comincia invece la Troade, la regione storica che si estende verso l’Egeo e il golfo di Edremit.
Lo stretto dei Dardanelli si allunga per una sessantina di chilometri e, nei punti più stretti, è largo poco più di un chilometro. Chi dall’Egeo vuole raggiungere il Mar Nero deve passare di qui, attraversare questo lungo corridoio d’acqua incassato fra due coste, quella europea della penisola di Gallipoli e quella asiatica dell’Anatolia: promontori e basse colline scendono verso il mare, alternando pinete, macchia mediterranea e piccole insenature. Le acque, apparentemente tranquille, sono percorse da un sistema di correnti: in superficie quella proveniente dal Mar di Marmara scende verso l’Egeo e in profondità la corrente procede in senso opposto mentre d’estate, i venti etesii soffiano con insistenza da nord. Per le imbarcazioni antiche risalire lo stretto significava spesso procedere controcorrente e controvento, fermarsi lungo la costa in attesa di condizioni migliori. Chi abitava sulle rive aveva dunque l’opportunità di controllare questo tratto di mare, una delle porte tra Mediterraneo, Mar Nero, Europa e Asia.
Molti personaggi storici si sono avvicendati in queste acque. Nel 480 a.C. il re persiano Serse attraversa lo stretto dall’Asia verso l’Europa per invadere la Grecia. Un secolo e mezzo più tardi Alessandro Magno compie il viaggio contrario e parte alla conquista dell’impero persiano. Nel Quattrocento gli Ottomani fortificano le rive; nel 1915 britannici e francesi cercano di forzarle durante la Prima guerra mondiale.

La chiave del mare

La sponda europea si raggiunge con pochi minuti di traghetto da Çanakkale. Nel punto in cui i Dardanelli si restringono si affaccia Kilitbahir, un villaggio raccolto ai piedi della fortezza che sembra chiudere lo stretto. Il nome significa «chiave del mare» e non è un’immagine poetica: la fece costruire il sultano Mehmet II a metà Quattrocento per controllare il traffico navale dei Dardanelli. La posizione spiega anche la forma del castello. La grande fortificazione trilobata, articolata intorno a una poderosa torre centrale, è stata edificata esattamente di fronte a Çanakkale, per dialogare con le difese della sponda asiatica. Oggi la fortezza è un museo e si può entrare nella torre interna, alta 27 metri e articolata su sette livelli: il percorso ricostruisce la vita della guarnigione ottomana attraverso armi, monete, oggetti e ambienti dedicati alla difesa, al cibo, al commercio e al culto. Una sezione è dedicata a Piri Reis, che prestò servizio a Kilitbahir, con strumenti nautici e la sua celebre carta del mondo confrontata con quella moderna.
Cinque secoli dopo, la penisola diventa un campo di battaglia. Da Kilitbahir, attraversandola verso la costa dell’Egeo, il paesaggio si apre tra pinete, basse colline, valloni e piccole insenature. È su questo versante che, il 25 aprile 1915, le truppe australiane e neozelandesi sbarcano ad Anzac Cove, una piccola baia sulla costa occidentale. Più nell’interno si incontrano ancora trincee, cimiteri e memoriali, fino alle alture di Conkbayırı e al monumento del 57° reggimento. L’itinerario ufficiale di Çanakkale riunisce questi luoghi in un percorso di due giorni attraverso la penisola.

Una collina che vale una città

Lasciata Gallipoli e riattraversati i Dardanelli, il viaggio prosegue una trentina di chilometri a sud di Çanakkale, nella pianura della Troade, dove si alza una collina. È Hisarlık, dove sorge l’antica città di Troia. Bisogna salire in cima per capire perché qualcuno, intorno al 3000 a.C., abbia deciso di costruire proprio qui. Davanti si apre una grande pianura; a nord-ovest, ci sono i Dardanelli. Nell’età del Bronzo il mare arrivava più vicino. Le imbarcazioni che cercavano di entrare nello stretto potevano essere costrette ad attendere per le condizioni avverse. La posizione era strategica, sia per gli scambi che per il controllo delle rotte.
Gli archeologi hanno riconosciuto sulla collina nove grandi fasi di insediamento, convenzionalmente indicate come Troia I-IX, costruite una sopra l’altra nell’arco di oltre tremila anni. La prima nasce intorno al 3000 a.C.; nei secoli successivi l’abitato cresce e si monumentalizza, lasciando la grande rampa lastricata e gli edifici a megaron. Tra il XVII e il XIII secolo a.C. Troia diventa una vasta città dell’età del Bronzo, protetta da poderose mura e torri e inserita tra il mondo miceneo e l’impero ittita. Nel XIII secolo a.C. una distruzione, tradizionalmente attribuita a un terremoto, colpisce la grande città dell’età del Bronzo; viene ricostruita, ma tra la fine del XIII e l’inizio del XII secolo un incendio devasta nuovamente l’abitato. È grosso modo questa l’epoca nella quale, secoli più tardi, la tradizione greca collocherà la guerra di Troia. La collina continua a essere abitata. Alla Troia dell’età del Bronzo si sovrappongono la città greca di Ilion, con il santuario di Atena, e poi quella romana, con l’Odeon, il bouleuterion e altri edifici pubblici; il sito continua a essere frequentato fino all’età dell’Impero romano d’oriente. Oggi mura, porte, rampe ed edifici di epoche lontanissime affiorano gli uni accanto agli altri. Il poema dell’Iliade prende forma nell’VIII secolo a.C., diversi secoli dopo la distruzione della città dell’età del Bronzo alla quale viene tradizionalmente associata la guerra. Non sappiamo quanto il racconto di Omero conservi di eventi realmente accaduti; sappiamo però che alcuni dei luoghi che nomina appartengono alla geografia reale della Troade.  Uno si trova ai piedi di Hisarlık: lo Scamandro, oggi Karamenderes. Lungo un centinaio di chilometri, il fiume nasce sui rilievi del Monte Ida, attraversa la pianura di Troia e raggiunge il mare presso l’imboccatura meridionale dei Dardanelli. Nell’Iliade Omero ne fa addirittura un dio: quando Achille riempie le sue acque di cadaveri troiani, il fiume si ribella e tenta di travolgerlo. Risalendo dalla pianura verso le sorgenti dello Scamandro, il paesaggio cambia. I campi lasciano posto a vallate, torrenti e boschi e davanti si alza il Kaz Dağı, il Monte Ida degli antichi, il massiccio che domina a sud-est la Troade e scende sull’altro versante verso il golfo di Edremit. È uno dei grandi paesaggi naturali della regione di Çanakkale, una parte è oggi protetta dal Parco nazionale del Kazdağı. Gli antichi mettevano Zeus proprio quassù. Nell’Iliade il dio raggiunge l’Ida per osservare dall’alto Troia e la guerra; un’altra tradizione colloca sulla montagna il giudizio di Paride, chiamato a scegliere la più bella fra Era, Atena e Afrodite. Gli dèi osservavano gli uomini dall’Ida perché l’Ida è realmente un osservatorio naturale sulla regione.

Sul Monte di Zeus

Il Kaz Dağı è anche uno dei grandi ambienti naturali della regione. L’acqua, che dalla montagna alimenta lo Scamandro e gli altri corsi della Troade, affiora in sorgenti e torrenti che incidono vallate coperte di boschi. Sul versante settentrionale, nell’area di Bayramiç, il Parco Naturale della Sorgente di Ayazma permette di entrare in questo paesaggio: i sentieri attraversano la foresta seguendo ruscelli e sorgenti, tra piccoli salti d’acqua e pozze naturali. In estate, l’altitudine, l’acqua e la copertura forestale mantengono l’ambiente più fresco rispetto alla pianura sottostante. Anche la vegetazione cambia con la quota e l’esposizione: castagni, carpini, querce, tigli, faggi e altre essenze forestali rivestono i versanti di un massiccio noto per la ricchezza della flora e la presenza di specie endemiche, favorita dall’incontro tra ambiente mediterraneo e anatolico.
Superato il crinale, i corsi d’acqua scendono verso il golfo di Edremit e fra le aperture del bosco ricompare l’Egeo. Sul versante meridionale, nei pressi del villaggio di Adatepe, si raggiunge il cosiddetto Altare di Zeus, una formazione rocciosa che la tradizione locale ha associato al dio. Dal villaggio si sale a piedi attraverso la vegetazione fino allo sperone, dove si trovano una grande cisterna scavata nella roccia. È soprattutto la posizione a colpire: dalla terrazza naturale lo sguardo scende sugli uliveti fino al golfo di Edremit e si allarga sull’Egeo, con Lesbo visibile al largo nelle giornate limpide. 

La metropoli scomparsa tra gli alberi

Lasciato il Monte Ida e tornando verso la costa egea della Troade, si raggiunge Alexandria Troas. Le sue rovine occupano ancora oggi un territorio vastissimo fra campi e vegetazione, restituendo le dimensioni di quella che in età romana fu una delle maggiori città portuali dell’Anatolia nord-occidentale. Nata alla fine del IV secolo a.C., nell’epoca delle conquiste di Alessandro Magno, sotto Roma diventa un importante porto sulla costa egea dell’Anatolia nord-occidentale, poco a sud dell’imboccatura dei Dardanelli. Oggi rimangono le mura, la porta monumentale verso Neandria, il teatro, resti dell’acquedotto e le enormi terme del II secolo d.C., costruite insieme al grande sistema idrico che portava l’acqua dalle montagne alla città, con il finanziamento di Erode Attico, uno degli uomini più ricchi dell’Impero romano: ateniese, senatore, console a Roma, uomo di cultura e maestro dei futuri imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero. Le terme alimentate da quell’acquedotto furono tra le maggiori dell’Anatolia romana. Dal punto più alto dell’antica città, dove sorgeva il teatro ellenistico, lo sguardo poteva raggiungere Neandria, Lesbo, Tenedos e i Dardanelli.

Lungo la costa Egea

Proseguendo da Alexandria Troas verso sud, lungo la costa egea, si arriva a Babakale, sul promontorio di Baba, il punto più occidentale dell’Anatolia. Il piccolo borgo si raccoglie intorno al porto e alla fortezza ottomana costruita nel XVIII secolo, durante il regno di Ahmed III, per proteggere questo tratto di costa dalle incursioni piratesche. Il castello, affacciato direttamente sul mare, conserva le mura, i bastioni e il cortile interno e si può visitare. Dal promontorio lo sguardo corre sull’Egeo fino all’isola di Lesbo, visibile al largo nelle giornate limpide e, verso nord-ovest, fino a Bozcaada, l’antica Tenedos. 
Da Babakale, risalendo per una ventina di chilometri verso Gülpınar, si torna nell’interno. Il terreno è ricco di sorgenti e fra la vegetazione emergono il basamento, le colonne rialzate e i resti dello Smintheion, il santuario di Apollo Smintheus. Apollo compare qui con un attributo legato al topo ed era venerato, secondo l’interpretazione tradizionale del culto locale, anche come protettore delle campagne dai roditori. È una forma di Apollo molto particolare: lo Smintheion fu uno dei maggiori santuari della Troade. Le sorgenti sotterranee sono abbondanti ancora oggi, il rapporto con l’acqua aveva un significato religioso per Apollo e per la divinazione. Nel III-II secolo a.C. il santuario venne monumentalizzato con un grande tempio ionico, circondato da colonne e decorato da un fregio con episodi della guerra di Troia. È ciò che si viene a vedere oggi: parte del colonnato è stata rialzata, mentre sul terreno restano il basamento, elementi architettonici e sculture che permettono di ricostruire le dimensioni dell’edificio. Apollo Smintheus compare già all’inizio dell’Iliade: è il dio invocato dal sacerdote Crise quando Agamennone rifiuta di restituirgli la figlia Criseide. Apollo manda allora la pestilenza nell’accampamento acheo e dalla contesa che ne segue fra Agamennone e Achille nasce l’ira con cui si apre il poema. Sono le storie scolpite secoli dopo sul fregio del tempio di Gülpınar. Verso sud, la costa gira progressivamente intorno al golfo di Edremit dove su un alto sperone vulcanico, di fronte a Lesbo, si trova Assos.

Da Aristotele ad Alessandro Magno

La città di Assos è costruita su un rilievo vulcanico che raggiunge circa 238 metri sopra il mare. In cima c’è l’acropoli con il Tempio di Atena, uno dei più antichi templi dorici dell’Anatolia; più sotto l’agorà, il bouleuterion e il teatro, con posti per circa quattromila spettatori. Una parte considerevole dei circa quattro chilometri di mura è ancora conservata. Dall’acropoli la città scende per terrazze verso la costa dove, poco più lontano, baie come Kadırga riportano il paesaggio alla vegetazione mediterranea, agli ulivi e all’acqua dell’Egeo. Nel 347 a.C. ad Assos arriva Aristotele che ha appena lasciato Atene dopo la morte di Platone. Raggiunge Ermia, signore di Atarneo e Assos, e rimane nella regione per circa tre anni. Poi si trasferisce a Lesbo, dove continua le sue osservazioni sugli animali e sulla vita marina. Poco dopo, Filippo II di Macedonia chiama Aristotele per affidargli l’educazione del figlio Alessandro. Nel 334 a.C. quel ragazzo, ormai Alessandro Magno, attraverserà i Dardanelli con il suo esercito e passerà dalla Troade alla conquista dell’impero persiano.

Tenedos, il paesaggio modellato dal vento

Da Assos, tornando verso la costa occidentale della Troade, si raggiunge in traghetto Bozcaada, l’antica Tenedos, una piccola isola davanti all’ingresso meridionale dei Dardanelli. Qui il clima ventoso ha modellato il paesaggio agricolo. I vigneti appartengono all’identità dell’isola da millenni. La tradizione viticola locale data almeno tremila anni, come documentano i grappoli d’uva raffigurati sulle monete di Tenedos nel V secolo a.C. I venti settentrionali e il clima dell'Egeo hanno favorito la coltivazione della vite: Çavuş, Vasilaki, Kuntra e Karalahna, sono alcune delle varietà locali diffuse ancora oggi. Fra vigneti, case bianche, il castello affacciato sul porto e baie come Ayazma, Bozcaada conserva intatta la sua doppia natura di terra e di mare.

La più grande isola della Turchia

Più a nord c’è Gökçeada, l’antica Imbros, l’isola più grande della Turchia. con baie, rilievi, vecchi villaggi, zone umide e coste relativamente poco urbanizzate, circondata da numerose insenature, antichi olivi e vocazione per surf e mare. Anche Imbros compare nell’Iliade, la sua posizione davanti ai Dardanelli la inseriva nello stesso sistema marittimo di Tenedos e della costa asiatica. Çanakkale è un sistema di paesaggi collegati dal mare e dalla storia, come racconta un grande museo.

Tutta la Troade in un museo

Nella piana di Tevfikiye, a poca distanza da Hisarlık, un grande parallelepipedo rivestito di acciaio corten emerge dal terreno. È il Museo di Troia, inaugurato nel 2018. Non è dedicato soltanto alla città di Priamo, ma all’intera regione appena attraversata: Assos, Tenedos-Bozcaada, Parion, Alexandria Troas, Smintheion, Lampsakos, Thymbra e Imbros-Gökçeada con anfore, terrecotte, capitelli, stele funerarie e oggetti della vita quotidiana. Il percorso attraversa poi l’età del Bronzo, Troia, Ilion greca e romana e la storia degli scavi, ricucendo insieme le tante storie ed epoche di una medesima geografia.

Jenny Dogliani, 07 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Jenny Dogliani

Leggi i suoi articoli

Altri articoli dell'autore

A cinquant’anni dall’uscita di «Novecento», la mostra «CinquantaNovecento» trasforma le fotografie di scena di Angelo Novi in nuovi mosaici e ready-made Polaroid firmati da Maurizio Galimberti. Un omaggio a Bernardo Bertolucci che intreccia cinema, fotografia e memoria nei luoghi simbolo del film

In vista della trentesima edizione di Miart, una serie di conversazioni con le gallerie protagoniste della fiera per delineare una mappa di orientamenti, strategie e visioni

ARTEPARCO porta nei boschi secolari di Pescasseroli interventi di arte contemporanea che reinventano lo spazio entrando a contatto con la natura incontaminata, attivando nuove forme di valorizzazione del nostro patrimonio culturale

Bologna ospita Banksy Archive 01 – The School of Bristol, il racconto dell'ascesa di uno degli artisti più celebri e misteriosi al mondo. Oltre 300 opere, documenti e materiali d'archivio inediti indagano le origini della controcultura britannica

Viaggio a Çanakkale, tra Asia ed Europa | Jenny Dogliani

Viaggio a Çanakkale, tra Asia ed Europa | Jenny Dogliani