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Daria Berro
Leggi i suoi articoliIl 3 aprile 2018, due giorni prima di compiere 39 anni, Nasim Najafi Aghdam irrompeva nella sede centrale di YouTube, a San Bruno in California, armata di una Smith & Wesson calibro 9 e apriva il fuoco contro i dipendenti, perché scontenta delle pratiche e delle politiche della piattaforma di condivisione video. Dopo aver ferito tre persone (a lei sconosciute, come sarebbe stato poi appurato) con la stessa arma si sarebbe tolta la vita.
Ma chi era Nasim Najafi Aghdam? Nata in Iran, di fede bahá’í, con la famiglia si era rifugiata ancora bambina negli Stati Uniti, a San Diego, in fuga dalle persecuzioni del governo iraniano. Si definiva un’atleta, vegana, artista e attivista dei diritti degli animali, aveva una serie di canali su YouTube con milioni di visualizzazioni, finché la piattaforma improvvisamente non aveva chiuso il suo account. Un’azione da lei percepita come una forma di censura autoritaria, simile a quella sofferta dalla sua famiglia nel Paese d’origine. Nel mondo virtuale di YT, dove si esibiva cantando e ballando in video provocatori e destabilizzanti, incarnando e sovvertendo l’immagine universale della donna come oggetto di desiderio e di controllo, Aghdam aveva trovato un rifugio dall’isolamento sperimentato nel sobborgo in cui viveva, dalle difficoltà nel sentirsi parte della società americana e dalla perdita del legame con le proprie radici iraniane.
La tragica storia di Nasim, con la sua rabbia e la sua profonda necessità di essere vista, hanno ispirato la sua conterranea, e come lei statunitense d’adozione, Shirin Neshat, che nella nuova trilogia di film «Do U Dare!» esplora l’intreccio di connessioni che hanno legato le artiste, indagando il paradosso tra mondo interiore e mondo esteriore delle donne tra realtà e illusione, tra società americana e prospettiva femminile iraniana. Dal prossimo 9 maggio al 6 settembre, in occasione della 61. Biennale Arte, Associazione Genesi (fondata da Letizia Moratti nel 2020) e Banca Ifis portano la trilogia di Shirin Neshat nelle sale di Palazzo Marin, in un progetto curato da Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi e presentato da Gladstone Gallery e da Galleria Lia Rumma in collaborazione con Magonza editore, che per l’occasione pubblica un volume con testi dei curatori e un saggio di Giovanni Curatola.
Girata in tre diversi contesti socioeconomici di New York, la trilogia riflette non solo su quanto un’artista sia disposta a fare per essere riconosciuta e per riappropriarsi della propria voce, ma anche sul costo umano dello sradicamento e sul potere salvifico dell’arte. Tra verità e finzione, passato e presente, «Do U Dare!» si configura come una meditazione sull'esilio, la solitudine, l'ossessione artistica e il fragile confine tra creazione e autodistruzione. In linea con la poetica di Neshat, in Do U Dare! i tre film passano dal realismo sociale in bianco e nero a una dimensione magica e surreale, rappresentando la fragilità mentale di Aghdam, la sua instabilità emotiva dovuta all’esilio e allo sradicamento, la sua totale incapacità di distinguere tra immaginazione e realtà e la sua ossessione di impersonare gli altri: esperienze comuni a molti immigrati nel loro tentativo di adattarsi e integrarsi negli Stati Uniti.
Il primo video, ambientato in un quartiere di immigrati a Brooklyn, segue Nasim mentre attraversa una comunità segnata da povertà, esclusione e una silenziosa disperazione. Osservando vite intrappolate nell’indifferenza burocratica e nell’alienazione culturale, è testimone della crudeltà che si cela dietro il sogno americano.
L’ossessione per la fama, il riconoscimento e l’approvazione pubblica sono al centro del secondo video, che ha per sfondo Wall Street, cuore finanziario di New York. Qui Nasim si ritrova immersa nel flusso frenetico di uomini e donne emotivamente svuotati e disconnessi, una folla senz’anima prigioniera della propria routine. Nella notte, seguendo il misterioso richiamo di una voce musicale senza corpo, la donna scopre di esserne la fonte, trasformata in una performer capace di catturare l’attenzione della folla e commuoverla fino alle lacrime.
La trilogia si chiude nella casa di Nasim, in un sobborgo di New York, dove in segreto la donna realizza i propri contenuti digitali, ispirati alle sue esperienze con il mondo e con i media. Attraverso performance in cui interpreta personaggi diversi ridicolizza l’immagine che l’America costruisce di sé come superpotenza globale, mettendo in luce le contraddizioni che la sostengono: l’ipocrisia politica, il razzismo sistemico e le persistenti strutture di ingiustizia che contraddicono la retorica nazionale di libertà e democrazia.
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