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Alfredo Jaar, «The end of the World», 2023, Venezia, Arsenale, Biennale dell'arte di Venezia

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Alfredo Jaar, «The end of the World», 2023, Venezia, Arsenale, Biennale dell'arte di Venezia

Biennale di Venezia: le «tonalità minori» di Koyo Kouoh contro il fragore del mondo

La 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia punta sui toni minori e intreccia un discorso radicato nella complessità del mondo attuale: uno sforzo alla ricerca di spazi di calma e riflessione

Arianna Testino

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In un’epoca storica accartocciata attorno a politiche cieche, genocidi normalizzati, autoritarismi travestiti da democrazie, catastrofi climatiche ridicolizzate e a un crescente analfabetismo critico, «In Minor Keys», la 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, sceglie fin dal titolo di «sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori», come spiegato dalla curatrice Koyo Kouoh nel testo redatto poco prima dell’inaspettata scomparsa, il 10 maggio 2025. «Le tonalità minori, prosegue Kouoh, rifiutano il fragore orchestrale e le marce militari dal passo cadenzato e prendono vita nei toni sommessi, nelle frequenze più basse, nei mormorii, nelle consolazioni della poesia, tutti varchi di improvvisazione verso l’altrove e l’altrimenti. Le tonalità minori richiedono un ascolto che interpelli le emozioni e che, a sua volta, le sostenga». 


Lungo le Corderie dell’Arsenale e nel rinnovato Padiglione Centrale ai Giardini, la mostra ricalca le linee definite da Kouoh e si condensa in arcipelaghi di significato animati dalle opere dei 110 partecipanti. Lontana da criteri tematici e gerarchie geografiche, l’esposizione, «anziché procedere per sezioni, è organizzata secondo priorità che scorrono sottotraccia». Lo scrivono i membri della squadra di Kouoh (Gabe Beckhurst Feijoo, Siddhartha Mitter, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti e Rory Tsapayi), ai quali è spettato il difficile incarico di concretizzare un’idea prematuramente interrotta. Sotto l’epidermide delle priorità esplicite, «Shrines» (Are), con l’omaggio a Issa Samb e Beverly Buchanan, punti di riferimento artistici e concettuali per Kouoh, le processioni, la necessità del riposo fisico e spirituale, le Schools (Scuole), intese come luoghi che rispondono alle carenze del sistema culturale con la forza della collettività, si espande una galassia di concetti che assumono una valenza corale, attraversando in maniera obliqua la sfera del singolo e quella comunitaria. Memoria, lutto, violenza coloniale, estrattivismo, soprusi di genere, etica della cura e spiritualità sono alcuni dei fili più tenaci nella trama del racconto espositivo: fili che si toccano e mettono in discussione i confini reciproci, annullando le distanze temporali e i limiti dell’individualità. La cornice resta quella delle «frequenze minori», che a tratti si rivelano incisive quanto le tonalità opposte.


Le operazioni di scavo fotografico attuate da Akinbode Akinbiyi nelle profondità di Bamako, Berlino e Dakar sprigionano la potenza di memorie condivise, mentre l’installazione «Between a River and a Sea» di Avi Mograbi si interroga, con una feroce delicatezza, sulle sembianze che avrebbero potuto assumere le esistenze di famiglie e popoli in una regione non dilaniata dalla barbarie. I tasselli mancanti della Storia si trasformano in testimonianze reali nel progetto video-fotografico di Sofía Gallisá Muriente in Porto Rico, «Observatorio de lagunas», dove il termine spagnolo «laguna» allude sia alle lagune naturali sia alle lacune della memoria di un Paese. Il lutto si espande, invece, nelle plumbee sculture in bronzo e negli assemblaggi di Nick Cave e diventa tenace ed etereo come un odore familiare in «Smell of my Father e Smell of my Mother» di Carsten Höller, combinando ancora una volta storie e Storia nel solco di un itinerario percorso anche da chi riflette sulle traiettorie coloniali, sulle conseguenze planetarie delle economie estrattiviste, sull’urgenza di sradicare imposizioni patriarcali forgiate dai secoli e sulla possibilità di includere una grammatica della spiritualità fra i codici della tecnoscienza.
Il colonialismo ha le fattezze minuziose del disegno negli esiti delle ricerche condotte da Pio Abad all’interno di archivi e raccolte museali. Cobalto, terre rare, rame, stagno, nichel, litio, manganese, coltan, germanio e platino sono stratificati da Alfredo Jaar in un cubo di quattro centimetri quadrati racchiuso in una teca sul fondo di un ambiente poderoso, inondato di un rosso accecante. Le spose rivoluzionarie tratteggiate da Leonilda González nelle sue xilografie affidano al nero pece e a dettagli rubino il compito di amplificare la loro rabbia, interpretata come una reazione alle derive dittatoriali uruguayane. L’ambiente ideato da Kader Attia dà sostanza spirituale a una tecnologia che diventa terreno di dubbio: e se fossero gli spiriti ad avere il controllo su di essa?

Akibode Akinbiyi, «(BKO) Bamako», 2003, 2007, 2022, Venezia, Biennale dell’Arte di Venezia

«In Minor Keys» pone molte domande e, come è giusto che sia, non fornisce risposte, ma le «tonalità minori» risuonano in maniera più netta solo quando abbandonano lo spartito del ben fatto e di un gigantismo fine a sé stesso, «la padronanza paziente e la mutevolezza della mano» celebrate dai membri dalla squadra di Kouoh nel testo a loro cura rischiano di essere penalizzate dalla presenza massiccia di ricami e stoffe che quasi pareggiano l’altezza delle Corderie. La mostra di Koyo Kouoh libera certamente le «tonalità minori» dalla prigionia del margine, del secondario, dell’esiguo, ma spesso eccede nella spettacolarità della grandezza, avvicinandosi, in qualche occasione, a quel «fragore orchestrale» che negli intenti si rifiuta. La tonalità minore trova la via verso l’ascolto quando plasma la propria scala di proporzioni, che con il gigantismo non ha nulla a che fare, applicandola in maniera equilibrata al concetto e alla sua traduzione visiva in termini di allestimento: le già citate installazioni di Alfredo Jaar e Kader Attia ne sono un esempio. 
Il disequilibrio è più netto negli spazi del Padiglione Centrale che, sebbene alleggeriti, spingono inesorabilmente a ridurre le distanze fra le opere, eppure, anche qui, le minor keys emergono quando mettono in scacco i canoni di grandezza, risuonando nei piccoli collage e nei dipinti ad acquarello di Mohammed Joha, che traspone le macerie e la bellezza di Gaza, sua città natale, in tessuto, carta e colore, e nelle colossali «Sibille» disegnate da Alice Maher, intrappolate o forse emerse da un groviglio di capelli che è al contempo gabbia e origine. La voce di Koyo Kouoh si sente, nella rete di relazioni intessute con gli artisti durante lo sviluppo di una pratica che ha saputo dare risalto alle energie creative del Sud del mondo, eliminando da questa espressione la retorica del margine, ed echeggia pure negli allestimenti minimali progettati da Wolff Architects, lo studio di architettura individuato da Kouoh per far parlare le opere. Tuttavia, gli inciampi delle tonalità minori ricadono nell’inevitabile incompiutezza di un discorso curatoriale stroncato nel suo farsi, nonostante l’enorme lavoro svolto dalla squadra di Kouoh nel gestire una preziosa eredità. 


Manca irreversibilmente l’interlocutrice a cui chiedere se le tonalità minori sono davvero la chiave, non solo musical-sonora, per sbloccare le serrature delle crisi maggiori e trovare soluzioni corali, generate da una rinnovata coscienza critica. Muoversi sottotraccia è la tattica più efficace per reagire al frastuono di una globalità al collasso? Senza avventurarsi nella giungla della geopolitica mondiale, è sufficiente osservare il microcosmo di eventi che hanno accompagnato i mesi di avvicinamento alla Biennale e la settimana di preapertura, segnati non soltanto dalle premature scomparse di Kouoh e di Henrike Naumann, l’artista selezionata per rappresentare la Germania insieme a Sung Tieu, ma anche da una serie di reazioni a paradossi inaccettabili. La lettera indirizzata al presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, e firmata da oltre 70 artisti e curatori all’inizio dello scorso aprile, con la richiesta di escludere i governi attivamente responsabili di crimini di guerra, la linea dura della Commissione europea verso l’effettiva partecipazione della Russia, gli attriti fra La Biennale e il Ministero della Cultura, le dimissioni in blocco della Giuria internazionale designata da Koyo Kouoh (e composta da Solange Oliveira Farkas, Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi), la conseguente decisione, da parte della Biennale di Venezia, di istituire due Leoni dei visitatori da attribuire al miglior partecipante della Mostra di Kouoh e alla migliore partecipazione nazionale, includendo tutti i soggetti elencati nella lista ufficiale, lo sciopero epocale proclamato da Anga-Art Not Genocide Alliance nella giornata di venerdì 8 maggio 2026 contro la partecipazione di Israele e a favore della Palestina e dei diritti dei lavoratori della cultura, il rifiuto, sottoscritto da quasi la metà degli artisti della Mostra internazionale e da oltre 20 colleghi dei padiglioni nazionali, di essere presi in considerazione dal voto popolare, esprimendo solidarietà verso la Giuria dimissionaria, sono solo alcuni capitoli di una vicenda che impone un ragionamento sul futuro dell’istituzione Biennale, radicata in una prospettiva ormai anacronistica. 


Koyo Kouoh non ha potuto assistere ad avvenimenti che hanno segnato un prima e un dopo nella storia centenaria della Biennale di Venezia, ma è lecito interrogarsi su come avrebbe reagito al cospetto di un fragore che non può essere ignorato, quello che divampa sulla macro scacchiera delle tensioni planetarie e quello che ha travolto uno degli organismi culturali più longevi. La chiave delle «tonalità minori» infonde speranza, ma quali serrature può aprire e anche scardinare se, oltre la bolla espositiva, responsabilità e intelligenza critica sono ormai ostaggio dell’indolenza, della brutalità e della rassegnazione?

Arianna Testino, 05 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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