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Veduta area degli scavi in corso a Gravisca realizzata con un drone

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Veduta area degli scavi in corso a Gravisca realizzata con un drone

Strutture e murature in ciottoli: le ultime scoperte a Gravisca, l’antico porto etrusco di Tarquinia

È da poco terminata la campagna di scavo annuale nell’area del santuario emporico. Oltre agli elementi pertinenti all’età etrusca, sono stati rinvenuti resti di abitazioni, impianti produttivi, una strada e una necropoli che risalgono alla fase romana

Giuseppe M. Della Fina

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Notizie di nuove scoperte giungono dall’antico porto di Tarquinia e, allora, sono andato a rileggere la voce «Gravisca» nel primo supplemento dell’Enciclopedia dell’Arte antica, classica e orientale.

Autore della voce è Mario Torelli, l’archeologo che nel 1969 aveva iniziato le campagne di scavo nell’area: «a seguito di gravi manomissioni dovute alla speculazione edilizia». Torelli lasciò in quel periodo la Soprintendenza per entrare nel mondo universitario, ma continuò a seguire da vicino lo scavo, che ora è diretto da uno dei suoi allievi, Lucio Fiorini.

La zona esaminata si è ampliata nel tempo. Un’area è indagata ora direttamente dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale con la direzione scientifica di Rossella Zaccagnini e con il supporto operativo dell’archeologo Emanuele Giannini. Da quest’ultima stanno venendo le notizie, di cui parlavo in apertura.

Prima è necessario tracciare un quadro della realtà di Gravisca, alla luce di ricerche ormai decennali. Ci troviamo di fronte contemporaneamente al porto di Tarquinia, la città-stato a cui erano legati i miti di fondazione della civiltà etrusca; a un’area sacra frequentata sia da stranieri che da Etruschi; a una colonia fondata nel 181 a.C. dai Romani, che nel frattempo avevano assunto il pieno controllo del territorio. Già questa constatazione suggerisce la complessità delle ricerche.

La fondazione del santuario emporico di Gravisca venne favorita da gruppi aristocratici locali interessati all’arrivo di mercanti stranieri. Dapprima arrivarono i Focesi, portatori del culto di Afrodite, attorno al 590 a.C., poi, alla metà dello stesso secolo, i Samii che vi introdussero la venerazione per Hera, e, verso il 530 a.C., mercanti egineti e sicelioti. Sul versante etrusco del santuario, intorno al 520 a.C., si monumentalizzarono i culti di Śuri/Apollo e di Cavatha/Persefone.

Venne aperto anche un asse viario diretto tra il porto e la città. Interessante è notare, come suggerito dagli archeologi che vi lavorano, che il santuario sorse e si sviluppò accanto a un porto in attività. Tra i culti dell’area va ricordato quello per Adone almeno dalla metà del VI secolo a.C. Veniamo ora alle scoperte di questi giorni. Nell’area indagata direttamente dalla Soprintendenza le indagini hanno raggiunto i livelli di età etrusca portando alla luce murature realizzate in ciottoli e da riferire ad ambienti con alzati in materiale deperibile, grandi strutture per la raccolta e la conservazione dell’acqua e impianti produttivi.

Stanno emergendo soprattutto strutture costruite con grandi blocchi di macco. Un’interpretazione certa, al momento, è ancora prematura: ci si potrebbe trovare di fronte, come suggeriscono i ricercatori, alle strutture di fondazione, o al basamento di un edificio dalle dimensioni notevoli, la cui interpretazione potrà essere compresa con il prosieguo delle indagini. Novità riguardano anche la fase romana: sono stati scoperti settori di un quartiere dove le abitazioni si alternavano agli impianti produttivi, una strada tracciata in occasione della deduzione della colonia, e una necropoli. Possiamo aggiungere che Gravisca non ha tradito le attese: un Mario Torelli, poco più che trentenne, aveva visto lontano.

Gravisca. Basamento in blocchi di macco poratto alla luce in questi giorni

Una veduta aerea degli scavi in corso a Gravisca

Giuseppe M. Della Fina, 03 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Giuseppe M. Della Fina

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