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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliPer definizione, non esiste direzione per chi è smarrito. Ma è altrettanto naturale che prima o poi una via vada trovata. O ancora meglio, nel caso specifico, una rotta. Quella che conduce nel cuore del Mediterraneo occidentale, sull'Illa del Rei a Minorca, dove Hauser & Wirth propone una riflessione comunitaria sullo smarrimento contemporaneo. Ricerca che assume la forma, naturalmente, di un'esposizione artistica: la più ampia mostra collettiva mai allestita sull’isola dalla mega-galleria. Chiamata «Directionless», titolo-manifesto dell'atmosfera di disorientamento in cui il progetto si immerge, la rassegna riunisce 28 artisti provenienti da 10 Paesi, pronti a convergere sull'isola delle Baleari dal 21 giugno al 25 ottobre.
A organizzare il rendez vous è l'artista americano Rashid Johnson, che a sua volta ha chiesto ai colleghi Charles Gaines, Firelei Báez e Cristina Iglesias di selezionare per l'occasione una serie di autori non necessariamente seguiti da Hauser & Wirth. Anche questa, a suo modo, una scelta disorientante per una galleria, solitamente propensa, inevitabilmente, a prediligere gli artisti del proprio roster. In ogni caso, tutti sono stati chiamati con l'obiettivo di proporre opere che non offrissero risposte, ma che avessero la capacità di abitare l'incertezza.
Tutto nasce dalla tesi di Johnson secondo cui il disorientamento non sia necessariamente una condizione paralizzante, quanto piuttosto una spinta generativa. Di fronte al fallimento delle vecchie coordinate geografiche e concettuali, l'arte non deve offrire una mappa, ma strategie per muoversi in territori sconosciuti. Questa deriva consapevole si riflette anzitutto nel paesaggio dell'isola. Per la prima volta, la presentazione delle sculture all'aperto è stata curata da Cristina Iglesias, che ha disseminato giardini, sentieri e facciate degli edifici con le opere di Ali Cherri, Mona Hatoum e Rayyane Tabet, a cui si aggiungono in galleria i lavori di Yto Barrada e Sigalit Landau. Lungi dal monumentalismo statico che spesso caratterizza la scultura outdoor, questi interventi dialogano con l’architettura e la mutevolezza dell’elemento marino. Nelle parole di Iglesias, «il Mediterraneo cessa di essere una frontiera per tornare a farsi forum liquido, uno spazio di sospensione storica e culturale».
La mostra procede così attraverso accostamenti inediti tra pratiche materiche e concettuali distanti, unite dal rifiuto di soluzioni di comodo. C'è Georg Baselitz, celebre per i suoi dipinti capovolti; Lorna Simpson, nota per i suoi accostamenti concettuali di testo e immagine; Rineke Dijkstra, autrice di intensi ritratti fotografici; Wangechi Mutu, celebrata per le sue potenti figure che uniscono collage e scultura; Mona Hatoum, autrice di installazioni cariche di tensione emotiva e politica; e Julie Mehretu, nota per le sue complesse e monumentali astrazioni.
Attorno a questo nucleo, una costellazione altrettanto eterogenea di artisti che, nonostante le sensibilità divergenti, condividono l’impegno a muoversi nell’ignoto con rigore, complessità e la strenua resistenza verso le rotto prestabilite.
Mona Hatoum, Inside Out (concrete), 2019
Cristina Iglesias, Littoral (Lunar Meteorite) IV, 2025
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