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Gioia Meli
Leggi i suoi articoliTra le pieghe della storiografia visiva del Novecento e del nuovo millennio, la ritrattistica editoriale ha svolto una funzione tutt’altro che marginale. Oltre il perimetro del costume e della moda, la fotografia di ritratto pubblicata dalle riviste patinate ha agito come sismografo delle trasformazioni sociali, politiche e artistiche. È questa la tesi che emerge da Vogue Portraits, l’opera in due volumi coordinata dal vicedirettore della testata, Taylor Antrim, in uscita il prossimo 29 ottobre per la casa editrice Abrams.
Attraverso un percorso iconografico di 640 pagine e oltre 320 immagini selezionate dal patrimonio archivistico della rivista, il progetto ricompone la memoria visiva globale del XX e XXI secolo. La struttura enciclopedica del volume testimonia come la sezione features della rivista abbia rivolto lo sguardo all’esterno del sistema moda, spalancando le proprie pagine a protagonisti del cinema, della letteratura, della politica, dello sport e delle arti visive. Sotto il profilo storico-artistico, il cuore di questa silloge risiede nel confronto linguistico tra i diversi interpreti della camera oscura. In particolare, emerge con forza l’eredità metodologica e formale di Irving Penn, figura chiave nell’evoluzione del ritratto modernista. Come ricorda Anna Wintour nell’introduzione al volume, l’approccio di Penn al ritratto in studio possedeva una qualità rigorosa, priva di orpelli retorici. La sua ricerca dell’essenzialità visiva viene condotta da un allestimento di set neutri, luci calibrate e uno studio meticoloso dello schizzo preparatorio spogliando il soggetto della sua maschera pubblica.
Attorno al magistero di Penn si articola una genealogia della ritrattistica d’autore. Dalle composizioni teatrali e raffinate di Cecil Beaton ed Horst P. Horst alle tensioni dinamiche ed espressive di Richard Avedon; dal realismo narrativo di Peter Lindbergh fino alle messe in scena concettuali di Annie Leibovitz e Steven Meisel. Fino ad arrivare alle generazioni più recenti, rappresentate da sguardi come quello di Tyler Mitchell, che innestano nella tradizione del ritratto istituzionale nuove sensibilità legate all’identità e alla rappresentazione politica del corpo. L’impianto curatoriale dell’opera si sviluppa attraverso cinque capitoli tematici che funzionano come sezioni di un’ipotetica galleria d’arte contemporanea. La prima sezione, “Screen Legends and Movie Stars”, analizza il mito cinematografico da Hollywood al cinema d’autore, affiancata da “Politicians, Writers, and Newsmakers”, che raccoglie i volti che hanno guidato o raccontato i grandi snodi storici del secolo.
Particolarmente densi dal punto di vista formale risultano i capitoli “Maestros, Divas, and Curtain Raisers”, dedicato alle performing arts e alla musica, e “Sports Heroes and Game-Day Champions”, in cui il corpo atletico viene sublimato attraverso codici scultorei. Infine, la sezione “Artists, Design Mavens, and Architects” restituisce un dialogo diretto con i protagonisti delle arti visive, dove i fotografi stessi si misurano con i linguaggi di pittori, scultori e architetti, trasformando il ritratto in un corto circuito metacritico. Attraverso i contributi introduttivi di Lena Dunham e Chloe Malle, il volume evidenzia infine la complessità del lavoro d’archivio. La selezione, nata da accesi dibattiti interni al dipartimento artistico, dimostra come l’immagine editoriale si fissa come documento storico e icona culturale e trascenda la caducità della mensilità.
Gioia Meli
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