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Linda Fregni Nagler, «Untitled (Priscilla with Macaw) #1», 2023

Courtesy Collezione miramArt, Santa Margherita Ligure

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Linda Fregni Nagler, «Untitled (Priscilla with Macaw) #1», 2023

Courtesy Collezione miramArt, Santa Margherita Ligure

La fotografia in Italia sta crescendo e la situazione ora è meglio di come sia mai stata

Lo sostiene François Hébel, il nuovo direttore artistico di Camera, a Torino. Ed è un bene, perché, come afferma la direttrice di Cortona On The Move, Renata Ferri: «Nella mappa fotografica internazionale è praticamente inesistente»

Chiara Massimello

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Nel film «Sud» (1993), Gabriele Salvatores fa dire a Silvio Orlando, nel ruolo di Ciro Ascione, «Ti devi muovere veloce». E prosegue, «Stavo sbagliando tutto: starmene fermo tutto quel tempo… Bisogna muoversi veloci, sempre più veloci». Ecco, nel mondo della fotografia italiano, nella seconda metà del 2025 ci si è mossi veloci e i risultati si vedranno nell’arco di questo nuovo anno.

Cominciamo da Camera-Centro Italiano per la Fotografia; in occasione del decimo compleanno dell’istituzione torinese, Walter Guadagnini, dopo nove anni, ha passato il testimone della direzione artistica a François Hébel, arrivato a Torino direttamente dall’Icp (International Center of Photography) di New York, ma già direttore della Fondation Henri Cartier-Bresson a Parigi e, per più di un decennio, dei Rencontres de la Photographie di Arles. Per Hébel «la fotografia in Italia sta crescendo e la situazione ora è meglio di come sia mai stata. Il pubblico è interessato e attento e Camera ha molti visitatori affezionati che spesso, nei fine settimana, creano una lunga coda per entrare». Nell’istituzione torinese, fino al 12 giugno, sarà aperta la grande antologica dedicata a Edward Weston (curata da Sérgio Mah), ma il nuovo direttore, già prima dell’estate, curerà la prima grande retrospettiva in Italia di Harry Gruyaert (Belgio, 1941), membro di Magnum Photos e tra i pochi fotografi europei, sulla scia di Saul Leiter e William Eggleston, a conferire al colore una dimensione puramente creativa. Contemporaneamente, nello spazio dedicato alla ricerca all’interno di Camera, sarà allestita (sempre sotto la sua curatela) la mostra del grande graphic designer Werner Jeker (Svizzera, 1941): un caso unico nel panorama internazionale perché Jeker, in molti dei suoi lavori, utilizza la fotografia in un perfetto equilibrio visivo con la grafica. Secondo Hébel, «il contatto con gli artisti è una delle componenti più belle del mondo della fotografia» e suo desiderio è quello di guardare di più al presente. «Io sono sempre stato in contatto con fotografi contemporanei e con stampe di oggi, per le mostre storiche non sono il migliore esperto». 

Dal 16 luglio all’1 novembre, dopo quattro anni di direzione di Paolo Woods, Renata Ferri guiderà Cortona On The Move, festival internazionale di fotografia nato nel 2011, inaugurando un nuovo ciclo nella storia dell’evento. Caporedattore di «iO Donna» per vent’anni e, contemporaneamente, a lungo alla guida dell’immagine di «Amica» e responsabile della produzione fotografica di «Contrasto», Renata Ferri unisce competenze editoriali a esperienza curatoriale e critica. «Ho accettato perché sono sconsiderata e coraggiosa, racconta. Non ho mai diretto un festival, anche se sono stata molte volte a Cortona con ruoli diversi, ma è un’avventura molto divertente e interessante». L’idea dell’edizione di quest’anno è quella di raccontare l’Italia indagata da autori e autrici italiani e stranieri. «Nella mappa fotografica internazionale, la fotografia italiana è praticamente inesistente». All’interno del festival ci sarà anche una committenza specifica, Peninsula, una sorta d’investigazione sul paesaggio urbano e non, affidata a dieci artisti, donne e uomini, della scena contemporanea: «Per parlare di Italia e del suo paesaggio ci vuole coraggio. Dopo Viaggio in Italia di Luigi Ghirri, ogni progetto collettivo sembra blasfemo. Peninsula sarà una sorta di perlustrazione, un’investigazione da nord a sud, isole comprese». Cortona On The Move 2026 ospiterà fotografi, ma anche artisti che usano la fotografia, come Botto&Bruno, Paolo Ventura, Moira Ricci, Antonio Biasucci e molti altri. Ferri crede che «un festival abbia la responsabilità di parlare a un pubblico eterogeneo e anche casuale, in un certo senso. Dopo la settimana di apertura, deve saper parlare a tutti. Il festival deve portare fuori delle tendenze, dei linguaggi e dei saperi, mescolare alto, pop, semplice e complesso, con più declinazioni (sia storiche che contemporanee), nuove visioni e linguaggi differenti». 

Sarà quest’anno alla sua XXI edizione Fotografia Europea, il festival più longevo in Italia, in programma dal 30 aprile al 14 giugno a Reggio Emilia. «Fantasmi del quotidiano», titolo di questa edizione, è un invito a cercare le cose non viste e quelle invisibili, i sussurri di ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Accanto a Tim Clark (editor & curator 1000 Words), Walter Guadagnini (storico della fotografia, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna) e Luce Lebart (ricercatrice presso l’Archive of Modern Conflict e direttrice artistica del Pavillon Populaire di Montpellier), quest’anno è arrivata Arianna Catania, curatrice indipendente, photo editor e giornalista, ma anche direttrice di Gibellina Photoroad. Open Air & Site-specific Festival. Parola chiave, per lei, è «sperimentazione». La curatrice, che dedica un’attenzione particolare ai linguaggi più innovativi della fotografia contemporanea «per far emergere le trasformazioni in atto nella fotografia, che si spinge sempre più oltre i suoi confini tradizionali, mescolandosi ad altre pratiche artistiche», per Reggio Emilia ha immaginato una mostra collettiva con 8 artisti, «Ghostland», ospitata a Palazzo da Mosto. «La mostra – ci spiega – interroga la nostra relazione quotidiana con gli schermi e con lo spazio digitale: come cambiano le nostre abitudini quando l’esperienza è costantemente mediata, e come questo filtro incida sulle tematiche di identità, guerra e controllo. E in che modo gli artisti contemporanei utilizzino le potenzialità delle nuove tecnologie (piattaforme social, IA, archivi digitali, droni, telecamere di sorveglianza ecc.) per decodificare il nostro mondo attraverso gli stessi strumenti che utilizziamo ogni giorno». «Ghostland» ci inviterà a riconoscere, e a mettere in discussione, i punti ciechi della visione contemporanea, riflettendo sull’immersione nel flusso continuo delle immagini che costruiscono un vero ambiente culturale: uno spazio che organizza percezioni, immaginari e comportamenti. 

Walter Guadagnini, lasciata Camera, guida anche EXPOSED, fino al 2 giugno, un progetto ambizioso poiché il festival della fotografia torinese non è riuscito a spiegare completamente le ali nelle due prime edizioni. Tema di quest’anno, «Mettersi a nudo»: un invito a guardare dentro di sé e oltre le apparenze, a interrogare la relazione tra identità e rappresentazione, corpo e immagine, visibile e invisibile. Guadagnini racconta come il passaggio da CAMERA a EXPOSED sia stato, per certi versi, naturale. «Non sono mai stato più di dieci anni in un posto perché credo che sia giusto cambiare. Penso che agli spazi espositivi faccia bene così. Inoltre, ho la fortuna di aver lasciato CAMERA in ottime mani». Riguardo EXPOSED, prosegue: «È un mio vecchio pallino quello di un festival a Torino, perché è una città che ha potenzialità straordinarie per un progetto del genere, a maggior ragione con Camera e Gallerie d’Italia come basi solidissime su cui costruire. Sogno che questo luogo che mi ha accolto e dove posso lavorare così bene sia riconosciuto come la città della fotografia, e più o meno ci siamo vicini». Punto di partenza del festival «sarà mostrare “tutta la fotografia”, e per tutta intendo dalla fotografia antica, quella delle origini (quasi), fino ovviamente a quella contemporanea. Quindi, un’idea molto trasversale e non specialistica, con particolare attenzione ad alcune figure storiche della seconda metà del Novecento e a giovani autori e autrici italiani». Sarà interessante vedere lo sviluppo del festival nella città. Guadagnini parla di «miglio della fotografia», uno spazio da percorrere a piedi, nel centro, definito nel perimetro da alcune delle istituzioni museali più importanti di Torino, «ma anche dai portici e dalle piazze». Sperimentazione e cambiamento sono le parole che ricorrono più spesso nei dialoghi con tutti. D’altra parte, sono due principi fondanti nella fotografia, forse quello che la rende sempre così contemporanea. «Bisogna muoversi veloci», vediamo se Salvatores aveva ragione.

Carrie Mae Weems, «Guggenheim Bilbao», 2006. Courtesy dell’artista e Goodman Gallery

Chiara Massimello, 17 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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