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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliLe fotografie aziendali dovrebbero essere noiose. Dovrebbero limitarsi a documentare, spiegare, archiviare. E invece, ad Arles, finiscono per parlare di paura, di desiderio di controllo e di una domanda molto contemporanea: quanto vale una vita umana rispetto all’idea di progresso?
«Vigilance. Work Under Tension», visitabile dal 6 luglio al 4 ottobre 2026 negli spazi di Ground Control nell’ambito dei Rencontres d’Arles con il supporto di Edf-Électricité de France, è una mostra che sembra arrivare da un altro secolo ma racconta perfettamente il nostro. Perché prima ancora che esistessero le policy aziendali, i corsi obbligatori e le infografiche motivate da un reparto marketing, qualcuno aveva già intuito che un’immagine poteva salvare una vita.
L’archivio nasce da una tragedia. Nel 1950 Électricité de France registra cinquantanove morti sul lavoro, il dato più drammatico della sua storia. Da quel momento la sicurezza smette di essere un dettaglio tecnico e diventa una questione culturale. Nel 1953 nasce «Vigilance», una rivista interna che usa la fotografia come strumento di prevenzione. Non per emozionare, ma per insegnare.
Guardandole oggi, però, queste immagini sembrano aver tradito la loro funzione originaria. Sono troppo belle per essere semplici istruzioni.
Gli operai sospesi sui piloni sembrano acrobati senza rete. Le linee elettriche attraversano il paesaggio come disegni minimalisti. Le mani protette da guanti isolanti diventano sculture. Le ombre delle centrali ricordano il cinema espressionista. Senza volerlo, Pierre Bérenger, Michel Crépin, Gilles Ehrmann, Gilles Walusinski e gli altri fotografi coinvolti trasformano la pedagogia industriale in una straordinaria lezione di composizione.
La mostra costruisce così un doppio racconto. Da una parte le immagini commissionate dalla Sodel (acronimo di Société de Distribution d’Électricité et d’Éclairage, Ndr) per promuovere l’elettrificazione della Francia del dopoguerra: dighe monumentali, infrastrutture titaniche, paesaggi attraversati da tralicci che sembrano monumenti alla modernità. Dall’altra la realtà quotidiana di chi quella modernità la costruisce a diversi metri da terra, circondato da una forza invisibile e silenziosa.
È proprio questa invisibilità a rendere tutto più inquietante. L’elettricità non si vede, non produce immagini spettacolari, non lascia spazio all’eroismo. Si manifesta soltanto quando qualcosa va storto. Per questo le fotografie insistono sui gesti, sulle posture, sulla disciplina del corpo. Ogni dettaglio racconta una coreografia della sopravvivenza.
Visitare «Vigilance» significa anche scoprire un genere fotografico completamente dimenticato: quello delle immagini funzionali. Fotografie che non nascono per entrare in un museo ma per essere appese in una mensa, distribuite in una rivista aziendale o mostrate durante un corso di formazione. Eppure, spostate dentro un festival internazionale, acquistano una forza inattesa. Ci ricordano che l'estetica non appartiene solo all’arte, ma anche alla fabbrica, alla manutenzione, ai protocolli di sicurezza.
Mentre Arles ospita alcune delle firme più celebrate della fotografia contemporanea, questa mostra sceglie una strada opposta: nessun autore-star, nessuna ricerca dell’immagine iconica, nessun virtuosismo. Solo un archivio nato per evitare incidenti sul lavoro che, con il passare del tempo, si è trasformato in una riflessione potentissima sul rapporto tra esseri umani, tecnologia e responsabilità.
Forse è proprio questo il paradosso più interessante della mostra: l’archivio in scena nel Sud della Francia dimostra che la comunicazione più potente nasce quando non cerca di vendere nulla. Qui non c’è branding, non c’è storytelling, non c'è retorica motivazionale. C'è soltanto un'idea semplice e radicale: tornare a casa vivi.
Tra tutte le mostre dei Rencontres d'Arles, «Vigilance. Work Under Tension» è probabilmente quella che parla meno di fotografia e più della nostra condizione contemporanea. Perché ogni giorno continuiamo ad affidarci a sistemi invisibili (elettricità, reti, algoritmi, intelligenze artificiali) senza quasi mai pensare ai corpi che li mantengono in funzione. E allora quei tralicci, quelle scale e quei caschi non appartengono più agli anni Cinquanta. Sono il ritratto di un progresso che continua a chiedere fiducia, mentre qualcuno, fuori dall’inquadratura, continua a lavorare sotto tensione.
Michel Brigaud, «Instrument de radioprotection», 1977. Courtesy degli archivi EDF
Gilles Ehrmann, «Barrage de Grandval», 1963. Courtesy degli archivi EDF
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