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Giuseppe M. Della Fina
Leggi i suoi articoliPresso la Fondazione per il Museo “Claudio Faina” è conservato un secondo taccuino di Luciano Bonaparte, il principe archeologo, che consente d’intuire la grande dispersione del patrimonio archeologico di Vulci. Sono dati sconcertanti e amari oggi per noi, ma che illuminano una stagione dell’archeologia e Bonaparte era un uomo del suo tempo.
Il titolo è «Caisse générale. Du mois de Mai 1838 au mois de..., sul dritto, e Caisses - Palagi, Carini et Banquiers divers. Du mois de Mai 1839 au mois de...» sul rovescio. Il suo contenuto ben diverso dal precedente, in esso Luciano trascrisse meticolosamente i costi e i ricavi della tenuta di Canino, le spese personali e i guadagni ottenuti dalla vendita di reperti archeologici tra il maggio del 1839 e l’aprile del 1840, vale a dire negli ultimi mesi della sua vita.
L’elenco dettagliato delle spese sostenute consente di ricostruire anche le tappe di un viaggio che toccò Monaco di Baviera, Rotterdam e l’Aia.
Tra i ricavi è menzionata la vendita di reperti archeologici e si vede che tale attività pesava molto sull’andamento generale del Principato, in ciò confermando quanto lo scrittore francese Stendhal, nella sua veste di Console di Francia a Civitavecchia, aveva sostenuto. Vediamo i dati più in dettaglio. Dal 15 maggio al 15 ottobre 1839 i coniugi Bonaparte fecero un viaggio in Europa per alienare le antichità scavate a Canino. A Monaco riuscirono a vendere al re di Baviera una collezione di ori etruschi per 11000 fiorini pari a circa 4340 piastre romane, la moneta in uso al tempo nello Stato Pontificio. Poi proseguirono per Leida dove, con la mediazione del signor Gibson, vendettero “vases étrusques” al Museo di Antichità e a un collezionista privato per un totale di 2840 piastre.
Ma, nel periodo esaminato, i ricavi per la vendita di reperti archeologici non si limitarono a queste cifre: nel maggio del 1839 i Bonaparte avevano incassato 500 piastre dall’antiquario Campanari per la vendita di “vasi etruschi”; nel dicembre dello stesso anno avevano ottenuto 1000 piastre dall’antiquario Basseggio, che aveva acquistato bronzi e ori etruschi e dal quale ricevettero altre 100 piastre nel gennaio dell’anno successivo. Ancora Basseggio, nel febbraio del 1840, fece da intermediario per l’acquisto di alcuni bronzi e di tre vasi da parte del governo pontificio al costo di 316 piastre.
Nel gennaio del 1840 a Parigi vi fu la vendita all’asta di 148 vasi, ma non dette i risultati sperati e si ottennero dalle vendite solo 550 piastre. Complessivamente quindi tra maggio 1839 e marzo 1840 i Principi di Canino incassarono circa 9646 piastre.
Le campagne di scavo avevano un costo e il taccuino elenca le spese sostenute, ma i costi erano decisamente inferiori rispetto ai ricavi: scavare e vendere sul mercato d’arte era un buon affare! D’altronde i Bonaparte curavano con grande attenzione la promozione dei risultati delle loro campagne di scavo, allestendo esposizioni temporanee e realizzando la stampa di album contenenti le litografie delle ceramiche rinvenute.
Sempre presso la Fondazione per il Museo “Claudio Faina” meritano di essere segnalate alcune eleganti litografie realizzate da Luigi Maria Valadier, su richiesta di Luciano Bonaparte. Le tavole sono in folio, su carta apparentemente priva di filigrane, misurano mediamente mm. 560 x 780 e sono conservate a diversi stadi del processo di lavorazione. Alcune vanno interpretate come vere e proprie prove di stampa, altre completate recano l’indicazione del nominativo dell’autore: “L.M. Valadier dis.” e dello stampatore: “Lith. De S.E. Le Prince de Canino, dirigèe par L. Mandolini à Rome”.
Queste ultime si presentano a quattro colori (nero, ocra, violetto e ritocchi a biacca), illustrano a grandezza naturale le scene presenti sul vaso e ne recano il profilo con l’indicazione della posizione occupata dalla scena riprodotta; inoltre in esse si tende a dare conto di eventuali fratture o lacune del vaso. Questo era, al tempo, un aspetto innovativo.
Su alcuni fogli compare il timbro a secco della collezione Bonaparte. Sempre al Principe si devono, quando sono presenti, i titoli delle litografie che si riferiscono a sue interpretazioni delle scene. Esse vennero realizzate per scopi commerciali, ma costituiscono documenti preziosi per la conoscenza della ceramografia greca e di un gusto ben preciso nei confronti dell’antichità nell’età della Restaurazione.
Giuseppe M. Della Fina
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