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Giuseppe M. Della Fina
Leggi i suoi articoliGian Francesco Gamurrini è stato uno dei maggiori archeologi italiani nel primo cinquantennio post-unitario, vale a dire nei decenni in cui il nuovo Stato, il Regno d’Italia, si misurò con la difesa e la valorizzazione del patrimonio storico e archeologico nazionale.
Nella sua visione i musei rappresentavano lo specchio di una società e di un Paese. In proposito affermò: «Non sono adunque le raccolte storiche un solitario rifugio dell’erudito, un passatempo che colla varietà si cagiona al curioso straniero». Così si espresse nel discorso tenuto in occasione dell’inaugurazione del Museo Etrusco di Firenze, nella giornata del 12 marzo 1871, e pubblicato poi per i tipi di Le Monnier.
Per Gamurrini, inoltre, i musei dovevano aprirsi a un pubblico ampio nella consapevolezza che senza un consenso diffuso (o, almeno, più esteso) la loro vita sarebbe continuata a essere difficile e la dispersione del patrimonio archeologico nazionale non sarebbe stata contrastata.
C’è poi, in lui, il riconoscimento di un ruolo dei musei nella ricerca scientifica. Una rivendicazione cara a chi, archeologo o storico dell’arte, si trovi a lavorare in una struttura museale, dato che ancora oggi risulta difficile farla accettare. Il lavoro di un direttore o di un conservatore sembra che si misuri sempre su altro: gli ingressi, per fare un esempio. Un aspetto significativo, ma che non dovrebbe divenire l’unico metro di giudizio, o trasformarsi nell’unica responsabilità che ci si sente addosso.
Le posizioni teoriche, che espresse, si accompagnarono a impegni diretti in diverse realtà territoriali, ad Arezzo, Firenze, Roma, Chiusi, Fiesole, Orvieto e Grosseto, solo per citare le città dove la sua azione ebbe modo di farsi sentire in misura maggiore.
Stamnos firmato dal ceramografo ateniese Hermonax (470-460 a.C.). Lato A. Cortesia Fondazione per il Museo «Claudio Faina», Orvieto
Stamnos firmato dal ceramografo ateniese Hermonax (470-460 a.C.). Lato B. Cortesia Fondazione per il Museo «Claudio Faina», Orvieto
Mi limito a richiamare un singolo intervento, che riesce a suggerire bene la sua apertura verso la collaborazione fattiva tra pubblico e privato.
Mi riferisco a un documento, conservato seppure non per intero, nell’Archivio della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», dal titolo «Stima dei vasi dipinti ed altro di proprietà del sig. Riccardo Mancini redatta dal sig. Gamurrini per il sig. Eugenio Faina nei giorni 4 e 16 gennaio 1876».
Vi sono elencati reperti scoperti, con ogni probabilità, nella necropoli orvietana di Crocifisso del Tufo, dove Mancini scavava in quel periodo. Al tempo, Gamurrini faceva parte della Direzione Generale dei Musei e delle Antichità, con la delega per l’Italia settentrionale.
Si è conservata la scheda descrittiva di 12 vasi, tra i quali: un’anfora tirrenica (565-560 a.C.); un’anfora avvicinabile alla produzione del Pittore di Antimenes (520-510 a.C.); un cratere a colonnette vicino al Pittore di Chiusi (520-510 a.C); uno stamnos firmato da Hermonax (470-460 a.C.). Gamurrini ne consigliò l’acquisto al giovane conte Eugenio Faina, che, nel 1869, era divenuto il responsabile della raccolta archeologica di famiglia riunita dallo zio Mauro.
Nella consapevolezza di non riuscire a fermare la dispersione del patrimonio archeologico cittadino con le leggi in vigore al tempo e gli scarsi fondi a disposizione, Gamurrini si rivolse a colui che ritenne avere l’interesse e le risorse per farlo.
Il documento consente di attribuire una provenienza a reperti, di cui altrimenti sarebbe andata perduta, e a ricostruire un’azione di contrasto alla dispersione di vasi d’interesse notevole. Quei vasi, va evidenziato, si trovano oggi nel Museo «Claudio Faina», divenuto pubblico nel 1959.
Giuseppe M. Della Fina
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