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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliC’è un momento, nel processo di successione ecologica, in cui un ecosistema raggiunge una condizione di relativa stabilità: è il climax. Ma prima di arrivarci il sistema attraversa trasformazioni, competizioni, adattamenti e squilibri. È proprio questa condizione di attesa, più che il raggiungimento di un punto d’arrivo, a interessare «Awaiting Climax», la mostra curata da Federico Montagna alla Cassina Projects di Milano dal 17 settembre al 23 ottobre. Le opere di Mattia Barbalaco, Nicolò Brezza, Edizioni Brigantino, Lucia Cristiani, Andrea Di Lorenzo e Marta Ravasi si confrontano con una distanza che sembra oggi sempre più difficile da colmare: quella tra la dimensione umana e il mondo non umano. Non si tratta però di proporre una nuova idea di armonia tra uomo e natura. Piuttosto, la mostra assume l’instabilità come condizione da attraversare, mettendo in discussione categorie apparentemente consolidate come paesaggio, habitat e domesticità.
Il riferimento al filosofo e teorico della cultura sudcoreano Byung-Chul Han, autore di «Eros in agonia», e alla sua riflessione sulla crisi dell’esperienza dell’Altro introduce una delle questioni centrali del progetto: la difficoltà contemporanea di accettare ciò che non può essere completamente controllato, posseduto o ricondotto alla misura dell’io. L’alterità, nella mostra, assume però una forma concreta. È la materia organica che invade un oggetto domestico, l’animale immobilizzato dalla tassidermia, il paesaggio che entra nella pittura, il calore invisibile di una pianta, una presenza vegetale o animale che modifica lo spazio umano.
Nel lavoro di Edizioni Brigantino, formato da Valentina Lucchetti e Canedicoda, questa relazione prende la forma di un oggetto che perde la propria funzione originaria. «CRLL #198 (A fior di velluto)» è un totem multicolore che appartiene alla sfera del design, ma che viene sottratto alla logica dell’arredo per diventare un dispositivo di esperienza collettiva. Al suo interno uno schermo trasmette un video realizzato durante una permanenza a Salina: le immagini subacquee portano il mare dentro la struttura domestica e introducono una dimensione in cui realtà e immaginazione si sovrappongono.
Anche Lucia Cristiani lavora sulla progressiva dissoluzione dei confini dello spazio domestico. In «Us for now, us forever», due strutture di sedie moderniste, private della loro funzione, diventano il supporto per fiori di campo e cardi placcati in argento. L’oggetto associato alla vita quotidiana e alla «promessa» di un ambiente progettato secondo criteri di efficienza e progresso si trova così attraversato da una natura che è al tempo stesso reale e artificiale. La stessa tensione ritorna in «Salty Lick», dove il sale marino si deposita sulla superficie di uno specchio, e nella serie di piccoli bicchieri in finto cristallo abitati da presenze scultoree dall’aspetto alieno. Qui la domesticità non appare più come uno spazio separato dal mondo esterno: qualcosa di estraneo vi penetra, si deposita, prolifera e finisce per appropriarsene. Gli aloni di vino e la polvere sedimentata sembrano registrare un’azione ormai conclusa, lasciando allo spazio il compito di conservarne le tracce.
Il tempo è invece al centro della ricerca di Mattia Barbalaco. Nel dipinto «L’imbalsamatore», la tassidermia diventa metafora di un tentativo di sottrarre la natura al divenire. L’animale viene conservato, ma ciò che resta non è più l’animale: è un simulacro, la forma di qualcosa che non può essere restituito alla vita. La pittura si confronta con la stessa ambizione impossibile. Anche il quadro tenta di fissare un istante, ma ciò che produce è necessariamente una ricostruzione. Nei dipinti «Provinciale aspirante» e «Let me darken», entrambi del 2026, questa sospensione assume una dimensione più inquieta. Figure umane e paesaggi campestri sembrano appartenere a un altrove rassicurante, ma la quiete è solo apparente. La natura non costituisce uno sfondo neutro: occupa lo spazio, lo condiziona e talvolta lo invade. Nel secondo dipinto, i tentacoli di una piovra attorno al corpo della figura femminile rendono esplicita questa relazione ambivalente tra desiderio di fuga e impossibilità di sottrarsi a ciò che ci circonda. Più indefinito è il rapporto tra umano e animale nei lavori di Nicolò Brezza. Le sue composizioni costruiscono mondi in cui le due dimensioni non sono facilmente separabili. Cacciatori, cani, conigli e tigri compaiono spesso secondo una logica del doppio, mentre le forme si sovrappongono e i contorni si dissolvono nella qualità liquida della pittura. L’umano sembra perdere la propria centralità e diventare una componente di un sistema più ampio, determinato anche dal paesaggio.
La pittura, in questo caso, è legata anche alla memoria. Il paesaggio che circonda l’artista e quello della sua formazione diventano materia di una ricostruzione per immagini, in cui ricordare significa inevitabilmente trasformare ciò che si è visto. La natura non viene dunque riprodotta come un luogo stabile, ma come qualcosa che continua a modificarsi nella percezione. Una dimensione più ravvicinata appartiene alla ricerca di Marta Ravasi. Le sue nature morte nascono da composizioni ogni volta differenti e diventano un esercizio di osservazione del gesto pittorico. Nei piccoli formati l’artista non costruisce soltanto la consistenza degli oggetti, ma anche lo spazio che li separa: l’aria, la luce, la distanza. I bordi delle forme si increspano e si dissolvono, mettendo in crisi la separazione tra interno ed esterno, soggetto e sfondo.
La natura morta, genere tradizionalmente associato alla fissazione delle cose, assume così una dimensione instabile. La frutta appare solida, ma la pittura restituisce la pressione dell’atmosfera che la circonda. Il silenzio che caratterizza queste immagini non coincide con l’immobilità: è piuttosto una sospensione nella quale presenza e assenza continuano a oscillare. Con «Arum» Andrea Di Lorenzo porta questa attenzione verso ciò che normalmente resta invisibile a un dispositivo tecnologico. La serie fotografica nasce dall’utilizzo di una camera termica, strumento impiegato per rilevare variazioni di temperatura, con cui l’artista registra il calore emanato dall’«Arum italicum». La pianta è capace di produrre naturalmente calore, attraverso un processo di termogenesi, favorendo in questo modo l’attrazione degli insetti impollinatori. La tecnologia, nata anche come strumento di osservazione e sorveglianza, viene qui utilizzata per rendere visibile un fenomeno che normalmente sfugge allo sguardo. Il risultato non restituisce però un’immagine descrittiva della pianta. I colori saturi e luminosi trasformano il soggetto in una configurazione quasi astratta, spostando l’attenzione dalla sua riconoscibilità alla sua attività energetica. Anche in questo caso ciò che emerge è una natura che non coincide con la rappresentazione che l’uomo abitualmente ne costruisce. L’«Arum», inoltre, introduce un’ulteriore ambivalenza. Il suo calore serve ad attirare gli insetti, ma il rapporto che instaura con essi è temporaneamente coercitivo: gli animali vengono trattenuti e condotti verso gli organi riproduttivi della pianta prima di essere liberati. Attrazione e costrizione, dunque, convivono nello stesso processo naturale. È proprio questa ambivalenza a tenere insieme le diverse ricerche presenti in «Awaiting Climax». Il termine che dà titolo alla mostra non indica infatti soltanto una condizione ecologica. In ambito sessuale identifica il momento di massimo appagamento; nella costruzione narrativa, teatrale e cinematografica indica invece il punto di massima tensione, quello immediatamente precedente alla svolta. La mostra si colloca in questo intervallo. Il «climax» resta un’attesa: una possibilità di stabilizzazione che può essere letta anche come promessa, ma che potrebbe coincidere con un momento di crisi. Non prima di un equilibrio già raggiunto, ma prima di qualcosa che ancora non sappiamo definire In questa sospensione, le opere non offrono una soluzione al rapporto tra umano e non umano. Registrano piuttosto il momento in cui le categorie che lo hanno regolato iniziano a mostrare le proprie crepe.