Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Davide Landoni
Leggi i suoi articoliL'immagine ha qualcosa di poetico, ma anche di catastrofico. Figuriamoci l'ombra della Tour Eiffel o dei grattacieli di Manhattan scendere su Basilea, coprire i suoi tetti bassi e i cancelli in ferro battuto del centro storico, la Senna e l'Hudson sovrapporsi al Reno, la città francese e quella americana scalzare l'avamposto svizzero dal suo ruolo di capitale del mercato dell'arte. Lo spauracchio d'altra parte esiste da sempre. Parigi e New York sono mete più appetibili per turisti e collezionisti: hanno un contorno urbano più ricco, una proposta artistica più ampia e una struttura di fiere ed aste capace di estendersi per tutto l'anno, coltivando quotidianamente un humus culturale straordinario. Vicino a loro, solo la Londra pre Brexit. Ma a Basilea c'era, e come vedremo c'è ancora, la fiera più importante del mondo.
Dai confini della città l'evento si annuncia dall'infilata di bandiere - quest'anno insolitamente morigerate, bianche, nere e turchesi - che conducono fino a Messeplazt, la piazza della fiera. Nome che assume l'incarico di manifestare la funzione stessa del luogo, come Piazza del Campo a Siena, che una volta (per il Palio due) l'anno veste i panni dell'arte e consacra Basilea al suo ruolo di ombelico delle trattative, imbuto dove confluiscono gli affari più importanti per il mercato primario. Partecipare ad Art Basel è un obiettivo straordinario per ogni galleria, almeno quanto clamoroso è il cachet da corrispondere agli organizzatori. Ma se tutti ancora vi ambiscono non è per il prestigio che di certo garantisce, ma perché nell'isola svizzera vi approdano tutti i collezionisti più facoltosi. Sono loro, i loro acquisti, in fondo, a risultare decisivi.
Chi attira i compratori, attira le gallerie; chi ha le gallerie migliori, attira i collezionisti. Circolo virtuoso che Parigi (lato fiera, con la stessa Art Basel Paris arrivata in città ormai quattro anni fa) e New York (lato aste) stanno provanddo a rallentare, mettendo i bastoni tra le ruote alla giostra elvetica. Lo sanno gli addetti ai lavori, lo percepiscono gli appassionati, lo temono in città. Ecco perché i cartelloni che presentano l'evento, da Clarastrasse a Münsterplatz, mostrano un claim che è una rivendicazione identitaria: Only One Basel. Art Basel, a Basilea. La prima, e se non più l'unica, ancora la migliore. Gonfia il petto, avrà pensato qualcuno avvicinandosi ai giorni di preview. Forse sospettando l'arroganza narcisista di chi, se non può, ostenta. Al contrario, anche solo visitando due o tre stand della fiera, Art Basel ha ricordato a tutti l'elemento - riprendendo il circolo virtuoso sopracitato, e aggiungere una componente - che rende una galleria una grande galleria: le grandi opere dei grandi artisti. E anche in questa edizione 2026, la fiera di Basilea ne è piena.
Lucio Fontana, «Concetto spaziale, Attese» (1964). Presentata da Hauser & Wirth
Amedeo Modigliani, «La Bouquetiére» (1919-20). Presentata da Pace Di Donna Schrader
Anche tralasciando i prezzi e le vendite - che pur si sono mostrate vivaci il primo e il secondo giorno, in attesa dei verdetti finali di lunedì - il valore artistico dei lavori esposti, la loro concentrazione, non ha pari in nessun evento analogo. A prendersi la copertina dell'edizione è probabilmente «Large Four Piece Reclining Figure» di Henry Moore, scultura monumentale che sarebbe benissimo potuta stare in Unlimited, la sezione della fiera dedicata alle opere fuori scala. E che invece domina il booth di Gagosian nella Main Section con le sue forme sinuose e spezzate, attirando l'attenzione di ogni visitatore e creando un capannello di persone - e smartphone - attorno ad essa. Altrettanto impattante è «Awn / ROCI MEXICO» (1985) di Robert Rauschenberg, un inchiostro serigrafico, acrilico, tessuto e grafite su tela che manifesta tutta la varietà immaginifica dell'autore americano. Si tratta del resto di una superficie disponibile di oltre 3 metri di altezza per quasi 3 di lunghezza. Gladstone, che la propone, diviene così una tappa irrinunciabile del tour fieristico.
Il moderno e il dopoguerra, dunque, i due binari prediletti della fiera. Ovvero l'incrocio che restituisce artisti conosciuti, abbastanza vicini a noi da risultare ancora attuali ma sufficientemente distanti per essere già storicizzati. Rientra nella casistica anche Gerhard Richter, di cui David Zwirner propone una serie di «Abstraktes Bild» museali. Grandi e grattati, profondi e ruvidi come vuole la tradizione. Se parliamo di rituali, immancabile la tappa da Hauser & Wirth, che tra un Picasso da 35 milioni di dollari (qui sì mettiamo la cifra, è la più alta al momento rintracciata) e un «Concetto Spaziale» di Fontana, verdissimo e tagliatissimo, con undici solchi che attraversano la superficie della tela. Il maestro dello Spazialismo apre a una sequenza di artisti italiani quest'anno rappresentatissimi ad Art Basel, soprattutto nella fascia alta. Ci si può smarrire nella densità grafica di «Tutto» di Alighiero Boetti, che Tornabuoni proietta fuori dal suo stand come sineddoche dell'ampia proposta di opere dell'artista italiano che si troverà all'interno.
Pace Di Donna Schrader, la nuova venture che unisce le tre gallerie, presenta «La Bouquetiére» (1919-20) di Amedeo Modigliani. Viso ovale color pesca, occhi sottili turchesi, labbra strette albicocca, abito verde scuro ad esaltare il complesso. Almeno tre, invece, i De Chirico che meritano una menzione. Se le indiscrezioni della vigilia ci avevano preparato a «Les Muses du Foyer», del 1926, con due figure altissime composte da drappeggi scultorei, sono una sorpresa l'accoppiata proposta da Galleria dello Scudo: «La mia camera nell'Olimpo» (1927) e «La mia camera mediterranea» (1927). Lirismo, armonia, intimità, mitologia, accenno autobiografico. Due viaggi tra quattro pareti. Tra gli italiani contemporanei colpisce il pugno scultoreo di Maurizio Cattelan da Massimodecarlo e la ieraticità della statua di Chiara Camoni (sulla scia di quelle esposte al Padiglione Italia, in Biennale a Venezia) da Andrew Kreps.
Alighiero Boetti, «Tutto. Presentato da Tornabuoni»
Gerhard Richter, «Abstraktes Bild». Presentata da David Zwirner
Non poteva mancare una rappresentanza della School of London, guidata almeno simbolicamente dall'appena scomparso David Hockney. Il suo «Studio Interior #2» del 2014, proposto da Gray, è solo all'apparenza un quadro diretto: due sedie pieghevoli, una poltrona, due panche, un carrello, un tavolo e dei quadri alle pareti. Ma in quei rossi, blu, verdi e azzurri sembra risplendere tutta la produzione, ampia ed eterogenea, di uno dei più grandi pittori della storia dell'arte moderna. Epiteto che ben si adatta anche a Lucian Freud, il cui «Portrait of the Hound» (2011) portato da Acquavella è la classica opera che per essere apprezzata deve essere vista dal vivo. Oltre un metro e mezzo per quasi un metro e mezzo di quadro dominato da un uomo nudo e dal suo cane. La presenza esuberante della figura si rintraccia però nella matericità della sua pelle, quasi butterata, graffiata, bitorzoluta. Attrae e repelle nella sua crudezza.
Sublime, poi, il Francis Bacon di Nahmad, dove convive con vari Picasso di prima fascia e un ampio Cy Twombly. Artista, quest'ultimo, di cui si segnala anche «Muses» (1963) da Karsten Greve, concentrato rosso sangue del suo lirismo classico. Poesia astratta che pulsa anche, potentissima, in «River III» (1967-68) di Joan Mitchell, olio su tela dove forme e colori suggeriscono un paesaggio floreale al solo scopo di trasportare in un altrove gli occhi di chi lo osserva. Oscuro l'altrove dipinto da Paula Rego, «Snow White Playing with her Father’s Trophies» (1995), che reinterpreta la principessa Disney inquietantemente soddisfatta insieme alla testa di un cervo. A proporla è Hazlitt Holland-Hibbert. Ci porta nel suo Libano, invece, Etel Adnan con «Satellites», da Lisson Gallery. Colori tenui e colori accesi, tutti morbidi e restituiti sotto forma di carezza astratta, cuscini dove affondare.
Muovendo la ricerca sul contemporaneo, la qualità non s'incrina. Opere come quelle di Julian Charrière da Galerie Tschudi, di Monia Ben Hammoud con «Blindness, Blossom and Desertification» da Selma Feriani, di Mohammed Sami da Modern Art e di Jonas Wood da Kordansky rappresentano il presente e il futuro dell'arte, lavori destinati a rendere i loro autori dei classici di domani. Si esagera? Forse si esagera, ma come Art Basel c'è ancora solo Art Basel e a furia di veder capolavori l'arte dà alla testa. Una volta all'anno anche la Svizzera diventa il paese dell'ebbrezza.
Lucian Freud, «Portrait of the Hound» (2011). Presentata da Acquavella
David Hockney, «Studio Interior #2» (2014). Presentato da Gray
Giorgio de Chirico, «La mia camera nell'Olimpo» (1927). Presentato da Galleria dello Scudo
Giorgio de Chirico, «La mia camera mediterranea» (1927). Presentato da Galleria dello Scudo
Robert Rauschenberg, «Awn / ROCI MEXICO» (1985). Presentata da Gladstone
Joan Mitchell, «River III» (1967-68). Presentata da Edward Tyler Nahem
Jonas Wood da Kordansky
Mohammed Sami da Modern Art
Altri articoli dell'autore
Il progetto ideato dall'artista americano Rashid Johnson riunisce autori come Lorna Simpson, Mona Hatoum e Julie Mehretu in una grande riflessione sullo smarrimento contemporaneo
Nome d'arte che evoca una carezza infantile, Manina era la firma di Marianne Tischler, voce dimenticata del Surrealismo del dopoguerra
Valutazione economica, impatto scenografico e rilevanza artistica candidano l’opera a pezzo più memorabile della fiera
Poetica e genesi dell'opera più celebre e preziosa del pittore inglese: «Portrait of an Artist (Pool with Two Figures)»



