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Claude Monet, «Bateaux sur la Tamise», 1900-01

Courtesy of Koller

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Claude Monet, «Bateaux sur la Tamise», 1900-01

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Sotto il martello di Koller: le grandi aste di dicembre della maison svizzera

Dalla luce fugace di Monet ai diamanti della Milano bene passando per il rigore alpino di Vallet e i bronzi imperiali di Huế, la casa d’aste zurighese firma un catalogo enciclopedico

Chi frequenta le sale d’asta sa bene che ogni stagione ha la sua «grammatica segreta». Nel catalogo che la maison Koller si appresta a battere tra l’1 e l’8 dicembre questa grammatica si compone di frammenti apparentemente lontanissimi: la nebbia industriale di Londra trafitta dai pastelli di Monet, lo sfarzo febbrile di una collezione milanese d’altri tempi, le geometrie implacabili di Botero e la severa purezza dei ghiacci vallesi di Vallet. Una sfilata di opere attraversa secoli e materie per sondare ciò che continua a rapirci. E vale la pena di sfogliarlo pagina per pagina, dipartimento per dipartimento.

Il sipario si alza ufficialmente l’1 dicembre con un catalogo di orologeria vero e proprio specchio dei costumi e delle ossessioni estetiche del Novecento. A dominare la scena è il leggendario Cartier Crash, qui presente in una celebrata edizione limitata del 1991 in oro giallo che reinterpreta l’iconico modello originario nato a Londra nel 1967. Quella cassa così radicalmente deformata, quasi sciolta come in un sogno di Dalí, racchiude lo spirito irripetibile e trasgressivo della Swinging London, unendo il rigore dei numeri romani che seguono docilmente le curve della scocca a un surrealismo geometrico che ha fatto scuola. Accanto a questo manifesto di design pop-sofisticato, la sezione orologiera sfoggia pezzi unici e di inestimabile fascino collezionistico, come un cronografo Patek Philippe referenza 5070J in oro giallo - la cui estetica massiccia e i pulsanti rettangolari richiamano la golden age del motorsport degli anni Cinquanta - e un rarissimo Urban Jürgensen in platino, contraddistinto dalla referenza 8 e da un profondissimo quadrante nero impreziosito da una minuziosa lavorazione a guilloché che testimonia la più alta tradizione classica dell’orologeria d’autore.

Fernando Botero, «Two Musicians», 1997. Courtesy of Koller

Paul Delvaux, «Les dames aux cerfs-volants», 1950. Courtesy of Koller

Appena ventiquattro ore dopo, il 2 dicembre, le sale si accendono dei riflessi incandescenti e della magniloquenza formale del dipartimento di alta gioielleria. Protagonista assoluta è un’eccezionale collezione privata assemblata con piglio illuminato da una pionieristica imprenditrice milanese durante i favolosi e ruggenti anni Sessanta e Settanta. In questi pezzi vibra intatta l’energia di un’alta società italiana che dettava i codici del gusto a livello planetario. Particolarmente sbalorditivi sono i diamanti non montati, guidati da un raro diamante ottagonale da 12.30 carati classificato come Faint Pink e da un diamante a pera da 12.35 carati, entrambi straordinari non solo per la volumetria ma per un grado di purezza VVS che sfiora la perfezione assoluta. La stessa maniacale attenzione al dettaglio e al lusso aristocratico si ritrova nei tre squisiti cofanetti Art Déco provenienti da una raccolta svizzera: c’è la scatola ispirata allo stile Iznik firmata da Black, Starr & Frost - la celebre griffe americana che serviva i Rockefeller e i Vanderbilt - c’è un vanità case Cartier in stile Chinoiserie che fonde lacca nera, madreperla, corallo e diamanti taglio rosa, e c’è infine il più misterioso dei tre, un tempietto in miniatura che incornicia una scena architettonica medievale italiana circondata da lapislazzuli, smeraldi e diamanti, opera anonima di un maestro artigiano dal talento sopraffino. A chiudere questo sfarzoso capitolo concorrono la grazia felina di una collana Cartier con il celebre motivo della pantera in smeraldi, diamanti e onice, e un ensemble in acquemarine, zaffiri e diamanti firmato da Van Cleef & Arpels e realizzato da André Vassort, uno dei maîtres joailliers più ricercati del ventesimo secolo.

Il cambio di registro si compie il 3 dicembre, quando il fuoco della critica si sposta sul Post-War & Contemporary Art, un dipartimento che indaga il collasso e la ricostruzione della forma dopo le tragedie del Novecento. Qui la monumentale e solenne volumetria di Fernando Botero si impone con una forza irrefrenabile. L’artista colombiano, la cui cifra stilistica viene spesso banalizzata ma che affonda le radici in un rigoroso studio dei maestri del Rinascimento, è presente con due vertici temporali e stilistici: da un lato il precoce e teatrale «Laúd Negro» del 1958, una natura morta dove un liuto, uno strumento a fiato e una giara panciuta emergono in toni ocra e terra su uno spazio pittorico compresso che esalta i volumi puri; dall’altro i monumentali «Two Musicians» del 1997, dove la solennità silenziosa dei volti e l’ironia cromatica degli strumenti restituiscono una dignità classica e senza tempo. Il dialogo con il Novecento storico e contemporaneo si arricchisce con una raffinata opera su carta di Pablo Picasso del 1919, esercizio di scomposizione geometrica e piani sovrapposti che funge da cerniera tra il Cubismo e il ritorno all’ordine classico, con la pittura informale, drammatica e tellurica di Antonio Saura in «Ciega» (1958), dove i grovigli di nero e grigio dissolvono la figura in un enigma visivo, e con l’audace collage «Markette» (1999) di Robert Rauschenberg, maestro indiscusso nel frantumare i confini tra fotografia, pittura e frammenti di realtà urbana. La scultura e il disegno contemporaneo trovano infine un contrappunto di altissimo profilo nelle forme bronzee e angolari di Lynn Chadwick con «First Stair Pair» del 1991, un’indagine tagliente sulla distanza e sulla vicinanza nei rapporti umani, e nella tettonica gravità dei pastelli su carta di Richard Serra, dove il «Torus III» dimostra come il peso e lo spazio possano essere esplorati con la stessa forza scultorea sia nell’acciaio che nella bidimensionalità della superficie.

Il culmine emotivo e commerciale della stagione si celebra il 4 dicembre, giornata che unisce l’Impressionist & Modern Art alla Swiss Art. L’incanto si apre con il respiro febbrile e atmosferico di Claude Monet e del suo pastello «Bateaux sur la Tamise», eseguito nel 1900 durante il celebre soggiorno londinese in cui l’artista lottava contro il tempo e contro la mutevolezza della nebbia. Quell’urgenza esecutiva, appresa in gioventù da Eugène Boudin, ci consegna l’istante esatto in cui un raggio di sole sbreccia il grigio del fiume per accendere le imbarcazioni. Dalla luce londinese si scivola nei territori mentali e sospesi del surrealismo con Paul Delvaux e il suo «Les dames aux cerfs-volants», già protagonista alla Biennale di Venezia del 1950, dove figure femminili eteree abitano solitudini geometriche e metafisiche, e con Marc Chagall, che ne «Le couple et le bouquet au-dessus de la ville» innalza un inno alla potenza salvifica dell’amore e alla memoria trasfigurata della sua nativa Vitebsk, avvolgendo gli amanti in una sinfonia di blu, grigi e rosa dove il colore vibra come musica pura. La tridimensionalità visionaria trova invece cittadinanza nel «Porte-verres» di Diego Giacometti, nato per il leggendario ristorante Kronenhalle di Zurigo: un oggetto d’uso che si fa totem mitologico, modellato direttamente in gesso con alberi, arpie e felini alati che sorvegliano una sfera d’alabastero.

 

Pablo Picasso, «Nature morte sur une table», 1919. Courtesy of Koller

Odilon Redon, «Bouquet de fleurs». Courtesy of Koller

In questo stesso giorno, la pittura floreale di Henri Fantin-Latour del 1889 svela la sua vera natura di cerniera sotterranea tra la tradizione accademica e la rivoluzione impressionista, ponendosi come il ponte invisibile che ispirerà le visioni simboliste di Odilon Redon. E proprio in questa fitta trama di identità si inserisce la superba sezione dedicata all’arte svizzera, che nel 2026 celebra il centocinquantenario della nascita di Édouard Vallet. Koller rende omaggio a questo maestro del Canton Vallese presentando sette dipinti di straordinaria intensità, tra cui il magniloquente «Soir à Riod» del 1912, provenienti da una collezione privata svizzera formata in oltre trent’anni di meticoloso collezionismo. I paesaggi innevati, i sentieri sinuosi e l’architettura severa delle montagne non sono mai semplici cartoline regionali ma rigorose costruzioni formali che interrogano lo spazio. A fare da contrappunto umano a questa geografia interiore giunge l’intimismo psicologico e la grazia silenziosa del doppio ritratto infantile firmato da Albert Anker, capace di conferire una dignità monumentale alla semplicità della vita rurale.

La «kermesse» si chiude infine l’8 dicembre con il dipartimento di Asian Art, che riserva una delle scoperte più affascinanti dell’intera stagione: un rarissimo cofanetto imperiale in oro datato 1821, uscito direttamente dalle officine della cittadella di Huế sotto la dinastia Nguyễn. Sulla superficie di questo capolavoro di oreficeria fluttuano finemente incisi dodici draghi e fenici circondati da nuvole beneauguranti, simboli rispettivamente dell’imperatore, dell’imperatrice e dei mesi di un anno trascorso sotto il segno della pace e della prosperità. Miracolosamente scampato alle fusioni di massa che depauperarono il tesoro imperiale sul finire dell’Ottocento, e corredato da iscrizioni originali che ne certificano il peso in oro nel 1821 e nel 1839, il cofanetto dialoga idealmente con una monumentale scultura di divinità tantica in legno dorato e lacca rosso-oro, ascrivibile ai secoli d’oro delle dinastie Kangxi e Qianlong e testimone di quel dialogo profondo tra la corte imperiale cinese e il mondo spirituale tibetano-mongolo.

Importante scrigno imperiale d'oro Vietnam, datato 1821. Courtesy of Koller

Redazione, 03 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

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