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Adolfo Cozza. Disegno della tomba Golini I, 1881

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Adolfo Cozza. Disegno della tomba Golini I, 1881

Scavare negli archivi • Copiare capolavori etruschi: gli affreschi delle tombe Golini I e II

Giuseppe M. della Fina ci conduce tra le carte ingiallite di un passato più o meno lontano e depositate in archivi e biblioteche: appunti, relazioni, elenchi, lettere, resoconti e inventari

«Ora mi prometterei di fare il primo vero lucido (non dico per capacità ma per mezzi) delle tombe». L’affermazione è tratta da una lettera che Adolfo Cozza inviò a Eugenio Faina in data 17 maggio 1881: è conservata nell’Archivio di Stato di Terni (sezione di Orvieto). 

Le tombe a cui fa riferimento sono la Golini I e II, così denominate dal cognome dello scopritore: Domenico Golini. Erano state scoperte in località Poggio Roccolo nel 1863, nei pressi dell’etrusca Velzna (Orvieto). Il loro ritrovamento suscitò un interesse notevole nel mondo archeologico del tempo, dato che tombe dipinte etrusche non erano attestate nella zona sino a quel momento. A ciò si aggiungeva la raffigurazione, pressoché unica, di scene legate alla preparazione di un banchetto, all’interno della Golini I. 

Nella sua immediatezza la gestione della scoperta fu esemplare e intendeva mostrare la capacità del nuovo Regno d’Italia nel gestire il patrimonio archeologico. In proposito va ricordato che Orvieto, nel decennio 1860-1870, rappresentava la città di confine con lo Stato Pontificio. 

L’interesse, dopo il 1870, diminuì e le tombe iniziarono a presentare problemi di conservazione a causa delle condizioni ambientali difficili. Inoltre, nella lettera richiamata in apertura, Cozza segnalava un rischio ulteriore: «gli insetti che mangiano la calce non hanno fatto dei grandi strappi, ma tanti piccoli forellini che quando si congiungeranno sarà scomparso il dipinto». 

Si decise d’intervenire e realizzare una copia delle due tombe. Nel giugno del 1882 le riproduzioni erano state eseguite già. Una lente di osservazione privilegiata per seguire i tempi e modi di lavoro di Cozza è offerta da otto lettere, che indirizzò sempre all’amico Eugenio Faina, tra il 17 maggio 1881 e il 7 giugno 1882, e presenti nel fondo archivistico già ricordato. 

Nell’Archivio dell’Opera del Duomo si conservano invece i disegni preparatori dei pannelli realizzati da Adolfo Cozza e i lucidi che eseguì direttamente sulle pareti delle tombe. Il livello delle riproduzioni appare alto e attento alla restituzione degli originali, con un’attenzione particolare per la riproduzione delle numerose iscrizioni.  

Cozza, d’altronde, si vantava del fatto che i suoi metodi di lavoro consentivano di notare i disegni preparatori tracciati dal pittore etrusco: «da qualche tempo uso un sistema per lucidare i dipinti murali dal quale ottengo una fedeltà estrema tanto che posso rintracciare i contorni fatti col chiodo sul muro fresco dall’etrusco pittore», così scriveva nella lettera del maggio 1881. 

Va segnalato che, a ridosso della scoperta e nella temperie politica e culturale ricordata già, disegni dei dipinti erano stati eseguiti da Achille Ansiglioli e F. Moretti. Da essi vennero tratte le tavole presenti nella pubblicazione di Gian Carlo Conestabile della Staffa: Pitture murali a fresco e suppellettili etrusche in bronzo e in terra cotta scoperte in una necropoli presso Orvieto nel 1863 da Domenico Golini (Firenze, 1865). 

Va evidenziato che l’autore del volume, osservando lo stato di conservazione, segnalò che era necessario procedere al distacco delle pitture dalle pareti richiamando le esperienze pompeiane e della tomba François di Vulci, i cui affreschi erano stati staccati proprio nel 1863. Quegli affreschi, che ora, appena acquistati dallo Stato Italiano, sono visibili presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

La soluzione prospettata da Conestabile della Staffa non venne accolta dal ministro in carica, il barone Giuseppe Natoli, che si oppose. Le autorità dello Stato Pontificio, che esercitavano ancora il controllo politico sul territorio tra Canino e Montalto di Castro, dove si trovava l’antica Vulci, avevano consentito lo stacco degli affreschi pur biasimando che i proprietari, i Torlonia, avevano iniziato i lavori senza le dovute autorizzazioni; quelle italiane, invece, lo negarono dato che: «sarebbe toglier quasi ogni pregio ai monumenti che si sono scoperti».

Qualche notazione finale: la tomba Golini I risale alla metà del IV secolo a.C., la Golini II è leggermente più recente e viene datata agli anni 350-325 a.C. Gli affreschi originali vennero staccati dalle pareti delle tombe nel 1950 e sono conservati all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Orvieto. Attualmente e sino al prossimo 15 novembre saranno visibili nell’ambito della mostra In viaggio nel regno delle ombre (Tarquinia, Museo Archeologico Nazionale).

Adolfo Cozza, Copia di una delle parteti della tomba Golini I, 1881

Giuseppe M. Della Fina, 20 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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