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Al lavoro sugli scatti autoritratti della serie «Paysages Corporels» conservati nell’archivio

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Al lavoro sugli scatti autoritratti della serie «Paysages Corporels» conservati nell’archivio

Trasformare la necessità in pratica quotidiana: l’esperienza di Binta Diaw

Dalle cartelle su Google Drive alla conservazione dei processi creativi, la giovane artista milanese racconta come la memoria del proprio lavoro sia diventata uno strumento vivo di ricerca e di tutela professionale

Ilaria Bernardi

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Per un artista, il desiderio di avviare un archivio capace di tener traccia del proprio lavoro dovrebbe sorgere come necessità fin dall’inizio, prima che i materiali si disperdano. Così è stato per Binta Diaw (Milano, 1995), nota a livello internazionale grazie alla partecipazione alle biennali di Bukhara (2025), Gwangju (2024), Liverpool (2023), Berlino (2022) e a Manifesta 15 (2024), nonché vincitrice di importanti premi, fra i quali il Ca’ del Bosco Sculpture Award (2026), il Premio New York (2025) e finalista del Bvlgari Art Prize-MaXXI (2024).

«Circa un anno e mezzo fa ho deciso di mettere ordine nel mio lavoro e, insieme alla mia assistente Francesca Bresciani, di avviare l’archivio», spiega Diaw. La piattaforma prescelta è Google Drive, dove si trovano il portfolio dell’artista, il suo curriculum vitae, una cartella dedicata alle opere e una alle mostre. Nella prima compaiono sottocartelle relative alle singole opere, ordinate per anno e per titolo, contenenti la documentazione fotografica; nella seconda le esposizioni sono suddivise per tipologia (personali, collettive, biennali, fiere e premi) e gli scatti fotografici sono riuniti in sottocartelle, ciascuna relativa a una singola mostra.

In Google Drive si trovano anche file Excel e Google Sheets che ricapitolano i dati sulle opere e sulle mostre e li collegano, tramite link, alle relative cartelle, così che da ogni voce si possa risalire subito alle immagini corrispondenti. Una struttura semplice e chiara, costruita con strumenti di uso comune, che non richiede software dedicati e resta facile da consultare e da aggiornare. «Questo sistema è stato avviato a posteriori. Ricostruire le prime fasi del mio lavoro ha richiesto lunghe ricerche tra fotografie dimenticate, file difficili da rintracciare, vecchie schede e supporti ormai illeggibili. Anche la rassegna stampa è stata recuperata selezionando e archiviando gli articoli segnalati da Google Alert. Avere ora tutti questi materiali, raccolti e ben ordinati, mi aiuta non solo a rispondere alle richieste di istituzioni, gallerie e collezionisti, ma anche a mantenere una visione più completa del mio percorso».

Poiché le opere fotografiche sono realizzate in più esemplari, l’archivio è utile anche per tenere traccia delle tirature, così come, più in generale, è fondamentale per registrare i certificati di autenticità di ogni lavoro. Sapere con esattezza quanti esemplari sono in circolazione e quali autentiche sono state rilasciate significa, del resto, tutelare la produzione e chi la acquista. «L’archiviazione, sostiene Diaw, dovrebbe essere insegnata fin dall’Accademia: documentare tutto il proprio lavoro, dall’inizio e in modo meticoloso, evita il rischio di perdere materiali preziosi e risparmia il faticoso onere di ricostruire la produzione ex post». Una convinzione maturata per esperienza diretta, che vale come consiglio per chi comincia. L’archivio consente anche di valutare la coerenza e l’evoluzione del proprio linguaggio, rendendone più evidenti, se ci sono, il filo conduttore e la continuità. Guardare il lavoro nel suo insieme permette infatti di riconoscere ricorrenze, scarti e sviluppi che nel fare quotidiano rischiano di sfuggire.

Benché il suo archivio sia ben strutturato, Diaw non considera concluso il sistema adottato. «Vorrei migliorare la mappatura delle opere, delle relative collocazioni e autentiche, e vorrei documentare meglio le mostre. È un lavoro che voglio portare avanti mentre produco le opere e concepisco le mostre, trasformando la necessità di farlo in pratica quotidiana». L’obiettivo è far coincidere il tempo della creazione con quello della documentazione: registrare ogni opera e ogni mostra nel momento stesso in cui nascono. L’archivio, dunque, come struttura viva che cresce insieme alle opere, per non perdere, già nel presente, la memoria del lavoro.

In verità, per Diaw, la dimensione archivistica non è separata dalla dimensione poetica: la sua indagine artistica mette in relazione corpo, paesaggio, memoria e appartenenza attraverso fotografia, video e installazione. Nel suo ciclo a oggi più noto, «Paysages Corporels» (2019-in corso), frammenti del suo corpo fotografato diventano distese, colline, rilievi, mentre il gessetto colorato traccia sulla pelle radici, alberi e frutti. Il corpo si fa così territorio, superficie su cui si depositano origini e storie. Le immagini fotografiche di partenza non vengono prodotte ogni volta. «L’idea nasce durante un corso di fotografia all’Ésad Grenoble, ricorda l’artista: inizialmente ho realizzato io stessa gli scatti autoritratto, ma in seguito ho chiesto a un fotografo di farlo secondo mie specifiche indicazioni. Queste fotografie sono gli sfondi che utilizzo ogni volta per disegnarvi con i gessetti. Nel mio archivio sono ordinate per parti del corpo». Il suo archivio, dunque, non documenta soltanto il già fatto, ma costituisce al contempo un repertorio visivo per l’ancora da farsi: è una matrice a cui attingere per produrre nuove opere e quindi uno strumento di lavoro prima ancora che di conservazione. La stessa attenzione alle relazioni e alle genealogie che attraversa i suoi lavori trova nell’archivio una forma meno visibile, ma decisiva: se in «Dïàspora» (2021) i capelli intrecciati evocano trasmissione matrilineare, memoria e sopravvivenza, l’archivio conserva i legami fra un’opera, la sua storia espositiva e chi ne ha cura. Anche qui si tratta di intrecciare fili, di tenere insieme ciò che il tempo tenderebbe a separare. Le opere, così come l’archivio, sono dunque per Diaw una ricerca sull’identità e sulle memorie trasmesse nel tempo, nonché sul modo di custodirle giorno dopo giorno.

Ilaria Bernardi, 07 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

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Nel 1989 la Andy Warhol Foundation for the Visual Arts ha unito le forze con la Dia Art Foundation e i Carnegie Museums per fondare il museo a Pittsburgh, in Pennsylvania, donandogli tutto ciò che era stato escluso dalla vendita post mortem dell’artista (più di 8mila opere d’arte e circa 500mila oggetti, tra cui documenti, materiali di lavoro e le «Time Capsules») al fine di costituire la collezione principale 

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