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Teodora Axente, Drappellone del Palio di Siena per agosto 2026

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Teodora Axente, Drappellone del Palio di Siena per agosto 2026

Sinistro e surrealista: il Drappellone di Teodora Axente per il Palio di Siena

Un’opera che l’essenza di una manifestazione inafferrabile, contraddittoria e avvincente, per cui gli ultimi giorni d’attesa si condensano nelle menti dei contradaioli come nubi scure

Davide Landoni

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Sinistro, metamorfico, oscuro. Il Drappellone che Teodora Axente ha realizzato per il Palio di Siena di agosto 2026 emana il fascino alchemico di ciò che proviene da lontano e allaccia in modo misterioso passato e presente, ciò che vediamo da ciò che si può solo percepire. è di certo il surrealismo di cui è intriso lo stile della pittrice, evocativo di Leonora Carrington quanto di Max Ernst. Ma è anche l'essenza di una manifestazione inafferrabile, contraddittoria e avvincente, per cui gli ultimi giorni d'attesa si condensano nelle menti dei contradaioli come nubi scure, di preoccupazioni e ansie, solo di tanto in tanto squarciate da raggi di speranza. Con il tufo ben steso in Piazza, lo svelamento del Drappo - ogni edizione assegnato a un artista differente, per luglio fu Ismaele Nones - ha dato il via, la sera del 10 agosto, alla serie di eventi ufficiali che scandiscono l'avvicinamento alla Festa. Ora che l'unico premio materiale della corsa ha manifestato le sue fattezze, è come se il Palio stesso abbia guadagnato concretezza, iniziando a muovere dal piano dell'immaginazione a quello della realtà.

Una dimensione transitoria bene esemplificata dall’opera di Axente, il cui impianto solenne, volutamente piramidale, si riallaccia con decisione alla grande lezione del Trecento senese, pur proiettandola in una teatralità drammatica e squisitamente caravaggesca. Al vertice della composizione domina la Vergine, figura ieratica ma dall’espressività dolcissima che sembra dialogare direttamente con la grazia immortale di Simone Martini. Il suo sguardo vigila sulla città ed è teso a proteggere la Rosa d’Oro - prezioso omaggio che Papa Pio II offrì a Siena . mentre l’ampio manto azzurro si schiude come un mantello cosmico e protettivo sulla comunità.

Ma è calandosi nei dettagli di questa sacra architettura che il registro misticheggiante di Axente rivela la sua natura più inquieta e affascinante. Ai piedi della Madonna, due cherubini sorreggono gli stemmi di Siena; eppure, in perfetto accordo con la poetica dell’artista romena, i loro corpi si fondono metamorficamente con figure di pesci. L’antico simbolo cristologico diventa qui una metafora della comunità senese, che trova nel rito collettivo del Palio il suo apice espressivo e spirituale. Per gli scaramantici, che amano cercare nei Drappelloni presagi del Palio che sarà, qui il riferimento andrebbe immediatamente alla contrada dell'Onda, legata all'acqua e ai suoi abitanti. Più in generale, l'idea di trasformazione si allaccia all'essenza della manifestazione.

Teodora Axente, Drappellone del Palio di Siena per agosto 2026

Nei giorni della Festa, Siena indossa una veste unica, la sua storia si fa memoria viva e ridefinisce gesti, spazi e sguardi, esattamente come avvenne cinquecento anni fa, il 25 luglio 1526, quando la vittoria a Camollia saldò l'identità cittadina nel momento del maggior pericolo. Un richiamo storico, quello della battaglia di Camollia a cui il Palio di agosto è intitolato, che la pittrice traduce visivamente sullo sfondo, dove nubi scure e tempestose si addensano sul cielo senese, evocando il tumulto dello scontro, ma vengono squarciate e redente dalla luce divina che irradia dalla Vergine, trasformando l'oscurità in un presagio di speranza e rinascita.

Sotto questo cielo drammatico si staglia, monumentale e unito in un’unica silhouette iconica, il profilo della città. Il Palazzo Pubblico, la Torre del Mangia e il Duomo. La luce della Vergine scivola fino a colpire la pancia di Piazza del Campo, dove le diciassette Contrade sono modellate come figure solenni e ieratiche, ciascuna affiancata dal proprio stemma storico. La loro scansione ritmica e plastica cita i bassorilievi della Fonte Gaia di Jacopo della Quercia, la cui replica è tuttora in Piazza del Campo, e la struttura a scomparti dei grandi polittici trecenteschi, dove il singolo esiste solo in funzione dell'armonia del tutto.

Presentato dal curatore Riccardo Freddo, il Drappellone di Teodora Axente non si rivela dunque come un episodio isolato, bensì come il naturale compimento di un corteggiamento profondo tra l’artista e la città, iniziato con le mostre al Santa Maria della Scala e nei locali di Palazzo Pubblico, a pochi passi dall'Allegoria del Buono e del Cattivo Governo di Ambrogio Lorenzetti. Ma c'è un'origine ancora più intima in questa pala laica: il ricordo d'infanzia dell'artista a Şura Mare, quando, bambina di dieci anni cresciuta tra i fumi d'incenso delle chiese bizantine, dipinse su vetro una Madonna col Bambino che il parroco volle collocare sull'altare.

Un’ossessione sacra e simbolica che ritrova oggi la sua definitiva consacrazione sul drappo della Festa. Se il dipinto di Nones a luglio lavorava sull'ironia e sull'inafferrabile scorrere di un fiume sotterraneo come Diana, l'opera di Axente ad agosto scava nel buio della storia per farne emergere la luce. Un'opera-teatro dove la metamorfosi tra umano e divino, tra il tumulto della tempesta e la quiete della fede, si fa specchio del sentire di un intero popolo.

Davide Landoni, 11 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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