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Un’opera di Parmarè, 2024

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Un’opera di Parmarè, 2024

Parmarè, l’artista che supera la realtà visibile

L’arte della pittrice Friulana si configura così come un esercizio tanto materiale quanto mentale, che nel corso della sua carriera si allontana dal soggetto figurativo verso l’astrazione e infine verso la tecnica della Doodle Art

Davide Landoni

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L’identità artistica Parmarè, acronimo di Maria Regia Parmiani, cresce in un immaginario unico, tra le nebbie gotiche di Comacchio (dove nasce) e le geometrie bizantine di Ravenna (dove studia e si trasferisce). Un territorio tutto suo, da attraversare come un lungo processo di sottrazione e indagine analitica del segno. Chi osserva oggi la produzione dell’artista, attiva in Italia e nei circuiti internazionali di Tokyo e Singapore, si trova di fronte a un percorso rigoroso ma audace, caratterizzato dalla costante capacità di ridefinire i confini della propria visione pittorica senza mai cedere a scorciatoie decorative o a facili purismi. Una ricerca, come accennato, che si struttura nei primi anni Settanta all’Accademia di Belle Arti di Ravenna. È in questo contesto che l’artista fa suo il linguaggio del mosaico, della pittura, della decorazione e dell’incisione, quest’ultima sotto la guida di Tono Zancanaro. La solida formazione tecnica, ancorata alla figurazione classica, si arricchisce tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta attraverso il dialogo diretto con figure di rilievo della pittura italiana come Remo Brindisi, Mino Maccari ed Ernesto Treccani. Gli incontri e la frequentazione dei loro studi lasciano in eredità a Parmarè un metodo intellettuale preciso, inossidabile nel tempo. Così l’autrice, gradualmente, affina la propria cifra stilistica personale, rappresentata dal superamento controllato della realtà visibile.

Se fino alla fine del Novecento la sua pittura mantiene un saldo legame con il figurativo, nel tempo si avverte un progressivo slittamento verso la sintesi geometrica. La transizione si compie definitivamente nel 2008, anno in cui Parmarè abbandona ogni riferimento mimetico per approdare a un astrattismo costruttivista. È in questa fase che prende corpo la tecnica dello sprinkling brush, un metodo basato sulla vibrazione controllata del colore che permette di tradurre sulla tela equilibri sottili e tensioni di linee, azzerando l’elemento narrativo per isolare la purezza dell’attributo plastico. La pittura di Parmarè si configura così come un esercizio empirico e mentale al tempo stesso. L’adesione alla non-figurazione non nasce da un impulso puramente emotivo o dalla seduzione della materia fine a se stessa, ma da una profonda fiducia nel pensiero. I suoi quadri si fanno dispositivi visivi che operano una netta distinzione tra il semplice guardare e il vedere profondo, restituendo una riflessione sul mondo priva di enfasi retorica. Questa attitudine alla scomposizione e al rinnovamento stilistico ha trovato un’ulteriore evoluzione in tempi più recenti con l’esplorazione della Doodle Art, pratica in cui il segno grafico, libero da vincoli prospettici, si fa scrittura automatica e struttura spaziale autonoma. L’opera si offre come una superficie riflettente in cui la complessità dell’universo informale è generata da un alfabeto di elementi essenziali: frammenti di rette, curve, contrasti cromatici netti e accostamenti ponderati. Un affondo nella realtà oltre la sua apparenza, accessibile solo a chi è in grado di esercitare una percezione pura e silenziosa.

Davide Landoni, 23 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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