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Elena Franzoia
Leggi i suoi articoliLa grande mostra «Van Dyck l’europeo» (fino al 19 luglio a Palazzo Ducale di Genova, catalogo Allemandi), con straordinarie appendici nei Musei di Strada Nuova, cioè Palazzo Rosso e Palazzo Bianco, ha riacceso i riflettori sul grande maestro fiammingo, che Pieter Paul Rubens considerava il proprio migliore allievo. Dalla nativa Anversa il giovane pittore si spostò prima in Italia, dove rimase tra 1621 e 1627 trovando in Genova la propria città d’elezione, e poi a Londra, dove fu chiamato da re Carlo I d’Inghilterra diventando pittore di corte e cavaliere. Proprio a Londra morì prematuramente nel 1641, carico di onori, tanto da essere seppellito nella St Paul’s Cathedral. Allo scopo di comprendere meglio radici e suggestioni del suo complesso approccio artistico, non c’è niente di meglio di un viaggio in quelle Fiandre in cui il maestro nacque. I capolavori di Van Dyck infatti non solo sono conservati in grandi e celebri musei, ma si trovano spesso tuttora nel contesto originario delle chiese per le quali furono creati, in località grandi e piccole, dove è possibile apprezzarli in modo più autentico, grazie anche al diretto confronto con capolavori di suoi eccelsi contemporanei come il «collega» Jordaens e, ovviamente, il maestro Rubens.
Da Anversa a Mechelen
L’itinerario parte idealmente da Anversa, la ricca città portuale in cui Van Dyck nacque, nell’ultimo scorcio del Cinquecento, in un’altrettanto ricca famiglia di commercianti di seta. Allievo di Hendrik van Baelen e Jan Brueghel, il giovane e talentuoso artista, dalle grandi ambizioni internazionali, entrò nel 1617 nella bottega più importante della città: quella di Pieter Paul Rubens, con cui avviò una profonda amicizia e una intensa collaborazione. Dopo la lunga parentesi italiana, nel 1627 Van Dyck tornò ad Anversa dove si fermò per altri cinque anni, entrando a servizio dell’arciduchessa reggente Isabella d’Asburgo. Il Museo Reale di Belle Arti (KMSKA) conserva una ventina di capolavori del maestro, di cui quattro esposti nella collezione permanente: «Compianto su Cristo» (1640 ca), «Cristo in Croce» (1620), «Estasi di sant’Agostino di Ippona» (1628) e «Ritratto del pittore Marten Pepijn» (1632), testimonianza quest’ultima dello straordinario talento dell’artista nel genere del ritratto. A testimonianza del vero «culto» che le Fiandre da sempre dedicano al maestro barocco, il KMSKA espone anche l’ottocentesco tributo di Nicaise de Keyser «Il pittore Antoon van Dyck a Londra». Alla Rubenshuis appartiene invece il magnifico «Autoritratto giovanile» che Van Dyck dipinse nel 1616-17, attualmente esposto nella grande mostra genovese. Altro luogo d’elezione della città è la Chiesa di San Paolo, antico edificio conventuale domenicano di stile gotico che conserva opere di Rubens, Jordaens e appunto Van Dyck nell’ambito di un ciclo dedicato ai 15 «Misteri del Rosario», commissionato nel 1617 ai più importanti pittori della città dalla Confraternita del Rosario. Un Van Dyck non ancora ventenne dipinse per 150 fiorini «La salita al Calvario», nona opera del ciclo, di cui ci sono giunti dieci schizzi preparatori. La chiesa è attualmente in restauro; la fine lavori è prevista nel 2027. Poco lontano da Anversa, la piccola e preziosa città di Mechelen conserva una straordinaria cattedrale gotica dedicata al missionario irlandese san Rombaldo. Nominata chiesa principale dell’Arcidiocesi di Mechelen-Bruxelles nel 1559, la cattedrale è riuscita a conservare, nonostante i pesanti danni dovuti alle guerre di religione, ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e a un grande incendio scoppiato nel 1972, un interno di grande valore in cui spiccano dipinti di Michiel Coxcie e Gaspar de Crayer, oltre a uno straordinario «Cristo in Croce» di Van Dyck, sottratto da Napoleone per il Louvre e in seguito restituito.
Antoon Van Dyck, «Compianto sul Cristo morto», Anversa, Museo Reale di Belle Arti (KMSKA). © Koninklijk Museum voor Schone Kunsten
Bruxelles e Dendermonde
Nella capitale belga, anche i Musei Reali di Belle Arti del Belgio conservano una ventina di opere di Van Dyck, in massima parte ritratti dal raffinato approccio psicologico. In un paio di casi, come per quelli di Jacqueline van Caestre e del marito Jean Charles de Cordes, l’attribuzione è incerta e oscilla con Rubens, a riprova del fortissimo legame anche stilistico tra i due maestri. Nella cintura urbana di Bruxelles, la Chiesa di San Martino a Zaventem conserva la pala d’altare «San Martino che divide il suo mantello», dipinta da un giovanissimo (e innamorato) Van Dyck già in partenza per l’Italia. Il ventenne pittore era all’epoca assistente e collaboratore di Rubens, a cui forse l’opera era stata inizialmente commissionata. Van Dyck la realizzò appositamente per la chiesa, tenendo conto della luce proveniente da destra. Tra Bruxelles e Gent, nella città di Dendermonde, la cui torre civica dalle 49 campane è patrimonio Unesco, anche la gotica Chiesa di Nostra Signora vanta due opere di Van Dyck: l’«Adorazione dei pastori» e «Cristo sulla Croce», quest’ultima recentemente restaurata.
Gent e Kortrijk
Nell’opulenta Gent, che diede nel 1500 i natali all’imperatore Carlo V d’Asburgo, il Museo di Belle Arti (MSK) ospita l’opera di soggetto mitologico «Giove e Antiope», dipinta nel 1620 da un giovane Van Dyck con debordante sensualità e una rapida, luminosa pennellata che molto ricorda, anche per il brillante cromatismo, il suo maestro Rubens. Ma Gent ospita anche una seconda opera giovanile del maestro. Nella Chiesa di San Michele si trova infatti un «Cristo in Croce» di grande pathos, la più costosa tra le numerose pale d’altare dipinte da Van Dyck tra 1627 e 1632. Nelle Fiandre Occidentali, poco lontano dal confine francese, la città di Kortijk, celebre per una importante Biennale del Design, conserva nella Chiesa di Nostra Signora la pala d’altare «L’innalzamento della Croce», dipinta con grande dinamismo da Van Dyck nel 1631 durante il suo secondo, fecondissimo soggiorno ad Anversa, quando realizzò decine di opere per chiese e monasteri delle Fiandre meridionali. La nascita del dipinto, commissionata dal canonico Rogier Braye, è ben documentata dalla corrispondenza dell’epoca. Nell’intensa, imponente opera, che fu rubata ma presto recuperata nel 1907, è chiaramente leggibile non solo l’influenza rubensiana, ma anche quella veneta e soprattutto tizianesca. Del grande maestro Van Dyck possedeva infatti ben 17 capolavori.
Antoon Van Dyck, «Cristo in Croce», Mechelen, Cattedrale di San Rombaldo. © OKV-Openbaar Kunstbezit Vlaanderen
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