Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliUn asino non vuole scendere da un camion. Qualcuno, naturalmente, comincia subito a teorizzare. Potrebbe essere una resistenza alla trasformazione, una dichiarazione sulla materia, una forma di opposizione all’ordine imposto. Oppure potrebbe semplicemente essere un asino che non vuole scendere da un camion. Nicolas Ballario sceglie questa situazione per entrare nel mondo dell’arte contemporanea e stabilisce immediatamente le regole del gioco: conoscerlo abbastanza bene da poterne raccontare i meccanismi, ma senza adottarne automaticamente il linguaggio. Esce oggi per Mondadori Come un cavallo appeso al soffitto. Una storia verosimile dell’arte contemporanea, 276 pagine nelle quali Ballario sceglie la forma del romanzo per attraversare una materia che avrebbe potuto facilmente diventare un saggio divulgativo. Il protagonista è un giovane giornalista d’arte che arriva a Venezia durante la Biennale e si ritrova dentro una storia dell’arte liberata dalla cronologia. Maurizio Cattelan può convivere con Mark Rothko, Jean-Michel Basquiat con Joseph Beuys, Yayoi Kusama con Andy Warhol; compaiono Damien Hirst, Louise Bourgeois, Robert Mapplethorpe, Cindy Sherman, Yoko Ono, Christo, Martin Parr, Gilbert & George, Anish Kapoor, Daniel Buren, insieme a Miuccia Prada e David Byrne. Personaggi reali, opere, lettere, episodi e aneddoti vengono ricomposti dentro una temporalità impossibile eppure, come promette il sottotitolo, verosimile.
È precisamente questo scarto a rendere interessante l’operazione. Ballario non scrive una storia dell’arte contemporanea mascherata da romanzo. Prende la storia dell’arte e la rimonta, trasformando informazioni e biografie in incontri. La cronologia lascia il posto alla simultaneità e figure ormai consegnate ai manuali tornano a essere persone: parlano, dubitano, si irritano, mangiano, bevono, hanno paura, sbagliano. L’effetto è quello di togliere momentaneamente agli artisti il peso della loro stessa posterità. Prima di essere Rothko, Basquiat o Beuys come oggi li conosciamo, sono uomini e donne che ancora non sanno esattamente quale posto occuperanno nella storia. Dietro questo dispositivo c’è però una seconda storia, forse persino più interessante: quella di chi vuole entrare nel mondo dell’arte. Il protagonista è un giornalista giovane, precario, affascinato da un ambiente che osserva contemporaneamente dal basso e da fuori. Vuole gli accrediti, gli incontri, le feste, le persone giuste. Vuole capire le opere, ma vuole anche essere riconosciuto da chi le amministra, le racconta e ne determina il valore. Ballario conosce bene questa tensione e la usa per raccontare qualcosa che raramente entra nelle narrazioni ufficiali del sistema: l’arte è un territorio di idee e forme, ma anche di accesso, reputazione, classe, denaro e appartenenza.
È qui che il libro trova la propria vena migliore. La satira non colpisce tanto l’arte contemporanea quanto la sovrastruttura che spesso costruiamo per renderla importante. Curatori che parlano per non essere scoperti a non avere nulla da dire, giornalisti che riscrivono comunicati stampa, giornalisti che cercano invece disperatamente uno scandalo, professionisti che conoscono ogni dettaglio della biografia di un artista ma poco di ciò che accade fuori dal proprio ambiente. Ballario conosce dall’interno il lessico che prende in giro e proprio per questo può permettersi di deformarlo senza scivolare nella caricatura anti-contemporanea del “questo potevo farlo anch’io”. Anzi, il libro crede profondamente nell’arte. È molto meno indulgente verso il mondo che le si organizza attorno. Ed è una distinzione decisiva. Ballario non sostiene che non ci sia niente da capire; suggerisce piuttosto che l’ossessione per la spiegazione rischi talvolta di precedere l’incontro con l’opera. Prima del testo curatoriale, della genealogia critica e della collocazione storica esiste ancora qualcuno che guarda qualcosa. E quell’incontro richiede una risorsa diventata sempre più rara: tempo.
L’arte contemporanea, in questa prospettiva, non sarebbe necessariamente difficile. È lenta. Un’opera può non risolversi nei pochi secondi nei quali siamo ormai abituati a consumare un’immagine. Può rimanere incomprensibile, sedimentare e tornare anni dopo attraverso un dettaglio. È forse questo uno dei punti più contemporanei del libro: in un sistema dell’attenzione costruito sulla velocità, Ballario rivendica implicitamente il diritto dell’opera a non produrre immediatamente un risultato. C’è poi Venezia. La Biennale è il luogo perfetto per questa commedia umana perché concentra in pochi giorni quasi tutte le contraddizioni del sistema: opere e mercato, conoscenza e mondanità, scoperta e riconoscimento, curiosità e gerarchie. Il giovane giornalista la attraversa cercando un posto e finisce per costruirsi uno sguardo. È una differenza importante. Entrare nel mondo dell’arte e imparare a vedere il mondo dell’arte non sono necessariamente la stessa cosa.
Sotto l’umorismo affiora così una malinconia inattesa. Dietro la necessità di dimostrare di conoscere qualcuno, di essere stati invitati, di avere accesso al posto giusto, c’è la fragilità di un ambiente che costruisce continuamente gerarchie mentre proclama libertà. E dietro l’aspirazione del protagonista si intravede una questione sociale: la cultura come possibilità di attraversare confini che sembravano già stabiliti, di ottenere simbolicamente le chiavi di stanze nelle quali non si era previsti. Come un cavallo appeso al soffitto funziona soprattutto quando mantiene insieme queste due tensioni. Ama gli artisti e diffida del mondo dell’arte. Riconosce la potenza delle opere e osserva con sospetto i rituali costruiti per certificarla. Ride dell’interpretazione quando diventa automatica, ma continua a interpretare. Smonta l’aura e scopre che, nei casi migliori, l’opera sopravvive perfettamente anche senza il piedistallo. Forse è proprio questa la sua forma più riuscita di divulgazione. Ballario non prova a consegnare al lettore un manuale per capire l’arte contemporanea. Gli concede qualcosa di più utile: il permesso di entrarci senza possedere già le istruzioni. E alla fine si torna inevitabilmente al titolo, a quel cavallo sospeso che porta con sé l’ombra di Cattelan e all’asino che apre il racconto rifiutandosi ostinatamente di muoversi. Tra i due animali c’è forse tutto il libro: tra ciò che il sistema decide di investire di significato e ciò che continua semplicemente a esistere davanti ai nostri occhi. In mezzo c’è lo spettatore. Ed è ancora lui, prima del critico, del curatore, del mercato e del comunicato stampa, a dover decidere se vale la pena fermarsi a guardare.
Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Oltre ottomila opere e oggetti, dall’archeologia etrusca, greca e romana ai dipinti, dalle ceramiche alle monete, dalle armi ai libri e ai gioielli: nel trecentesco Palazzo del Capitano del Popolo di Arezzo sopravvive il mondo costruito dall’antiquario Ivan Bruschi, ideatore della Fiera Antiquaria della città. Oggi la Fondazione Ivan Bruschi fa parte del patrimonio culturale di Intesa Sanpaolo e alla raccolta originaria affianca un percorso permanente con opere delle collezioni della Banca: Pontormo, Giuliano Bugiardini, Giovanni Fattori, Silvestro Lega e Telemaco Signorini. Una casa museo nella quale la storia del collezionismo incontra quella dell’arte italiana.
Fino al 10 gennaio 2027 Villa e Collezione Panza ospita Josef Albers: Meditations, ventinove opere delle serie Variant/Adobe e Homage to the Square selezionate da Nicholas Fox Weber e distribuite nelle otto stanze del primo piano affacciate sul parco. Una mostra rara, essenziale e sorprendentemente poco raccontata, che trova nella casa costruita da Giuseppe Panza di Biumo intorno alla luce e alla percezione una sede quasi predestinata. Albers non dipingeva il colore: ne metteva alla prova l’instabilità. E chiedeva allo spettatore una cosa oggi sempre più difficile: tempo.
Da Cassina Projects di Milano, Federico Montagna riunisce sei ricerche artistiche intorno al rapporto instabile tra umano e non umano, tra desiderio di controllo, trasformazione e attesa di un equilibrio ancora da raggiungere
Dopo tre anni di chiusura, dal 4 settembre la Piramide Cestia torna accessibile al pubblico con visite gratuite diurne e serali fino al 31 ottobre. Gli interventi della Soprintendenza Speciale di Roma, realizzati nell’ambito del Pnrr-Caput Mundi, hanno interessato illuminazione, accessibilità, verde e apparati informativi. Costruito tra il 18 e il 12 a.C. come sepolcro di Gaio Cestio Epulone, il monumento resta una delle testimonianze più spettacolari dell’egittomania che attraversò Roma dopo la conquista dell’Egitto da parte di Augusto.



