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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliForse aveva ragione Andy Warhol, che con le sue sedie elettriche, colorate e riprodotte in serie, aveva un unico obiettivo: dimostrare che essere bombardati da notizie e immagini tragiche avrebbe portato all’assuefazione e, di conseguenza, all’inibizione di ogni emozione che queste avrebbero naturalmente dovuto suscitare. A qualche decennio di distanza, paura, tristezza, rabbia, disgusto non hanno più l’intensità di un tempo e anche l’ironia e il gioco fanno fatica a risvegliare le coscienze.
È proprio su questi temi che riflette l’ultimo numero della Rivista edita dalla Biennale di Venezia, tornata in vita nell’ottobre 2024 attingendo ai materiali dell’Archivio Storico della Fondazione. Con il titolo «Pandemonium», la pubblicazione 3/2026, la cui uscita è stata programmata in concomitanza con l’83ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (2-12 settembre), pone il focus sul «tempo della parodia», inteso come la tendenza di oggi ad appiattire la realtà a mera superficie, il cui senso, ormai, si dissolve come una nuvola nell’aria. Bene lo spiega il comunicato di lancio: viviamo in «un’epoca in cui il tragico non viene più elaborato, ma sospeso e neutralizzato; il sacro imitato e rovesciato; il linguaggio svuotato di senso e responsabilità». E ancora siamo agli albori dell’Intelligenza Artificiale.
Il numero, che sarà presentato al pubblico il 29 settembre nella romana Villa d’Este, riporta in copertina un’immagine emblematica: un fotogramma del «Fahrenheit 451» (1966) del regista francese François Truffaut (convertito in bianco e nero), che in quello stesso anno fu selezionato in concorso alla manifestazione veneziana dedicata alla settima arte. Il film riprende il romanzo distopico pubblicato nel 1953 dallo scrittore americano Ray Bradbury, in cui viene descritta una società ambientata in un ipotetico futuro, dominata da un governo che ha bandito la lettura e che ha ordinato di bruciare tutti i libri. Eliminare la cultura di un Paese equivale a tentare di cancellarne la conoscenza, le tradizioni, l’arte, la storia e un passato che, se non si conosce, nemmeno si sa come lavorare per costruire un futuro migliore. Ma la fiamma della ribellione comunque vive attraverso gli «uomini-libro», che memorizzano i testi per tramandarli oralmente.
Così, «Pandemonium» si pone come specchio dell’oggi nella speranza che qualcuno vi guardi dentro e si desti attraverso gli scritti di Carlo Sini, Giacomo Biffi, Fabrizio Porcella, Rossana Dedola, Maurizio Crippa, Andrea Nuzzo, Alberto Manguel, John Landis, Giulia d’Agnolo Vallan, Jan Zwicky, Davide Brullo, Rezza Mastrella, Declan Donnellan, Gian Piero Brunetta, Maurizio Cattelan, Sarah Cosulich, Bernard Tschumi, Giovanni Damiani, Francesco Artibani, Davide Catenacci, Carolina Cavalli, Diego Marcon, gelatin, Flavio Del Monte, Carsten Höller, Francesca Amé, Francesco Bonami, Bruno Forzani, Julian Sacha, Nathalie Djurberg e Saskia Neuman. I testi sono illustrati dalle fotografie di Lorenzo Capellini, Graziano Arici, Francesco Galli, Federico Patellani, Ruben Manguel e Frankie Casillo, e dalle opere di Virgilio Sieni, Peter Fischli e David Weiss, Marina Abramovic, Mimmo Paladino, Vincenzo Eulisse, Sergio Vacchi, Ala Younis, Madhusudhanan, Roberto Gil de Montes, Alex Da Corte, Martine Gutierrez, Ossip Zadkine, Roberto Fontana, Caroline Jane Graverol, Bruce Nauman e Ulla Wiggen.
Di seguito pubblichiamo l’intervento di Francesco Bonami dal titolo «Storie, inezie e parodie. Il declino globale dell’arte» (pp. 136-137)
Potrebbe essere che il Giardino delle delizie (De tuin der lusten, 1480-1490) di Bosch sia una parodia di un’illusione religiosa? I ritratti dei reali spagnoli di Goya possono essere una parodia dei reali stessi e della pittura di Velásquez? L’urlo (Skrik) di Munch è una parodia dell’angoscia esistenziale e della futura psicanalisi freudiana? Se si ribaltano i punti di vista, si scardina la cronologia e tutta l’arte può diventare parodia di se stessa. La parodia è d’altronde il miglior antidoto contro le nostre paure. Le religioni sono parodie della paura della morte. La politica è parodia del potere. L’economia è la parodia del denaro. La moda è la parodia della paura della nudità. E l’arte? L’arte è la parodia dell’inutilità. E l’arte contemporanea? La parodia della serietà. Dietro la parodia si nascondono debolezza e verità. Il contemporaneo – artista, curatore, critico o gallerista che sia – tenta di sfuggire al ridicolo prendendosi sul serio, ma in questo sforzo da Sisifo smarrisce qualsiasi senso di serietà e diventa parodia della parodia. Come l’attore che non riesce più a rientrare dentro se stesso. Caso emblematico Robert De Niro condannato a essere sempre un po’ Taxi Driver. Ma accade anche ai musicisti, Mick Jagger o Iggy Pop. Essere parodie di se stessi è l’estremo tentativo di fare la respirazione bocca a bocca al proprio carisma morente. Fra gli artisti i casi sono tanti. Andy Warhol era diventato la propria caricatura, che è un’altra forma di parodia. Salvator Dalí un altro caso studio. Joseph Beuys è rimasto in bilico fra parodia e mito. Gino De Dominicis caso locale di autocaricatura, a metà fra Dalí e uno dei Blues Brothers. Yayoi Kusama parodia della sua genialità e della sua follia. Ci sono poi quelli che parrebbero destinati a essere parodie e che invece ne sono rimasti immuni. Picasso primo fra tutti: non ha mai fatto Picasso, lo è sempre stato. Marcel Duchamp, l’uomo che ha praticamente inventato la parodia dell’arte, è rimasto pure lui immune dal diventare caricatura. Forse perché sia Picasso che Duchamp sono rimaste persone e non personaggi, finché erano in vita. La mitologia su di loro è arrivata dopo, una volta morti. Nel cinema un caso simile è Woody Allen, anatomicamente una caricatura, non è mai scivolato nella parodia. L’arte contemporanea è diventata parodia quanto più si è voluta sostituire alle discipline utili. Sociologia, politica, antropologia, dissidenza. Una spirale che pare non avere ancora raggiunto il proprio fondo o la propria vetta. Si diventa parodia quando si vogliono dire cose giuste nei posti sbagliati. Il regista David Mamet insiste che andare a teatro deve rimanere una forma d’intrattenimento. Per quanto serio possa essere. Quando diventa forma d’indottrinamento il teatro fallisce. Lo stesso vale per l’arte contemporanea. Quando un’opera d’arte vuole insegnare qualcosa non funziona più come opera d’arte. L’arte non risolve i problemi del mondo, non può rimettere a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non può liberarci dal male. Può raccontare il male o farcelo momentaneamente dimenticare. Altrimenti diventa parodia artistica. Raccontare o inventarsi la realtà è complicato, prenderla in giro molto difficile e molto pericoloso. Ci sono soglie invisibili che attraversate producono conseguenze e interpretazioni catastrofiche. Ci sono temi e soggetti che l’arte non deve evitare ma che non deve nemmeno abusare in un senso o in un altro, nella serietà e nel ridicolo. Ha ragione il cantante Francesco De Gregori quando dice che non gli interessa Bruce Springsteen che attacca Trump. Il cantante, l’artista che attacca il politico è triste. Il grande poeta russo Iosif Brodskij considerava l’impegno estetico e linguistico mai ideologico o politico. Quando la lingua e l’estetica diventano ideologia e politica si trasformano in parodia. Ne sa qualcosa Beppe Grillo e pure Ai Weiwei. Il potere logora chi non ce l’ha, ma anche l’arte può logorare chi non sa farla o chi la usa in modo improprio, didattico, demagogico, come forma di potere che non può. Tornando a Duchamp, quando nel 1917 ribalta l’orinatoio (Fountain) non vuole insegnarci nulla se non a coltivare il dubbio e se si coltiva il dubbio si riesce a sfuggire il pantano della caricatura e della parodia. Io divido l’arte in due coppie. Storie e Barzellette. Patina e Polvere. Non do un valore maggiore o minore a nessuna di queste quattro categorie. Hanno tutte lo stesso valore ma funzioni e caratteristiche diverse. Partiamo dalle Storie. Si possono raccontare, scrivere, riscrivere, creare o ricreare all’infinito e all’infinito si possono ascoltare, leggere o guardare. Le Barzellette sono non meno importanti delle Storie ma hanno una durata limitata. Possono farci ridere in modo sublime ed estremo ma una volta ascoltate terminano la loro funzione. Non si possono ascoltare due volte o se si riascoltano non si ride. L’orinatoio di Duchamp è una magnifica barzelletta ma non abbiamo bisogno di ascoltarla, o meglio guardarla, due volte. Ci ha detto tutto in una sola volta. Così una “situazione” di Tino Sehgal. Fantastica, ma una volta fatta l’esperienza non è possibile ripeterla o meglio non è possibile ripetere l’emozione primordiale del primo incontro. A differenza di Amleto che invece possiamo guardare infinite volte pur conoscendone a memoria la trama. Le Barzellette non sono però parodie: sono arte in tutto e per tutto. Parodia è la pseudo opera d’arte che rappresenta il Papa con la gonna, Maometto con un maiale al guinzaglio, il Dalai Lama con lo smoking. Patina e Polvere. È la qualità di un’opera d’arte che non invecchia ma diventa antica o senza tempo. Un fiore di Andy Warhol ha patina; i suoi barattoli di Campbell (Campbell’s Soup Cans, 1962) hanno polvere. Non significa che Campbell’s Soup Cans non sia un’opera d’arte importante, ma rimane ancorata al proprio momento e al proprio tempo, al Kairòs, al momento e attimo storico. L’opera con patina appartiene al Chronos, il tempo lungo che si estende in continuazione all’infinito. Ci sono opere che hanno la fortuna di avere dentro di sé Kairòs e Chronos, una combinazione antipolvere. La morte di Marat (Marat assassiné, 1793) di David per fare un esempio efficace. L’arte parodia non accumula patina né polvere, produce muffa e marcisce rapidamente. L’arte vive un momento parossistico, un’incapacità patologica ad afferrare il momento o a salire sul treno di Chronos. Per questo rischia sempre di più di diventare parodia, accumulare muffa e marcire rapidamente. Le ideologie ammuffiscono e oggi l’arte è ideologica e predicatrice. Non riesce né a far ridere né a paralizzare la nostra attenzione. Non è un pugno né un bacio. È diventata un sorriso sprezzante o uno schiaffo da talk show televisivo. Schiaffi e disprezzo servono a poco e si dimenticano presto. Instagram è diventato Instagramus, un mezzo per profezie immediate, rapide che si autocancellano quasi istantaneamente. L’arte è stata contagiata da questa condizione istantanea. Il divertimento a cui si abbandonava Duchamp non era mancanza di serietà ma essenziale rifiuto di prendersi sul serio accettando l’insostituibile inutilità dell’arte. Oggi essenziale per l’arte è prendersi sul serio nell’illusione di un’immancabile, ma non realistica, utilità. Una condizione che contraddice l’unica possibile qualità della parodia: essere breve, sintetica, efficace. Per poi dare spazio a storie e barzellette. Il fallimento della parodia in ogni campo creativo e d’intrattenimento è di essere salita a tutti costi sul treno di Chronos, senza trovare posto – o piuttosto senza biglietto – né di andata né di ritorno.
La Rivista è disponibile nello store online della Biennale (labiennale.org/it/acquista-online) e nelle principali librerie italiane e internazionali.
Cecilia Paccagnella
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