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Collezione spille commemorative dedicate a Koyo Kouoh

Foto Rory Tsapayi

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Collezione spille commemorative dedicate a Koyo Kouoh

Foto Rory Tsapayi

Questo è un diario di lutto e magia: il ricordo di Koyo Kouoh alla Biennale Arte 2026

Attraverso una testimonianza visiva e intima, il racconto corale della squadra curatoriale impegnata nel portare a compimento il progetto espositivo «In Minor Keys» tra il dolore per la scomparsa e la continuità di una ricerca artistica

«È una Biennale in cui siamo rimasti con la sua assenza, alla ricerca della sua presenza. Ci siamo uniti nel nostro dolore»
(Rasha Salti, 6 maggio, conferenza stampa «In Minor Keys»).

Questo è un diario sul lutto e sulla magia, il mio resoconto erratico di un anno e alcuni mesi colmi di tristezza e di segni. È un diario sull’essere lasciati, e lasciati a cercare, e talvolta essere trovati.Non riesco a scriverlo in sequenza, perché cos’è il tempo del lutto e non qualcosa di costante e circolare? Cos’è il luogo del cordoglio se non qualcosa di sparso e intrecciato? E a che serve parlare coerentemente di miracoli?

Siamo pigiati sul divano, a guardare la semifinale con le porte e le finestre spalancate nella speranza di invogliare la brezza del Mediterraneo a entrare. A un certo punto, durante l’agitato secondo tempo, un pipistrello vola in picchiata nella stanza. No, è un uccello: un rondone comune che rimbalza di trave in trave, le ali che sbattono rapide come quelle di un colibrì in una confusione frastornante, agitando Rasha che si piega e si copre la testa. L’Argentina piazza due gol nei minuti finali e il suo trionfo ambivalente significa che è ora di dare la buonanotte.

Io dormo su quello stesso divano e Christoph, mentre esce dalla stanza afferrando le ultime bottiglie vuote di birra e acqua, mi dice che anche Koyo ci aveva dormito. Non qui a Marsiglia ma prima, nella casa di Berlino. Tante cose erano successe prima.

Alla luce azzurro-verde della disperazione post partita di Bellingham, impilo i cuscini in più sul pavimento, stendo un lenzuolo e spengo il televisore. La stanza piomba finalmente nel buio e il rondone, non più accecato dal bagliore dello schermo, sguscia fuori attraverso le porte scorrevoli e si tuffa nella notte appiccicosa.

Mentre mi distendo, immagino Koyo fare altrettanto. Mi chiedo se la mia testa appoggi dove appoggiava quella di lei o se, col passare degli anni e delle case, abbiamo finito per ritrovarci capovolti. Assonnato, mando un messaggio a Daniel e lui spera che io «faccia bei sogni lì sopra». Non ricordo i miei sogni, men che meno se erano belli, ma a colazione Rasha ci riferisce la sua rivelazione di mezzanotte secondo cui quell’uccello era Koyo. Non si sarebbe dovuta accovacciare, dopotutto.

Siamo sempre stati suscettibili ai segni di questo tipo. Nel cortile ombreggiato della RAW Material Company a Dakar, noi sei passavamo lunghe ed entusiasmanti giornate a bere bissap e a fare programmi per Venezia. Mentre parlavamo e digitavamo, ascoltavamo i tonfi sul cemento dei manghi primaverili maturi, segnali con cui l’albero ci diceva che eravamo sulla rotta della magia. E due mesi dopo, eravamo di ritorno e lavoravamo di nuovo, ma Koyo se n’era andata.Il nostro sestetto era ormai un quintetto senza leader e l’estate aveva preso il sopravvento. Seduti in sala riunioni e protetti dalla sua aria condizionata, continuavamo a creare una Biennale con quel che ci era rimasto e imparavamo a conversare con qualcuno che non c’era. Intuivamo la strada verso una visione del futuro fatta da chi non avrebbe potuto vederla in prima persona. O forse sì? Per tre pomeriggi, un uccello tessitore è apparso alla finestra e si è appollaiato sulle sbarre di sicurezza. Svolazzava vicino al vetro, intento a osservarci. Il messaggio era chiaro, come lo era il nostro compito.

E un anno dopo mi ritrovo nell’appartamento di Koyo a Basilea, a dormire nel suo studio/cabina armadio/stanza degli ospiti. Sono passati due anni dalla mia prima visita e non si è spostato quasi nulla, salvo che tutto è cambiato. I suoi libri sono sul suo scaffale, accatastati in due file una davanti l’altra e alcuni ancora avvolti nel cellophane. I suoi tantissimi e splendidi vestiti spuntano da appendini e scatole. Le sue penne sono in un barattolo sulla scrivania rosso ciliegia ma tutte quelle che provo si sono seccate, l’inchiostro è riluttante a scrivere dell’altro.

La novità è un mucchio di spille commemorative nell’angolo. Una pila di Koyo cerchiate di rosso e oro. Il suo ritratto sorride per sempre con gli occhi chiusi e i denti in bella vista. Le hanno distribuite al funerale e da allora ne ho una sempre con me, il suo viso e il suo ricordo appuntati su una veste color indaco comprata nel penultimo viaggio a Dakar, l’ultimo che abbiamo fatto insieme.

Tornando dall’atelier di Nunu all’appartamento di Koyo, l’ho sfoggiata orgogliosamente con una piroetta. Ha detto che secondo lei mi stava bene e mi ha consigliato di mettere sotto qualcosa di bianco. Non l’ho fatto, preferendo il nero per salire sul palco a Venezia 17 giorni dopo che se n’era andata. La scelta del nero annunciava al mondo che avremmo continuato quel che lei aveva iniziato, a cui avevamo dato il titolo «In Minor Keys».

La veste è diventata la mia divisa per tre conferenze stampa di fila. Indaco tinto a mano per essere vicino a Dakar, la spilla rossa per essere ancora più vicino a lei. L’ultima volta che l’ho portata avevo il collo carico di talismani: un’arpa irlandese dorata con un frammento di granito del Connemara e il fantasma di un viaggio fatto troppo tardi su un’isola che lei amava e dove era amata. Una manufica di legno duro con una corona d’argento, un dono conferito da Ayrson sul pavimento dell’Arsenale, in ricordo delle piacevoli giornate di Chicago e per darmi forza in vista del rush finale. E una reliquia di Sant’Antonio, di metallo comune ossidato dai miei pollici agitati. Questa collezione di fortuna e rimpianto ciondolava sopra il mio sterno e quella spilla rossa aleggiava sul mio cuore dichiarando 1967-2025. LE PERSONE SONO PIÙ IMPORTANTI DELLE COSE.

Mesi prima, a São Paulo, ero fermo su una strada fuori da una festa di compleanno quando ho sentito gridare il mio nome da un’automobile di passaggio. Erin, l’esuberante Erin, è saltata giù e mi ha stretto nell’abbraccio di cui avevo inconsapevolmente bisogno. Era passato quasi un anno dal nostro primo incontro, da quella turbinosa settimana passata ad Accra con Koyo dove ci avevano legati cose sia condivise, sia inespresse, un’esperienza che dava la sensazione di una svolta prevista dal destino. Anche il Brasile dava quella sensazione, come un cambio di rotta verso il meglio. Salvo che non sarei dovuto essere lì da solo. Avevo una spilla rossa fissata alla borsa e l’ho persa da qualche parte l’ultima mattina velata di pioggerella al Museu Afro Brasil. “Persa” non è il termine giusto, era stata ceduta, un pezzo di lei offerto come ringraziamento e saluto alla città che lei mi aveva dato. Ho scritto un messaggio a Erin, che mi stava già scrivendo a sua volta, e mi si sono intrecciate le dita cercando di spiegare una sequenza di eventi che sembrava troppo prestabilita per essere una coincidenza, e ho sentito un guizzo alla spalla sinistra come se una mano vi si fosse appoggiata sopra. Lì ci andrà un tatuaggio, Nawaooh, l’ultima parola che lei mi ha scritto, un’esclamazione di sorpresa e meraviglia.

E qualche mese dopo, alla vigilia di Natale, il giorno del compleanno di lei, percorrevo un pascolo ghiacciato a Enniskillen, bevendo whisky e ascoltando Ponta de Areia di Milton Nascimento. La canzone lamenta la chiusura della stazione ferroviaria tra Minas Gerais e Bahia, è un canto funebre per gli abitanti dell’entroterra privati dell’accesso alla costa. Mentre camminavo e piangevo, un ruscello gelido risplendeva d’oro nel tramonto e uno stormo di storni turbinava sopra di me. La spalla mi si è contratta di nuovo e, malgrado il gelo circostante, non avevo affatto freddo, Nawaooh. E mi sono chiesto come lei avesse fatto a cadere in un qualche canale di Venezia al principio dell’anno. Quanto fredda deve essere stata l’acqua e che tipo di presagio era?

Il terzultimo giorno glorioso che abbiamo trascorso insieme a Dakar, alcuni mesi dopo la caduta nel canale e qualche settimana prima della fine, sobbalzavamo a bordo di un motoscafo sulle acque increspate tra il Plateau e l’Île Ngor. Lei non faceva mistero del suo disprezzo per quelle “imbarcazioni traballanti” e poi, non appena giunti a riva, è corsa con gioia nell’Atlantico. Quella notte, abbiamo cenato senza di lei, era troppo stanca. È stata la prima di molte cene senza di lei. Come un mese dopo, all’estemporanea seconda veglia funebre a Basilea, passata a mangiare inaspettati piatti eritrei prodotti in Nigeria, a ingollare bourbon e Guinness Extra Stout e a ballare con tanta forza da scuotere il corpo impietrito dal dolore. Incespicando goffamente sulla via di casa, gli occhi carichi di lacrime e i piedi doloranti, ho sentito dei pettirossi cinguettare nell’Altstadt. Non ricordo i sogni fatti sul divano a Marsiglia, forse sono questi.

Nel dicembre 2024, Koyo Kouoh è stata nominata Direttrice artistica della 61ma Biennale d’Arte di Venezia. Ha riunito un team di confidenti e collaboratori di lunga data per sostenere il suo lavoro e la sua visione per la Mostra Internazionale: Rasha Salti, Marie Helene Pereira e Gabe Beckhurst Feijoo in qualità di consulenti curatoriali; Siddhartha Mitter come caporedattore; Rory Tsapayi come suo assistente. Questo team, soprannominato «La Squadra di Koyo», ha lavorato a stretto contatto con lei per mesi alla pianificazione della mostra, in modo particolarmente intenso nell’aprile 2025 durante un ritiro di una settimana presso la RAW Material Company di Dakar (il centro per l’arte, la conoscenza e la società fondato da Kouoh nel 2008). Qui sono stati definiti gli aspetti chiave della mostra: l’elenco degli artisti, i filoni tematici e il titolo.

Il 10 maggio 2025, Kouoh è venuta a mancare inaspettatamente, lasciando la famiglia, gli amici e il mondo dell’arte internazionale in profondo lutto. Con il consenso del marito e del figlio, a «La Squadra» è stato affidato il compito di portare a termine la mostra secondo il progetto che Koyo aveva lasciato. Si tratta di «In Minor Keys», a Venezia dal 9 maggio al 22 novembre, una mostra che riunisce 110 artisti e che si erge a testimonianza e memoriale della pratica curatoriale ampia e innovativa di Kouoh.

Rory Tsapayi è il membro più giovane di «La Squadra» ed è stato allievo di Koyo Kouoh durante il suo periodo allo Zeitz MOCAA di Città del Capo.

Rory Tsapayi, 17 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Rory Tsapayi

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