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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliPrima di «Girl with Balloon», la bambina che lascia andare un palloncino rosso a forma di cuore apparsa per la prima volta su un muro di Londra nel 2002 e diventata una delle immagini più riconoscibili del XXI secolo, prima della parziale autodistruzione di una sua versione su tela appena dopo essere stata aggiudicata da Sotheby’s per 18,5 milioni di sterline, nel 2018, c’è la Bristol degli anni Ottanta e Novanta. Una città portuale attraversata da musica, graffiti e culture underground, dove il misterioso Banksy, alias, secondo la pista più accreditata, Robin Gunningham (1973), si forma tra writer, collettivi, stencil e furtivi interventi nello spazio pubblico. Una densa scena al centro della mostra «Banksy Archive 01 – The School of Bristol (1983-2005)», prorogata fino al 18 ottobre 2026 a Palazzo Fava a Bologna, promossa da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna nell’ambito del progetto Genus Bononiae e prodotta da Opera Laboratori. Curata da Stefano Antonelli e Gianluca Marziani con Giovanni Argan, ricostruisce in 32 sezioni e oltre 300 opere, documenti e materiali d’archivio il contesto che plasma il linguaggio e l’immaginario dell’artista, dall’influenza e la collaborazione con artisti come Tom «Inkie» Bingle, tra i più stretti collaboratori di Banksy, FeliKye «Soker» Thomas della DBZ Crew, tra i più influenti gruppi di graffitisti britannici anni Novanta, e ancora Felix «Flx» Braun, John Nation, Richard Jones e Christopher Chalkley. Una generazione cresciuta sui muri di Bristol, dove lettering, stencil e personaggi inventati diventano strumenti di espressione e critica sociale, contribuendo a definire l’identità visiva della città e di un movimento mondiale. Tra il 1983 e il 2005 Bristol è uno dei centri europei più importanti per la cultura urbana: graffiti, musica elettronica, hip hop e attivismo politico costruiscono un terreno comune da cui emergono esperienze e figure diverse, da Robert Del Naja, che era graffitista e membro del sound system The Wild Bunch prima di fondare il genere trip hop con i Massive Attack, al celebre street artist Nick Walker, ribelle e collezionatissimo creatore dell’iconico Vandal, fino ai più giovani protagonisti della scena locale. Accanto agli archivi e alle testimonianze ci sono opere ormai fondamentali nell’immaginario contemporaneo come «Girl with Balloon» e «Flower Thrower». Apparso nei primi anni Duemila in Cisgiordania, raffigura un uomo che lancia un mazzo di fiori durante uno scontro, con il corpo in tensione e il volto coperto: nello scarto tra il gesto di attacco e i fiori vi è una delle immagini più potenti e riconoscibili di Banksy. Lo stesso meccanismo ritorna in «Police Kids (Jack and Jill)», ispirata a un’antica filastrocca popolare su due bambini che vanno a prendere l’acqua, qui, invece, i due bambini corrono sorridenti indossando giubbotti antiproiettile della polizia, trasformando un simbolo di innocenza in una riflessione sulle paure e le forme di controllo della società contemporanea. Sono esposte per la prima volta le opere realizzate da Banksy con DBZ Crew e c’è anche una lettera del 1998 firmata Robin Banksy. In una città come Bologna, culla italiana della street art nei primissimi anni Ottanta e «In un momento in cui il dibattito internazionale torna ad interrogarsi sull’identità dell’artista, questo progetto invita a spostare lo sguardo dal mito individuale alla ricchezza di una scena culturale e di una storia condivisa. È in questa prospettiva che l’esposizione acquista un valore aggiunto: non solo raccontare Banksy, ma restituire al pubblico le radici collettive di un linguaggio che continua a parlare con forza al nostro tempo», concludono Patrizia Pasini, Presidente della Fondazione Carisbo, e Renzo Servadei, Amministratore Unico di Genus Bononiae