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Franco Fontana, «Basilicata», 1978

© Franco Fontana

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Franco Fontana, «Basilicata», 1978

© Franco Fontana

Ricordando Franco Fontana: una vita a colori

Jean-Luc Monterosso, Settimio Benedusi, Francesca Lavazza e Valerio Tazzetti ricordano l’amico e grande maestro

Sono passati alcuni giorni dalla morte di Franco Fontana, un grande maestro della fotografia e del colore, ma prima ancora, un uomo che ha vissuto la vita senza risparmiarsi mai, liberamente e senza pregiudizi. Sempre pronto a iniziare nuovi progetti con entusiasmo, estrema professionalità, ma anche gioiosa spensieratezza, Fontana era generoso di natura, ma in modo speciale con gli amici e gli allievi dei suoi mitici, affollatissimi workshop; era di una rara e contagiosa simpatia, portava con sé una carica di energia pura che dispensava a chi incontrava lungo la sua strada. Le sue foto non avrebbero mai potuto essere in bianco e nero perché ha vissuto nei colori accesi e pieni, nelle linee pure e nette, e anche quando fotografava le ombre sapeva trovare sfumature calde e variopinte. Il colore era la sua scrittura. È stato l’interprete di una fotografia nata tra gli appassionati dei circoli fotografici, ma poi arrivata nei grandi musei e nelle collezioni di tutto il mondo. Con i suoi scatti ha ridefinito la fotografia di paesaggio.

Proprio l’anno scorso, il museo dell’Ara Pacis a Roma gli aveva dedicato una grande retrospettiva a cura di Jean-Luc Monterosso, storico fondatore e direttore della Maison Européenne de la Photographie di Parigi. Oltre 200 fotografie, dagli anni Sessanta ai primi decenni del 2000. Per Jean-Luc Monterosso, «Franco Fontana è stato uno dei pionieri della fotografia a colori. Con un approccio profondamente classico, ispirato all’eredità di Masaccio, Piero della Francesca e De Chirico, ha saputo creare un nuovo linguaggio visivo grazie alle sue inquadrature elaborate e alle sue composizioni rigorose. Nella sua opera, il colore spezza maestosamente la realtà per dare vita a composizioni astratte». Ma Monterosso nota anche come Fontana abbia saputo dialogare «con tutte le grandi correnti del XX secolo: Surrealismo, Minimalismo, Pop Art… Ha lasciato un segno nella storia della fotografia e, con la grazia di un dilettante, ha accompagnato lo sviluppo dell’arte contemporanea». 

«Franco Fontana è stato, e sempre sarà, non solo un fotografo raffinato e importantissimo ma anche e soprattutto una persona meravigliosa», scrive il fotografo Settimio Benedusi. «Spesso i grandi, i grandissimi, sono divisivi. È difficile che ci siano fama, successo e celebrità senza critiche e malumori. Anzi, peggio. Penso sia abbastanza comune, quando ci si riferisce a persone che hanno avuto moltissimo successo che “o lo ami o lo odi”. Penso che su questo si sia tutti d’accordo. Ecco, Franco Fontana assolutamente non rispondeva per nulla a questo pregiudizio. Penso che non ci sia una sola persona che, alla notizia della sua morte (a 92 anni), non abbia avuto un sentimento di scoramento. Perché Franco era meraviglioso. Incredibilmente generoso». Benedusi ha una sua meravigliosa stampa che Fontana gli ha spedito in studio anni fa. «“Poi magari me ne mandi una tua, così ce le scambiamo!”, ricorda Benedusi, dando in questa maniera forse più valore alla mia che alla sua». «Stupendamente divertente, continua: quante risate con lui, ore alla tavola con salame, tagliatelle e lambrusco, a ridere e scherzare. Infinite barzellette, pulite e (soprattutto) sporche. Enormemente colto: ma non una cultura finta e costruita, ma sempre vera e autentica». E conclude, «Insomma, a me mancherà tantissimo e mi sento sempre più solo».

Di «Presenzassenza» parla Francesca Lavazza, presidente del Castello di Rivoli-Museo d’Arte Contemporanea, membro del Board of Trustees della Solomon R. Guggenheim Foundation e consigliere di Camera-Centro Italiano per la Fotografia di Torino che con Fontana ha realizzato negli anni tanti progetti, sempre con amicizia e stima reciproca. «Una parola mi è tornata in mente quando ho saputo della morte di Franco: “Presenzassenza”. Franco l’aveva usata molti anni fa, negli anni Settanta, per un suo lavoro sulle ombre. È diventata il titolo di un’opera mentre cercava nelle ombre qualcosa che gli altri non vedevano. “Rendere visibile l’invisibile” è stata poi la sua rivelazione. Aveva capito che l’ombra non è soltanto il luogo dove la luce finisce. È il posto dove la luce lascia una traccia. Una memoria. E aveva un suo colore». Francesca Lavazza ricorda come per Franco tutto fosse colore. «Tutto aveva un sapore. Non solo nelle fotografie, ma nel modo di stare al mondo. Il colore era meraviglia, seduzione, disciplina, bellezza, trasformazione. Era un modo di osservare le cose senza dare nulla per scontato». Per questo in questi giorni continua a pensare a quella parola. «Presenzassenza». «Non credo che se ne sia andato veramente. Resta nelle sue straordinarie fotografie. Resta nella curiosità contagiosa quasi infantile con cui guardava ogni cosa. Nell’energia con cui entrava nelle giornate. Nel suono fragoroso della sua risata e nel rigore dei suoi ragionamenti. Nel modo in cui riempiva il quotidiano di significato: una fotografia, una lettera, un messaggio, una barzelletta. Resta nelle sue lezioni». Per Francesca Lavazza, Fontana «non aveva bisogno di fare il maestro per insegnare: era il Maestro. Lo faceva con naturalezza, con gli studenti, con gli amici, con chiunque fosse disposto ad ascoltare. Nei suoi workshop spronava tutti a cercare sé stessi più che a realizzare una perfetta fotografia e ripeteva spesso una frase: “Non devi diventare chi vuoi. Devi diventare chi sei”. Una frase semplice. Di quelle che sembrano leggere e invece restano. Come era lui: la sua leggerezza era entusiasmino e la sua persistenza, sostanza». 

Per Valerio Tazzetti, fondatore della galleria Photo & Contemporary, Franco Fontana è stato innanzitutto un grande amico, oltre che un maestro di vita. «Attraverso una contagiosa gioia di vivere e una visione innovativa e radicale, mi ha insegnato a vedere e fotografare il mondo in un modo differente. È stato anche un mentore della mia avventura nel mondo dell'arte contemporanea, incoraggiandomi nella mia attività di gallerista e curatoriale. Il suo approccio filosofico ed artistico, di matrice orientale, oltre al sottoscritto, ha influenzato intere generazioni di giovani fotografi e curatori. Gli devo moltissimo e non posso che ringraziarlo infinitamente, continuando a testimoniare in favore della sua arte e della sua immensa umanità».

Con Uti, sua moglie, compagna di vita e di lavoro insieme a sua figlia Cristina, Franco Fontana stava ancora lavorando a nuovi progetti, a Lione e in Provenza, ma prima di tutto a Milano, dove il 6 ottobre inaugurerà una mostra alla Galleria Gracis, in collaborazione con la Galleria Photo & Contemporary di Torino: «Atanasio Soldati-Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930-2017», un dialogo tra due ricerche artistiche che, pur appartenendo a linguaggi differenti, condividono una profonda affinità visiva e concettuale.

Chiara Massimello, 04 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Chiara Massimello

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Ricordando Franco Fontana: una vita a colori | Chiara Massimello

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