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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliSe in Italia abbiamo dovuto attendere fino al 1946 per vedere le donne recarsi alle urne, nei Paesi scandinavi (Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia) già negli anni Venti si parlava di suffragio universale femminile. Durante il periodo tra le due guerre, l’obiettivo si spostò dall’uguaglianza politica a quella economica e professionale sfociando, nel secondo dopoguerra, in diverse misure d’impatto per l’emancipazione del gentil sesso. Un percorso che culminò negli anni Sessanta, quando emerse una seconda fase del femminismo, influenzata dai movimenti internazionali per i diritti civili e dall’espansione dell’istruzione superiore. In questi settant’anni agirono «silenziosamente» anche designer, artiste e intellettuali, oggi riunite al Mic-Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza in «Nordic Table Design. Una Silenziosa Rivoluzione Femminile (1900-1970)» (catalogo bilingue edito da Silvana Editoriale). A cura di Fabia Masciello, la mostra, la cui prima tappa ha trovato casa al Museo Andersen di Roma (novembre 2025-gennaio 2026), propone un allestimento con 130 pezzi in prestito da musei, archivi, collezioni private e aziende iconiche del Nord Europa e quasi un centinaio provenienti dai depositi del Mic stesso.
Il percorso si sviluppa attraverso otto sezioni: «Il Grande Nord», incentrata sul legame degli oggetti quotidiani con la natura; «Bellezza per tutti», il cui focus ruota attorno alla riforma democratica del design (con Ellen Key) e alla nascita dello Swedish Modern; «A tavola con l’arte», dove quest’ultima funge da specchio dei cambiamenti e delle classi sociali; «Tra classicismo e modernismo», le prime pioniere e imprenditrici come Louise Adelborg, Estrid Ericson, Nora Gulbrandsen e Aino Marsio Aalto; «La rivoluzione sulla tavola», con l’introduzione del colore e delle linee per bambini negli anni Cinquanta; «La tavola come espressione dei cambiamenti sociali» e la produzione di oggetti versatili capaci di passare dal frigo al forno negli anni Sessanta; «Verso una nuova libertà», che dalla cultura pop ha condotto all’ascesa di Ikea negli anni Settanta; e «Il design nordico conquista l’Italia» tra le Triennali di Milano e il Premio Faenza. Un’ala apposita, infatti, ricostruisce il rapporto tra l’istituzione faentina e alcune manifatture nordiche guidate da donne che, tra 1964 e 1974, parteciparono al Premio Faenza - Concorso Internazionale delle Ceramiche d’Arte. In quel decennio figure come Grete Ronning, Marianne Westman, Rut Bryk e Hertha Bengtson ottennero prestigiosi riconoscimenti, lasciando i manufatti premiati alle collezioni del museo. A loro si aggiungono i nomi di Aalto, Ericson, Gulbrandsen, Marianne Westman, Hertha Bengtson, Ulla Procopé e Grethe Meyer e molte altre designer che hanno saputo dimostrare «come il design per la tavola sia stato molto più di una questione estetica o funzionale: un campo di sperimentazione di nuovi modelli sociali, di emancipazione e di ridefinizione dei ruoli domestici e familiari - spiega la curatrice - Una rivoluzione, silenziosa ma profonda, portata avanti da queste donne che nel realizzare oggetti belli, funzionali e accessibili a tutti, hanno dimostrato come un semplice gesto quotidiano possa rappresentare un atto di libertà e di ribellione».
Seguendo i principi del Movimento Moderno («la forma segue la funzione», frase resa celebre alla fine dell’Ottocento dall’architetto americano Louis Sullivan), queste donne, sullo sfondo delle lotte per la parità dei diritti, hanno riprogettato piatti, bicchieri, pentole e posate per renderli più funzionali ed economici, ma sempre mantenendo certi standard di bellezza degli oggetti, perché una forma può essere bella proprio dal momento in cui risponde in modo chiaro ed efficiente alla sua funzione.
Inge Waage, Eystein Sandnes, servizio «Flamingo», decoro Bambus, 1955, Stavangerflint AS, Norvegia
Marguerite Walfridsson, servizio «Midsommar» per IKEA, 1974, Svezia