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Giuseppe M. Della Fina
Leggi i suoi articoli«Caro Eugenio», così si apre una lettera che Adolfo Cozza indirizzò a Eugenio Faina, presente nel Fondo Ispettorato onorario monumenti e scavi presso l’Archivio di Stato di Terni (sezione di Orvieto). L’autore della missiva è Adolfo Cozza (1848-1910), una figura poliedrica, che fu, al tempo stesso, archeologo, topografo, inventore e artista.
Il destinatario era Eugenio Faina (1846-1926), deputato del Regno d’Italia con un interesse notevole per l’archeologia: era il responsabile della collezione archeologica di famiglia e, da alcuni anni, si stava battendo a favore dell’istituzione di un Museo Civico Archeologico in Orvieto.
I due si conoscevano sin da giovani e insieme erano stati volontari nella III Guerra d’Indipendenza, seguendo Giuseppe Garibaldi: «Furono giorni felici, che non lasciavano sentire fatiche e disagi», scriverà nel 1910 Eugenio Faina, divenuto nel frattempo senatore del Regno.
Alle idee mazziniane e progressiste rimase legato Adolfo Cozza. Raniero Mengarelli, un archeologo della generazione successiva, lo ricorda «intento a spiegare, in un qualche pomeriggio festivo, in una sala terrena di San Domenico, i Doveri dell’Uomo a un numeroso gruppo di giovani e vecchi popolari».
Eugenio Faina militava invece nelle fila liberali sostenendo che occorreva provare: «alle masse, e con luce meridiana, che la proprietà individuale della terra è ancora il modo socialmente più utile di cavarne profitto a beneficio di tutti».
Torniamo alla lettera, che ha catturato il nostro interesse. Essa non è datata, ma venne scritta sicuramente tra l’agosto 1884 e il giugno 1885, periodo di durata di uno scavo che vide impegnato Cozza nella necropoli ai piedi della rupe di Orvieto e, più probabilmente, nei primi mesi del 1885, dato che si ricorda un soggiorno a Tarquinia per rilevamenti archeologici, che dovrebbe essere avvenuto in quel periodo.
Le vicissitudini della vita e le differenti scelte politiche non avevano scalfito l’amicizia e, nella missiva, Cozza illustra l’avanzamento degli scavi e il loro valore all’amico. La campagna di scavo in pieno accordo con il Ministero della Pubblica Istruzione, allora competente per quanto concerne l’archeologia attraverso una Direzione apposita, doveva servire a incrementare le raccolte del Museo Civico Archeologico, che era stato inaugurato nel 1879.
Per questo Adolfo Cozza, nella lettera, si sofferma su alcuni musei archeologici, che aveva avuto modo di visitare ed esaminare. Le sue osservazioni sono d’interesse notevole, dato che sono espresse da un addetto ai lavori, che anni dopo lavorerà all’ordinamento del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma e nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
In particolare, Cozza descrive lo stato di alcuni importanti musei dell’Italia centrale nei decenni immediatamente successivi all’unità nazionale. A Tarquinia nota che: «il primo periodo del nostro museo è più ordinato dell’ultimo loro». Scrive, inoltre, che: «pari relazioni ho del museo fiorentino e gli altri non se ne parla, sono botteghe da rigattieri compreso il Pio Clementino».
Ricorda di avere dialogato con Luigi Pigorini, al quale riconosce «genio ordinativo e vastissima cultura», ma che si sarebbe lamentato di dover realizzare un museo: «sopra accozzaglie», che non possono avere l’«assoluta utilità» di musei legati a uno scavo ben fatto, come avevano in animo di realizzare loro.
Confidava che un giorno quello orvietano sarebbe divenuto «il museo di studio, o meglio la grammatica dell’arte etrusca». Il museo non era e non sarebbe divenuto la grammatica dell’arte etrusca (né lo avrebbe potuto), ma stava nascendo secondo un progetto in linea con le posizioni più avanzate della museologia dei decenni finali dell’Ottocento, quando il reperto archeologico aveva iniziato ad acquisire un valore preminentemente storico e doveva contribuire a ricostruire la storia di una città, di un territorio, di una nazione. L’Italia non era «un’espressione geografica», come aveva affermato Klemens von Metternich, uomo di stato austriaco e un oppositore dell’unificazione italiana, ma una nazione con una storia lunga e di prestigio in tutte le sue regioni, che l’archeologia doveva contribuire a scoprire.
Busto in bronzo di Adolfo Cozza in Piazza del Popolo a Orvieto. Courtesy Fondazione per il Museo «Claudio Faina», Orvieto.
Giuseppe M. Della Fina
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