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Il manifesto del «Don Juan», il primo film con un sonoro presentato il 6 agosto 1926

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Il manifesto del «Don Juan», il primo film con un sonoro presentato il 6 agosto 1926

100 anni fa la rivoluzione del film: il sonoro che ha determinato la fortuna del cinema

Oggi come in passato il timore che la tecnologia finisca di dettare legge all’immaginazione è più vivo che mai con l’avanzare dell’Intelligenza artificiale ma resta all’essere umano il privilegio di raccontare

Germano D’Acquisto

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Ogni rivoluzione tecnologica, a Hollywood, comincia sempre allo stesso modo: qualcuno annuncia la fine del cinema. È successo con il sonoro. È successo con il colore. Con la televisione, il VHS, lo streaming. E oggi succede con l’Intelligenza artificiale. Cambiano gli strumenti, non il copione. L’ironia della storia è che proprio quest’anno ricorrono i cento anni della prima vera scossa sismica: il 6 agosto 1926 la Warner Bros. presentava al Warner Theater di New York «Don Giovanni e Lucrezia Borgia» («Don Juan»), primo film commerciale realizzato con il sistema Vitaphone. Non era ancora il cinema parlato: gli attori continuavano a muovere le labbra nel silenzio, ma il pubblico sentì per la prima volta il rumore delle spade durante un duello e una colonna sonora sincronizzata con le immagini. Bastarono quei suoni per capire che il cinema non sarebbe più stato lo stesso. Un anno dopo arrivò «The Jazz Singer». Fu sufficiente una frase, «You ain’t heard nothin’ yet» per dividere la storia del cinema in un prima e un dopo. È curioso rileggerla oggi: non sembra tanto una battuta quanto una profezia. Perché il sonoro, all’inizio, non piacque quasi a nessuno. I registi temevano di perdere la purezza delle immagini. Gli attori del muto avevano paura della propria voce, del proprio accento, perfino della dizione. Molti produttori erano convinti che il pubblico non avrebbe mai accettato persone che parlavano sullo schermo. Charlie Chaplin definì il parlato un impoverimento dell’arte cinematografica e resistette fino al 1936 con «Tempi moderni». Non era nostalgia. Era il timore che la tecnologia finisse per dettare legge all’immaginazione.

Non suona un po’ familiare? 

Oggi il nemico si chiama intelligenza artificiale. Gli studios sperimentano sceneggiature assistite dagli algoritmi, ricostruzioni digitali di attori scomparsi, doppiaggi automatici, effetti visivi generati da prompt. Registi e sceneggiatori parlano di sostituzione, gli interpreti di perdita dell'identità, i produttori di nuove opportunità. Cambiano i termini del dibattito, non le emozioni: entusiasmo, paura, resistenza.

La storia del sonoro insegna però una lezione meno scontata. Le tecnologie non vincono perché sono perfette. Vincono perché cambiano il modo in cui raccontiamo le storie. Il Vitaphone, per esempio, era tutt’altro che infallibile. Il suono veniva registrato su grandi dischi in bachelite che dovevano rimanere sincronizzati al fotogramma. Bastava un piccolo errore e dialoghi e immagini prendevano strade diverse. Prima ancora, il francese Eugène Augustin Lauste aveva intuito la possibilità di incidere il suono direttamente sulla pellicola già nel 1906, mentre in Italia il messinese Giovanni Rappazzo sviluppò un sistema analogo che, complice un brevetto scaduto e una clamorosa ingenuità nei confronti della Fox, non riuscì mai a trasformarsi in un successo industriale. Anche il cinema, come spesso accade, è pieno di invenzioni perdute e di vincitori arrivati qualche mese dopo. Poi arrivarono le colonne sonore ottiche, RCA, Kodak, Dolby, il surround, il digitale. Ogni innovazione prometteva di avvicinare lo spettatore alla realtà. Ma il paradosso è che il cinema non ha mai cercato davvero la realtà. Ha sempre cercato una finzione più credibile. Ed è qui che il parallelo con l’Intelligenza artificiale diventa interessante. L’Ia non rappresenta soltanto un nuovo strumento produttivo. Mette in discussione il valore stesso dell’immagine come prova del reale. Se per un secolo abbiamo creduto che una foto o un’nquadratura conservassero almeno una traccia del mondo, oggi quella certezza vacilla. Il problema non è se una scena possa essere generata artificialmente. È capire se continueremo ad attribuirle lo stesso peso emotivo. La differenza sta tutta qui. Il sonoro aggiungeva qualcosa all’immagine. L’Intelligenza artificiale rischia invece di sottrarle il suo ultimo privilegio: essere stata davvero davanti a un obiettivo. 

Eppure il cinema è sopravvissuto a ogni trauma tecnologico proprio perché la tecnica non è mai stata il suo vero motore. Nessuno ricorda Il cantante di jazz soltanto per il Vitaphone. Nessuno ama «2001: Odissea nello spazio» per gli effetti speciali, né «Roma» di Cuarón per il Dolby Atmos. Le innovazioni invecchiano. Le storie, quando funzionano, no. La lezione che Hollywood dovrebbe ricordare mentre discute di algoritmi, copyright e attori sintetici è questa, senza tanti fronzoli. Cento anni fa si aveva paura che il cinema iniziasse a parlare. Oggi si teme che cominci a pensare. In entrambi i casi la domanda è la stessa: quanto spazio resta all’essere umano? La risposta, probabilmente, non arriverà dalla tecnologia. Arriverà da chi continuerà a usarla per raccontare qualcosa che nessuna macchina, almeno finora, ha ancora imparato davvero a fare: la complessità delle nostre contraddizioni.

Il manifesto di «The Jazz Singer», 1927

Germano D’Acquisto, 31 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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