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Una Venere minuscola riemerge da un villaggio romano in Ungheria

Una statuetta in piombo raffigurante la Venere Pudica è stata scoperta nell’insediamento romano di Pilisszentiván-Hárs-erdő, nell’entroterra di Aquincum, a nord-ovest dell’odierna Budapest. È la prima testimonianza direttamente associabile alla sfera religiosa individuata nel sito, scavato da quattro anni dagli archeologi dell’Università Eötvös Loránd. Insieme a specchi, monete, spille, utensili e ceramiche, il piccolo reperto permette di ricostruire una dimensione sempre più privata della vita di una comunità rurale romana.

È piccola, realizzata in piombo e raffigura una delle immagini più riconoscibili dell'antichità: Venere Pudica, la dea che porta le mani verso il corpo in un gesto insieme di nudità e pudore. Ma l'importanza della statuetta appena rinvenuta in Ungheria non dipende tanto dalle sue dimensioni o dalla preziosità del materiale. In un insediamento che negli ultimi quattro anni ha restituito edifici, ceramiche, utensili e monete, è la prima traccia direttamente collegabile alla vita religiosa dei suoi abitanti.

La scoperta arriva da Pilisszentiván-Hárs-erdő, a nord-ovest dell'odierna Budapest, nell'entroterra di Aquincum, uno dei maggiori centri romani della regione. Qui gli archeologi del Dipartimento di Archeologia Antica dell'Università Eötvös Loránd (ELTE) conducono da quattro anni una campagna di ricerca diretta da Bence Simon. La statuetta è emersa durante le indagini con metal detector della campagna 2026, conclusa il 23 settembre. Gli scavi si sono concentrati sugli edifici già individuati nei pressi della sorgente di Hársas, con l'obiettivo di definirne l'estensione e soprattutto comprendere quale funzione avessero le diverse zone dell'insediamento.

Fino a oggi Pilisszentiván aveva raccontato soprattutto come si abitava e si lavorava in un villaggio della provincia romana. Erano emersi edifici con fondazioni in pietra, grandi quantità di ceramiche e indizi di attività artigianali. La piccola Venere introduce un elemento differente: la possibilità di cominciare a ricostruire anche il rapporto degli abitanti con il culto e la religione. Il contesto rende quindi il ritrovamento più significativo dell'oggetto considerato isolatamente. In archeologia, una statuetta di pochi centimetri può modificare la lettura di un sito quando introduce una categoria di testimonianze che fino a quel momento mancava. Dopo la casa e il lavoro, a Pilisszentiván compare la dimensione del sacro.

La campagna del 2026 ha restituito anche un frammento di specchio in bronzo piombato, utensili di ferro, spille e monete. Oggetti apparentemente ordinari che, riuniti, permettono però di avvicinarsi progressivamente agli individui che utilizzarono quegli spazi: lo specchio rimanda alla cura personale, le spille all'abbigliamento, gli utensili al lavoro, le monete agli scambi, le ceramiche alla preparazione, conservazione e consumo degli alimenti. Particolarmente importanti sono i risultati provenienti dal cosiddetto Edificio E, già individuato nelle campagne precedenti e rivelatosi più esteso di quanto inizialmente ipotizzato. I reperti raccolti finora suggeriscono che la struttura sia stata abbandonata intorno agli inizi del III secolo d.C.

Gli archeologi ne hanno indagato la parte residenziale e il settore settentrionale. Sul perimetro della zona abitativa è stata individuata una superficie pavimentata in pietra simile a quelle osservate accanto ad altri edifici del villaggio e forse collegata ad attività produttive o economiche. Ma è soprattutto uno strato di crollo rimasto intatto a offrire nuove possibilità di interpretazione. Depositi di questo tipo sono particolarmente preziosi perché possono conservare gli oggetti vicino alla posizione nella quale si trovavano al momento dell'abbandono o della distruzione di un edificio. Diversamente dai reperti spostati nei secoli da lavori agricoli o trasformazioni successive, restituiscono quindi una sorta di fotografia archeologica di un ambiente.

Nel deposito di Pilisszentiván sono state recuperate numerose ceramiche, alcune conservate in condizioni insolitamente complete, e un paio di pinze di ferro quasi integre. La loro distribuzione potrà contribuire a chiarire quali attività si svolgessero dentro e intorno all'Edificio E e a distinguere con maggiore precisione gli spazi destinati all'abitazione da quelli utilizzati per il lavoro. È in questo mosaico che la statuetta di Venere assume il proprio significato. Non sappiamo ancora in quale forma venisse utilizzata né quale fosse esattamente il contesto rituale cui apparteneva: l'analisi dei materiali della campagna 2026 è tuttora in corso. Il dato stabilito dagli archeologi è che nessun altro reperto proveniente dall'insediamento era stato finora identificato come direttamente associato alla sfera religiosa.

Ed è forse proprio questa progressiva comparsa degli individui dietro le strutture a rendere interessante Pilisszentiván. Un insediamento rurale romano rischia facilmente di arrivare fino a noi come una successione di fondazioni, muri e frammenti ceramici. Qui, invece, ogni nuova campagna sta aggiungendo una parte della vita che si svolgeva tra quelle mura. Uno specchio suggerisce qualcuno che osservava la propria immagine. Una fibula un vestito indossato. Le pinze una mano al lavoro. I recipienti il cibo preparato e conservato. Le monete collegano quel piccolo villaggio a un'economia molto più vasta. E adesso una minuscola Venere in piombo aggiunge qualcosa che non lascia quasi alcuna traccia architettonica: ciò in cui quelle persone potevano credere.

Gioia Meli, 04 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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